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La guerra di Trump all'Iran è incostituzionale

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Allo scadere dei 60 giorni previsti dalla "War power resolution" per una guerra non autorizzata dal Congresso, Trump proclama la fine del conflitto in Iran. Ma non è finito. E secondo la stessa risoluzione, non avrebbe neppure potuto iniziarlo.

Esteri 07_05_2026
Trump e Hegseth (AP)

Il primo maggio, esattamente allo scadere dei 60 giorni dal comunicato ufficiale che informava dell’attacco militare congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, Donald Trump annunciava al Congresso che «le ostilità iniziate il 28 febbraio 2026 sono terminate», precisando altresì che «non c’è stato alcuno scambio di fuoco tra le forze armate statunitensi e l’Iran dal 7 aprile 2026».

L’annuncio rappresenta il tentativo di “aggirare” la scadenza del termine legale di 60 giorni, previsto come tempo massimo entro il quale il Presidente può portare avanti un intervento armato senza l'autorizzazione del Congresso. Infatti, a ben vedere, il conflitto in Iran, lungi dall’essere terminato, è stato solo “sospeso” a seguito della tregua iniziata l’8 aprile, ma la presenza militare nella regione iraniana è attiva e il blocco navale sullo stretto di Hormuz è pienamente in vigore, con forze militari statunitensi che impediscono il transito delle navi in entrata e in uscita dai porti iraniani; è stato evidenziato, anzi, che sullo stretto di Hormuz la tensione è salita e si ricomincia a “sparare”, segno di un esito tutt’altro che positivo dei negoziati in corso fra le parti.

La questione ci riporta ad una riflessione sulla legittimità costituzionale del Presidente degli Stati Uniti di avviare una guerra senza l’autorizzazione del Congresso. Né la guerra in Iran, né gli altri attacchi militari ordinati da Trump nel corso del suo mandato presidenziale (si pensi, tra gli altri, all’operazione militare condotta in Venezuela che si concluse con la cattura del presidente Maduro) sono stati autorizzati dal Congresso degli Stati Uniti, nonostante la Costituzione attribuisca proprio all'organo legislativo bicamerale degli Stati Uniti (equivalente al Parlamento italiano) – e non al Presidente – il potere dell’uso della forza contro un altro Stato sovrano.

La Costituzione degli Stati Uniti d’America ripartisce il potere bellico tra gli organi di governo: l’art. I, sez. 8 attribuisce al Congresso il potere di «dichiarare guerra»; l’art. II designa il Presidente come «Comandante in Capo» delle Forze Armate. Da questa distribuzione dei poteri si origina la disputa, mai pienamente risolta, che accompagna da decenni la storia americana. Secondo l’interpretazione più letterale e rigorosa della Costituzione, l’attacco bellico in Iran, pianificato e attuato da Trump senza l’autorizzazione del Congresso, non risulta legittimo, in quanto incostituzionale. David Janovsky, direttore di The Constitution Project presso il Project on Government Oversight (un'organizzazione indipendente e apartitica con sede a Washington, D.C.,), ha dichiarato: «La Costituzione è chiara: il Congresso ha l'autorità esclusiva di dichiarare guerra […]. Le azioni militari di rilievo dovrebbero avere il sostegno di più di un singolo leader: ecco perché la Costituzione richiede che siano i rappresentanti del popolo a prendere queste decisioni». La War Powers Resolution (WPR) del 1973 è la legge federale volta a limitare il potere del Presidente di impegnare gli Stati Uniti in un conflitto armato senza il consenso del Congresso. Questa legge impone al Presidente tre obblighi: notificare al Congresso l'impiego delle forze armate in un'azione militare entro 48 ore dall’inizio delle ostilità; cessare le operazioni militari entro il termine di 60 giorni (prorogabili per non più di 30 giorni) in mancanza di specifica autorizzazione o dichiarazione di guerra del Congresso; ritirare le forze armate statunitensi se il Congresso adotta una risoluzione in tal senso. Il professor Kermit Roosevelt, esperto di diritto costituzionale, raggiunto da FactCheck.org, ha ribadito che la WPR non autorizza il Presidente «a fare ciò che vuole per 48 ore prima di notificare il Congresso, o per 60 giorni anche se il Congresso non approva»: la legge – spiega il professor Roosevelt – consente il ricorso alla forza solamente in presenza di tre condizioni: «(1) una dichiarazione di guerra; (2) un'autorizzazione statutaria specifica o (3) un'emergenza nazionale creata da un attacco contro gli Stati Uniti, i suoi territori o possedimenti o le sue forze armate». Nessuno dei tre presupposti appare si sia verificato per la guerra in Iran (e per le altre operazioni militari avviate da Trump sin dall’inizio del suo mandato).

Sulla questione della scadenza del termine di 60 giorni previsto dalla War Powers Resolution – entro il quale il Presidente deve porre fine ad attacchi bellici che non siano stati autorizzati dal Congresso – è intervenuto David Janovsky, affermando che  «Contrariamente a quanto affermato dall'amministrazione, il cessate il fuoco in Iran non interrompe il conto alla rovescia di 60 giorni e la guerra in Iran non è finita. La Marina statunitense sta imponendo un blocco navale contro le navi iraniane, il che costituisce ostilità ai sensi della Risoluzione sui poteri di guerra». Janovsky ha altresì precisato che «questa guerra non sarebbe mai dovuta iniziare. È sempre stata illegale […] non c'era alcuna ‘minaccia imminente’ che avrebbe permesso al potere esecutivo di iniziare unilateralmente una guerra. Ma ora che abbiamo raggiunto il sessantesimo giorno, il presidente non ha alcuna base legale per continuare le ostilità in Iran senza l’approvazione del Congresso…».

L’operazione militare degli Stati Uniti in Iran rappresenta una dei casi più eclatanti del fenomeno che la dottrina americana denomina executive aggrandizement (l'espansione dei poteri presidenziali). Gli argomenti dell’Amministrazione Trump vengono giudicati diffusamente insufficienti: l’art. II della Costituzione americana non autorizza guerre offensive “massive e continuative” contro uno Stato sovrano e la WPR non è stata rispettata nella sostanza. Il nodo, tuttavia, rimane politico prima ancora che giuridico, perché nessun tribunale americano ha mai dichiarato incostituzionale una guerra presidenziale. Lo stesso Janovsky, intervistato dal Time, ha ammesso che «non esistono precedenti di un presidente chiamato a rispondere legalmente di una guerra incostituzionale»