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Ora di dottrina / 201 – La trascrizione

Il roveto incombusto – Il testo del video

Nello spettacolo contemplato da Mosè sul Sinai, cioè il roveto che arde senza consumarsi, la Tradizione ha visto il segno di Maria Santissima e in particolare della sua verginità: dunque una prefigurazione della maternità divina. La rivelazione del nome di Dio.

Catechismo 15_03_2026

Proseguiamo con l’indagine che riguarda i tipi mariani nell’Antico Testamento, ossia le figure anticipatrici della Santissima Vergine. Abbiamo dedicato delle catechesi all’Arca dell’Alleanza (vedi qui e qui) come prefigurazione di Maria Santissima e quindi all’arricchimento che questo tipo mariano porta alla mariologia, in quanto dischiude degli aspetti insospettabili del ruolo di Maria nella storia della salvezza.

Oggi vediamo un altro riferimento dell’AT; rimaniamo nel libro dell’Esodo, in particolare al capitolo 3. Qui Mosè vede uno spettacolo: un roveto che arde, ma non si consuma. Attratto in qualche modo da questo evento singolare, si avvicina e ode la voce di Dio che gli impedisce di avvicinarsi perché quella terra è sacra e gli fa togliere i calzari. Da lì Dio rivela a Mosè di aver udito il lamento del suo popolo, da lì gli annuncia la prossima redenzione del suo popolo, da lì egli viene mandato, insieme al fratello Aronne, per liberare il popolo dalla schiavitù del faraone e da lì, altro fatto importantissimo, Mosè riceve la rivelazione del nome, il grande nome di Dio.

Andiamo per tappe perché anche qui troviamo tantissimo materiale. La comprensione del roveto che brucia senza consumarsi o che, secondo alcuni Padri, ha al suo interno del fuoco, in tantissimi testi liturgici delle chiese occidentali, bizantine e orientali, è il segno di Maria Santissima e in particolare della sua verginità. Perché? Perché la Madonna racchiude in sé il fuoco divino e non ne rimane bruciata: ella dà alla luce il Verbo di Dio, ma la sua verginità non viene consumata, non viene violata e anzi permane incorrotta. Questa immagine è forse una delle più affermate nella letteratura dei Padri e più presente soprattutto nelle innografie delle chiese orientali e bizantine. Pochi altri tipi mariani hanno una presenza così insistente nei testi a cui abbiamo appena accennato.

Se guardiamo a Occidente, abbiamo una bellissima antifona nel rito romano antico e in particolare nel rito monastico; si canta, se non erro, ai vespri della Circoncisione del Signore, nell’ottava del Natale, cioè nel primo giorno dell’anno, l’1 gennaio, che con la riforma liturgica è diventata anche la festa della Madre di Dio. L’antifona dice: Rubum quem víderat Móyses incombústum conservátam agnóvimus tuam laudábilem virginitátem [Nel roveto che Mosè vide ardere senza consumarsi noi riconosciamo (o Maria) la tua lodevole verginità]. Il parto di Maria è un parto verginale: Dio si fa carne in lei e viene nel mondo attraverso di lei senza consumare, senza violare la sua verginità. Questo è il tema proposto da questa antifona che troviamo trasversalmente, da Oriente a Occidente, in diversi testi liturgici e patristici.

Per esempio, c’è un inno composto da Giorgio, detto l’Innografo, che per la Presentazione di Maria al tempio dice così: «Quel veggente, Mosè, come da Dio iniziato, contemplò sul monte il prodigio della Vergine, o Anna [l’inno è rivolto a sant’Anna, la mamma della Madonna], allorquando vide il roveto che bruciava in modo straordinario pur rimanendo incombusto. Così anche questa, pur accogliendo per intero la fiamma della divinità, rimarrà del tutto intatta e incombusta, essendo da Lui misticamente conservata. Io stesso, contemplandola, rimango stupito e la magnifico. Così costei è il tabernacolo sovraceleste» (in Testi mariani del primo millennio, II, Roma, 1989, p. 303). Giorgio l’Innografo, in questo inno rivolto a sant’Anna, offre questo riferimento: è interessante che nel testo liturgico si dica che Mosè, «come da Dio iniziato», cioè per una rivelazione particolare, vide Maria sul monte, quando vide il roveto incombusto. Come il roveto aveva in sé la fiamma e non rimaneva bruciato, così Maria Santissima aveva in sé la fiamma divina, Dio stesso, senza che la sua umanità, in questo caso, venisse bruciata, consumata, ma anzi veniva custodita da quello stesso fuoco divino. È importante questo dettaglio. Alcuni dicono che quello del roveto è un simbolo dovuto alla fantasia devota: ma non è questo il senso, come vedremo in diversi testi. Per i Padri, per la liturgia, Mosè “vide” Maria Santissima: vide cioè il roveto incombusto e comprese Maria; ebbe, in questa profezia, una luce interiore per capire che lì era presente quella che sarebbe stata un giorno la Madre di Dio stesso, la Madre del Messia.

