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Immortalità digitale, il rischio di mercificare l’esistenza

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Se non regolato con attenzione, il "mercato dell’immortalità" rischia di trasformare l’esistenza in un bene scambiabile, dove ricordi, identità e relazioni vengono confezionati come prodotti su misura. La nuva frontiera della Digital Afterlife Industry.

Editoriali 20_02_2026

Il desiderio di oltrepassare la fine biologica non è mai scomparso dall’immaginario collettivo, ma oggi assume forme nuove, intrecciandosi con algoritmi, archivi digitali e sistemi di Intelligenza Artificiale. In questo scenario prende corpo quella che viene definita immortalità digitale: non una resurrezione, bensì la costruzione di repliche virtuali capaci di imitare linguaggio, abitudini espressive e tratti caratteriali di persone scomparse.

Attraverso l’elaborazione di e-mail, messaggi, fotografie, video e contenuti social, software avanzati generano avatar e chatbot che dialogano con i vivi, offrendo una continuità simulata che si colloca a metà strada tra commemorazione e interazione artificiale. Il recente rapporto dell’Eurispes, intitolato “Il mercato dell’immortalità. Nuove società, nuove sensibilità”, analizza il fenomeno inserendolo in un quadro più ampio di trasformazioni culturali, economiche e antropologiche.

Dallo studio emerge come la cosiddetta Digital Afterlife Industry si stia strutturando come un settore in espansione, dove la gestione dell’eredità digitale diventa servizio commerciale e promessa di permanenza simbolica. La memoria individuale, un tempo affidata al racconto e al ricordo condiviso, viene così convertita in patrimonio informatico da conservare, processare e talvolta vendere, con un evidente mutamento nel modo in cui la società concepisce il rapporto tra identità e morte. Il rapporto non limita l’analisi alle sole repliche virtuali, ma le colloca accanto ad altre pratiche orientate al superamento dei limiti naturali: terapie anti-aging, medicina rigenerativa, estensione della vita, fino alla crioconservazione dei corpi nella speranza di future rianimazioni.

Si tratta di percorsi differenti, accomunati però dall’aspirazione a ridurre la vulnerabilità umana e a posticipare, o aggirare, la fine. Particolarmente rilevante è l’attenzione dedicata alle generazioni più giovani. Millennials e appartenenti alla Generazione Z, cresciuti in un ambiente interamente digitalizzato, non considerano queste prospettive semplici fantasie speculative, ma possibilità concrete con cui misurarsi. I dati raccolti evidenziano un atteggiamento ambivalente: curiosità e apertura verso l’innovazione convivono con inquietudini profonde.

Molti giovani dichiarano disagio di fronte alla dissoluzione del confine tra vita e morte, ritenendo che l’interazione con una replica artificiale possa interferire con l’elaborazione del lutto, prolungando l’attaccamento e ostacolando il necessario processo di distacco. Accanto alla dimensione emotiva emerge con forza la questione del consenso: l’idea di ricreare digitalmente una persona senza una volontà esplicita espressa in vita viene percepita come lesiva della dignità individuale. Non è soltanto un problema di tutela dei dati personali, ma di rispetto dell’identità anche dopo la scomparsa.

Non a caso, una quota significativa di intervistati afferma di non desiderare per sé una sopravvivenza digitale, giudicata ambigua e potenzialmente invasiva. Il rapporto sottolinea inoltre come il dibattito non sia confinato all’Italia: studiosi di etica della tecnologia e filosofi mettono in guardia dai rischi connessi ai cosiddetti “fantasmi digitali”, evidenziando criticità quali l’autenticità delle interazioni, la possibilità di inganno emotivo e la progressiva mercificazione del ricordo.

Le tecnologie oggi disponibili, viene ricordato, consentono esclusivamente simulazioni comportamentali; le ipotesi di trasferimento della mente su supporti informatici restano, allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, prive di basi concrete. La distanza tra narrazione futuristica e realtà tecnica rimane quindi ampia, ma ciò non attenua l’impatto sociale delle applicazioni già operative.

Anche una semplice imitazione può produrre effetti reali su chi vi si rapporta, modificando dinamiche affettive e percezioni della perdita. Per questo motivo, dal rapporto emerge l’esigenza di un quadro normativo chiaro e condiviso che sappia governare lo sviluppo del settore, evitando che la logica del profitto prevalga su considerazioni etiche e psicologiche.

L’immortalità digitale, più che offrire una soluzione definitiva alla paura di scomparire, rivela una trasformazione profonda del nostro modo di intendere la presenza e la memoria: in un’epoca in cui ogni traccia può essere archiviata e rielaborata, la finitudine non viene cancellata ma reinterpretata attraverso dispositivi tecnologici. La vera posta in gioco non è tanto la possibilità di sopravvivere in forma virtuale, quanto la ridefinizione dei confini tra ricordo autentico e simulazione, tra continuità simbolica e illusione di permanenza, in una società che deve ancora decidere quali limiti porre alla propria aspirazione di durare oltre il tempo biologico.

Se non regolato con attenzione, il mercato dell’immortalità rischia di trasformare l’esistenza in un bene scambiabile, dove ricordi, identità e relazioni vengono confezionati come prodotti su misura, riducendo la complessità della vita a un archivio di dati monetizzabili e subordinando il significato umano della memoria alle logiche del profitto e della performance tecnologica.