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La gita in Libia di Sarkozy e Cameron

In altri tempi, e fino a ieri, sarebbe stato inimmaginabile che i capi dei governi di Parigi e di Londra si precipitassero come due piazzisti impazienti di fare affari in un paese di cui avevano appena fatto cadere il regime al potere.

Speriamo che almeno uno dei due ci sia andato soltanto perché, visto che ci andava quell’altro, non poteva fare diversamente. Sarebbe infatti troppo triste dover ammettere che sia il Presidente della Repubblica Francese che il Premier britannico, ossia i capi di governo di due dei maggiori paesi del G8, di due antiche grandi potenze, si siano volontariamente ridotti a fare in Libia la parte che giovedì scorso hanno fatto, e che le Tv ci hanno impietosamente mostrato. In altri tempi, e fino a ieri, sarebbe stato inimmaginabile che i capi dei governi di Parigi e di Londra si precipitassero come due piazzisti impazienti di fare affari in un paese di cui avevano appena fatto cadere il regime al potere, mentre durava ancora la resistenza armata delle forze fedeli al governo spodestato e quando ancora gli insorti non erano riusciti a sostituirlo con nulla di stabile.

Ai loro bei tempi Francia e Gran Bretagna in casi del genere usavano gestire la transizione a livello di “pro-consoli” e di diplomatici in missione straordinaria, non certo a livello di capi di governo, ma nemmeno di ministri. Il momento del riconoscimento ufficiale arrivava molto dopo, a fase di transizione compiuta e a situazione politica stabilizzata.


Dal nostro punto di vista, ovvero dal punto di vista del Paese la cui posizione dominante nell’interscambio euro-libico Francia e Gran Bretagna vogliono scalzare, c’è di buono che con la loro gita a Tripoli e a Bengasi Nicolas Sarkozy e David Cameron hanno fatto agli occhi di tutto il mondo arabo una ben meschina figura. Lo stile informale e bonaccione, un po’ da campagna elettorale, che i due hanno sfoggiato in Libia non ha fatto un buon effetto in ambiente arabo dove viene giudicato un segno molto più di debolezza che di forza.

D’altra parte l’unico Paese imperiale del nostro tempo, gli Stati Uniti, dimostra in queste materie una consapevolezza ben maggiore di quella delle vecchie potenze europee. Qualcuno ha mai visto in Tv il presidente Obama ripreso mentre parla al telefonino o premuto da una folla di giornalisti e con una selva di microfoni puntati alla gola? Qualcuno ha mai visto un presidente Usa che corre in Centroamerica a sollevare in segno di vittoria il braccio del nuovo capo di Stato salito al potere magari grazie a un golpe finanziato dai servizi segreti di Washington? La folla di libici festanti attorno a Sarkozy e a Cameron, che le Tv ci hanno fatto vedere, significa poco o nulla. In circostanze del genere una folla festante non si nega a  nessuno.

Sta di fatto che in Libia le proverbiali bocce non sono ancora affatto ferme, che Gheddafi e suo figlio Saif-al-Islami sono ancora alla macchia e che sussistono consistenti unità militari a loro fedeli che, alternando con molta efficacia momenti di resistenza sul terreno a momenti di dispersione, sfuggono alle sacche in cui gli insorti cercano di rinchiuderli senza minimamente avere le capacità tecniche e logistiche che occorrono per gestire con successo operazioni del genere.

Ciò detto è anche doveroso aggiungere che la gita in Libia di Sarkozy e Cameron segna il culmine simbolico di un processo con cui si sta ponendo una pietra tombale sull’auspicata “politica estera” dell’Unione Europea. Che Unione è quella in cui due Paesi membri, la Francia e la Gran Bretagna, si alleano tra loro per fare le scarpe a un altro Paese membro, l’Italia, senza che né la Commissione Europea venga coinvolta e senza che il Parlamento europeo non dico se ne preoccupi, ma almeno se ne occupi?


Frattanto perdura ahimè il… silenzio fuori ordinanza del nostro governo, in questo come in altri casi paralizzato dall’assedio mediatico e giudiziario stretto attorno a Berlusconi dal blocco di “poteri forti” che cerca così di sgretolare la maggioranza di centro-destra votata dal popolo per sostituirla con un governo tecnico, ovvero non democratico.  Che cosa dobbiamo sperare? Che di nuovo, come spesso accadeva  negli anni ’50-’60 del secolo scorso, l’Eni si metta fare la parte che dovrebbe fare la Farnesina? Probabilmente sì, tanto più a giudicare dalle vaghe risposte che un ambasciatore d’Italia evidentemente senza istruzioni dava l’altro ieri agli inviati dei telegiornali italiani a margine della conferenza stampa di Sarkozy e Cameron, evidentemente organizzata alla buona nella sala convegni di un albergo. E’ possibile che malgrado tutto, grazie alla forza dei fatti, il nostro Paese conservi in Libia almeno la gran parte se non tutta la presenza che aveva fino alla presente crisi. Grazie alla forza dei fatti però, non a quella della politica.

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