Abbiamo un altro testo molto interessante, stavolta di san Giovanni Damasceno, in cui troviamo scritto: «Avendo concepito nel tuo seno Iddio, o Vergine, per opera dello Spirito Santissimo, non fosti consunta. Manifestamente, infatti, il roveto che ardeva senza bruciare te prefigurò al legislatore Mosè, te che accogliesti il fuoco insostenibile» (in Ibi, p. 554). Di nuovo ritorna questo elemento, cioè il roveto era prefigurazione della maternità divina: e questa prefigurazione fu rivelata a Mosè, quindi non è una sorta di invenzione postuma motivata da spirito poetico e da fantasia.

Se andiamo a vedere un altro autore importantissimo, cioè Romano il Melode (ca 490 – ca 556), troviamo quest’altro passo: «Tale fu il fuoco che illuminava il roveto senza consumarlo com’è oggi il Signore incarnato nella Vergine. Non era infatti intendimento di Dio ingannare Mosè e spaventarlo. Era per svelargli l’avvenire che gli faceva vedere come simbolo il roveto incombusto per insegnargli che una vergine avrebbe partorito Cristo e dopo il parto sarebbe rimasta vergine» (in Testi mariani del primo millennio, I, Roma, 1988, p. 702). Anche qui c’è una sottolineatura importante. Si tratta di una vera e propria profezia mariana rivolta allo stesso Mosè. Ripeto, non è una ricostruzione postuma di alcuni autori, ma, come dice il Damasceno, «era per svelargli l’avvenire che gli faceva vedere come simbolo il roveto incombusto»; era una vera e propria profezia di cui Mosè aveva l’intelligenza interiore, una luce interiore per comprenderla. Qui abbiamo un dettaglio in più. Mentre negli altri testi abbiamo la sfumatura del fuoco che non consuma l’umanità di Maria, qui abbiamo la sfumatura del parto verginale: con questa visione Dio voleva insegnare a Mosè che «una vergine avrebbe partorito Cristo e dopo il parto sarebbe rimasta vergine». Qui, a essere inviolata, incombusta, è la verginità stessa della Madonna, a indicare il parto verginale, la maternità verginale.

Sempre nell’ambito dell’innografia e sempre nel mondo greco, in un tropario troviamo quest’altra espressione: «O Madre di Dio, ti magnifichiamo esclamando: tu sei il roveto incombusto in cui Mosè contemplò come fiamma che non si consumava il fuoco della divinità» (in Ibi, p. 928). Dunque, vedete di nuovo questa insistenza: Mosè contempla non solo la figura, ma il senso, il compimento di quella figura. E troviamo qui un dato che emerge in tantissimi inni, ossia la semplice espressione «roveto incombusto»; non viene spiegata la profezia, ma c’è questa semplice espressione, come a dire che è un dato ovvio della Tradizione questa identificazione del roveto con Maria Santissima.

Se ci spostiamo nell’area orientale, nel mondo della Chiesa siro-occidentale, abbiamo un autore, Filosseno di Mabbûg († 523), che dedica un testo a questo fatto: «Mosè era stupito non solo perché osservava il fuoco che rimaneva persistentemente nel roveto, ma anche perché il roveto non bruciava né il suo verde si mutava. Non è detto infatti che Mosè vedeva il roveto circondato dal fuoco; ma che il fuoco ardeva dentro il roveto senza che questo bruciasse». Dunque, vedete questa sottolineatura di cui abbiamo parlato poco prima. Il fuoco era all’interno del roveto, senza consumarlo. Prosegue Filosseno: «Un fatto simile non era solo un prodigio, ma anche una figura. Agli occhi di Mosè era un miracolo; ma in considerazione delle cose che sarebbero accadute in futuro, era pure una figura. La Vergine infatti ha accolto Dio come il fuoco che perdurava nel roveto; e come sul monte il fuoco persistente nel roveto appariva come una duplice realtà, ossia il fuoco e il roveto, così Dio stesso, il quale discese nella Vergine e da lei assunse la natura umana, viene riconosciuto come Dio e come uomo. L’uomo appare allo sguardo, Dio alla mente. Quale uomo poteva essere palpato; ma quale Dio era intangibile; come Dio era totalmente dappertutto; come uomo si trovava interamente nella Vergine» (in Testi mariani del primo millennio, IV, Roma, 1991, pp. 197-198).

