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In vetta senza limiti, cosa perdiamo se lo sport diventa smart

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Facile come scalare una montagna: un tempo sci, arrampicata e alpinismo erano pratiche d'élite che richiedevano anni di esperienza, oggi sono invece esperienze a portata di consumatore, azzerando rischio e fatica. Abbiamo scambiato l'ascesi con l'accessibilità e il prezzo si è rivelato altissimo.

Editoriali 02_07_2026
CARLO CARINO BY AI MID - imagoeconomica

Nella storia dello sci non agonistico sono avvenuti due eventi che hanno cambiato in modo radicale e definitivo il volto di questa pratica: il primo è stato il fenomeno Tomba (Alberto). Con la sua incredibile serie di altrettanto incredibili vittorie ha reso lo sci – uno sport che fino ad allora era d’élite – uno sport di massa. Da un giorno all’altro, centinaia di migliaia se non milioni di italiani che non avevano mai toccato la neve si sono catapultati sulle piste da sci con materiali e abbigliamento «top di gamma», facendo dello sci un fenomeno di moda.

Il secondo evento è stato l’avvento dello sci carving, ossia – come si diceva ai tempi – "sciancrato". Con questa innovazione tecnica, chiunque può curvare in modo "pulito", conducendo la curva; risultato che prima, con sci lunghi due metri e praticamente dritti era prerogativa di pochissimi esperti. Chiariamolo: quello che rendeva lo sci una pratica d’élite non era il costo, decisamente inferiore all’attuale. Era l’ascesi. Riuscire a condurre una curva lasciando sulla neve due binari perfettamente paralleli, in qualsiasi pendenza e condizione di neve, era una faccenda che richiedeva anni e anni di pratica, affinamento della sensibilità, la ricerca della "curva perfetta", e fame, freddo, sonno, fatica.

Così era l’arrampicata: una faccenda per pochi personaggi con caratteristiche – non fisiche, ma caratteriali – particolari. Anche in questo caso, arrampicare era più una filosofia, che uno sport. Se una volta le "palestre d’arrampicata" erano pareti di roccia in montagna, ora sono pareti di cemento armato con appigli di plastica, di diversi gradi di difficoltà. Il rischio è praticamente azzerato. Tant’è vero che c’è qualcuno che "schioda" le pareti, perché «l’arrampicata deve essere elitaria».

Stessa cosa vale l’alpinismo. La pratica d’élite per eccellenza è diventata anch’essa turistica, "di massa". Si parla di rifugi trattati come alberghi o ristoranti, bivacchi pieni di rifiuti e devastati, di overtourism (in montagna!). La sicurezza (materiali, GPS...) e il confort (parcheggi, funivie...) ha permesso a chiunque di avere accesso all’alta montagna senza alcuna preparazione, né rispetto. Anche in questo caso, emerge timidamente il discorso del "limite": «Arrivare con la macchina il più in alto possibile e sdraiarsi con la copertina su un prato a fare un pic-nic non è vivere la montagna, ma passare del tempo in ambiente montano. La montagna è bella proprio perché pone ognuno di noi davanti a un limite, che è quello delle proprie capacità. Il grande alpinista ha un limite molto alto, la persona che va in montagna per la prima volta ha un limite molto basso, e in mezzo c'è tutto l'universo» (Lo Scarpone. Portale del Club Alpino Italiano).

Vogliamo poi parlare del ciclismo? Anche il ciclismo ha avuto il suo "Tomba": si chiamava Marco Pantani. Grazie a lui l’Italia ha riscoperto il ciclismo e si è incollata al televisore per seguire Giro e Tour. Ma, nonostante Pantani, il ciclismo non è diventato "di massa", e per un motivo molto semplice: anche se seguitissimo, continuava a restare uno sport d’élite: fatica, sudore, polvere, la conquista di ogni pedalata. Poi è arrivata la tecnologia, la e-bike. E, a questo punto, i passi dolomitici, le vette rese celebri dal Giro d’Italia sono diventate accessibili a tutti. L’ascesa non era più una questione di ascesi; era diventata democratica, alla portata di tutti.

In definitiva, la parabola che unisce lo sci carving, le e-bike e le pareti di plastica non è solo una questione di evoluzione tecnica o di flussi turistici: è il ritratto della nostra società contemporanea. Abbiamo barattato l'ascesi con l'accessibilità, convinti che eliminare la fatica, azzerare il rischio e democratizzare l'ascesa fosse una conquista di civiltà. Ma il prezzo di questo scambio si è rivelato altissimo: la perdita della nostra stessa umanità.

Quando tutto diventa a portata di mano, quando il denaro e la tecnologia rimuovono l'ostacolo, rimuovono anche l'occasione per confrontarci con la nostra fragilità, con l'umiltà del fallimento, con il senso del limite. Curvare senza saper sciare, raggiungere una vetta senza averne conosciuto il silenzio e il timore: ci priva di quella pratica quotidiana che educherebbe l'anima alla pazienza, alla virtù, alla contemplazione. E così siamo diventati, da esploratori, consumatori: collezioniamo cime come fossero prodotti, esperienze a rischio zero, paesaggi che non riescono più a toccare la nostra sensibilità interiore. Siamo, ormai, solo turisti che si atteggiano ad asceti.