Rimanendo nell’area della Chiesa siro-occidentale, troviamo un altro testo, dell’ufficio feriale, dove la Madonna viene intesa come prefigurata nel roveto: «Il roveto che Mosè contemplò sul Sinai, raffigurava te, o Vergine santa; il roveto difatti era simbolo del tuo santo corpo, i rami che non si consumavano della tua verginità. Alleluia, Alleluia! Ed il fuoco del roveto Dio che in te prese dimora» (in Ibi, p. 250). Ritorna questa idea: il tronco del roveto è immagine dell’umanità di Maria Santissima; i rami che non si consumavano erano simbolo della sua verginità, e il fuoco di Dio stesso.

Abbiamo fatto una carrellata di alcuni di questi testi, ma veramente ce ne sono decine e decine che associano Maria Santissima al roveto incombusto. Ripeto, nei testi un po’ più estesi c’è la sottolineatura di una vera e propria profezia: Mosè comprende la visione nella sua profondità, non come un semplice fatto di cui resta stupito; egli comprende la figura perché vede il suo compimento, perché intravede in qualche modo il suo compimento.

Questa figura apre degli scenari molto belli sulla Madonna. Bisogna comprendere il contesto in cui avviene questa teofania a Mosè. Il popolo di Israele – la discendenza di Abramo rappresentata da Giuseppe e dai suoi fratelli che si erano ricongiunti a lui – si era trasferito in terra di Egitto, era cresciuto di numero. E con la morte di Giuseppe e l’oblio di quello che era stato Giuseppe per l’Egitto, il popolo di Israele venne visto sempre più come una minaccia anche per il suo grande numero e quindi venne ridotto in schiavitù. Vennero emesse delle leggi anche per contenere il suo numero attraverso l’uccisione dei figli maschi. E Mosè viene salvato da questo decreto. Dunque, c’è una schiavitù, fatta di lavori forzati. Nella teofania del roveto, Dio rivela a Mosè di avere udito il grido del suo popolo: questo è molto bello perché il fuoco di Dio parla dal roveto, che è segno della Madonna. Cioè, il fuoco divino, che vuole liberare il suo popolo, ascolta e parla dal roveto, ascolta e parla dalla Madonna. Ed è quello che abbiamo visto tantissime volte soprattutto negli ultimi due secoli con le grandi apparizioni mariane, che sono precisamente la voce di Dio che vuole salvare il suo popolo: Dio parla dal suo roveto, parla dalla Vergine Santissima.

Ma c’è ancora un aspetto più profondo di questa identificazione di Maria con il roveto. Nel terzo capitolo del libro dell’Esodo, Mosè chiede a Dio: se mi chiederanno chi mi manda, io cosa dovrò dire agli Israeliti? Fino a quel momento, Dio si era presentato come il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, cioè come il Dio dei padri, ma non aveva ancora manifestato il suo nome proprio. In questa occasione Dio manifesta il famoso nome misterioso, che la tradizione ebraica riporterà come il sacro tetragramma, le famose quattro lettere – YHWH – di cui non conosciamo la pronuncia vocalica. Questo nome, “Io sono colui che sono”, “Io sono colui che è”, è quel nome che non poteva essere pronunciato: l’unico che poteva pronunciarlo, una volta all’anno, era il sommo sacerdote. Lo poteva pronunciare nel Santo dei Santi e solo nel giorno dello Yom Kippur. Ma pare che la dizione corretta di questo nome si sia smarrita a un certo punto, soprattutto probabilmente con il cessare dei sacrifici nel tempio, con la distruzione del secondo tempio. Mosè Maimonide, che è un autore medievale, attesta la non conoscenza ormai della pronuncia di questo nome divino.

Nella rivelazione del nome abbiamo appunto questa espressione: “Io sono”, “Io sono colui che sono”, “Io sono colui che è”; qualcuno traduce anche “Io sono quel che sarò”. Questo nome indica una forte relazione con il verbo essere, con quella che è la struttura profonda dell’essere: prima ancora di essere qualcosa di specifico, Dio è proprio l’essere. Ora, perché è particolarmente interessante questo aspetto? Abbiamo parlato anche noi qualche tempo fa sulla Bussola del fatto che ci sono stati alcuni autori ebrei, esperti dell’ebraico biblico, che hanno avanzato un’ipotesi particolarmente forte, soprattutto per le conseguenze che essa comporta; quando Gesù è stato crocifisso, è stata posta un’iscrizione sopra la croce, la famosa scritta INRI, “Gesù Nazareno Re dei Giudei”; e san Giovanni ci specifica che essa era stata scritta in tre lingue, ebraico, greco e latino. Secondo questi autori, la modalità corretta con cui questo titulus crucis doveva esser stato scritto in ebraico era un po’ diversa dalla semplice traduzione di “Gesù Nazareno Re dei Giudei”. Era “Gesù il Nazareno e Re dei Giudei”.

Ora, questo tipo di versione in ebraico suonava così: Yeshua Hanotsri Wemelek Hayehudim. Le quattro iniziali di queste quattro parole danno precisamente il tetragramma composto dalle lettere Yod, He, Waw, He, YHWH appunto. Questo vuol dire che lì sulla croce le iniziali di queste quattro parole erano nientemeno che il nome di Dio stesso. Allora si capiscono due cose: 1) perché i Giudei chiedono a Pilato di cambiare la scritta e di scrivere che Gesù ha detto questo, ma non che lui è questo: non era semplicemente la dichiarazione di essere il re dei Giudei, ma era la dichiarazione di essere Dio; 2) l’affermazione del Vangelo di Giovanni dove Gesù dice: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono» (Gv 8, 28). Cioè, quando il Figlio dell’uomo sarà elevato, sarà crocifisso, saprete che Io Sono. Questo sembra che sia accaduto letteralmente, perché lì sulla croce c’era proprio scritto il nome che Dio aveva rivelato a Mosè, Io Sono, il famoso tetragramma, che non a caso era il nome pronunciato dal sommo sacerdote nel giorno dell’espiazione. Qui abbiamo Cristo, che è la vittima, il sommo sacerdote, per la grande espiazione del suo popolo.

Ora, perché questo è ancora più importante nel contesto di cui stiamo parlando? Perché vuol dire che Dio rivela a Mosè il suo nome tramite il roveto. Se è chiaro quello che abbiamo detto fino adesso, il fuoco è Dio, il roveto è Maria, vuol dire che il vero volto di Dio, la vera identità di Dio si rivela nel grembo della Madonna, nel grembo di Maria e in particolare in quel parto verginale. Perché la Chiesa ha sempre voluto custodire, sfidando ogni ludibrio pubblico, il parto verginale? Il parto verginale non si era mai visto, perciò poteva facilmente essere – e lo è ancora oggi – oggetto di una certa sufficienza da parte anche del mondo colto. In realtà, questa custodia della verità della verginità perpetua di Maria e del parto verginale era proprio perché questo era il grande segno che Dio aveva parlato tramite lei, che quello che aveva parlato tramite lei è Dio, esattamente come il fuoco che aveva parlato a Mosè dal roveto era Dio, lasciando il roveto incombusto. È importantissimo questo aspetto. Dunque, Dio si rivela a Mosè come il Dio che avrebbe parlato da una donna, da una vergine che sarebbe rimasta nella sua umanità e nella sua verginità: il grande segno è in fondo la rivelazione del Dio fatto carne. E questa rivelazione del Dio fatto carne richiede necessariamente la rivelazione della Madre di Dio, che effettivamente poi è quello che è accaduto nella storia: il dogma della divina maternità è stato quello che per certi versi ha custodito la divino-umanità di Cristo, così come la divino-umanità di Cristo ha custodito la verginità della Madonna.

La prossima volta, se Dio vuole, andremo avanti con questa indagine sulle profezie, i tipi, le figure di Maria Santissima nell’Antico Testamento, che – ripeto ancora una volta – non devono essere viste come delle fantasie a posteriori, ma come qualcosa che era già in qualche modo insito nel segno, perché Mosè, ci dicono i Padri e i testi liturgici, aveva visto con gli occhi interiori la verginità perpetua di Maria Santissima. E ci rivelano appunto qualche cosa che ritroviamo lì nel testo non da un punto di vista puramente narrativo, ma leggendo i testi con quella stessa luce con cui sono stati scritti, con quella stessa luce con cui chi ha vissuto questi eventi, in questo caso Mosè, è stato illuminato per comprenderne il senso; non ancora nella visione, nel senso della realizzazione, ma come annuncio, come profezia. Esattamente come avevamo visto per Abramo nel sacrificio di Isacco: nella vittima animale che Dio aveva preparato al posto di Isacco, Abramo aveva visto il giorno di Cristo. Vi rimando a quella catechesi. È la stessa logica, la stessa dinamica. Ed è Gesù stesso in qualche modo a farsi garante di questa interpretazione dell’evento.



Ora di dottrina / 201 – Il video

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