Il divieto ai minori di partecipare alla vita religiosa in Cina
Un sacerdote si interroga su che cosa teme una società che proibisce ai bambini di andare in chiesa
In Cina viene fatto rispettare con sempre maggiore rigore il divieto imposto dal governo ai minori di partecipare ad attività religiose. Presentato dalle autorità cinesi come una “procedura amministrativa di tutela”, di fatto il divieto viola la libertà religiosa. L’agenzia di stampa AsiaNews ha raccolto le riflessioni in merito di un sacerdote che vive nel paese. “Oggi – scrive il sacerdote – un minorenne può entrare nei centri commerciali, può guardare brevi video fino a notte fonda, può entrare in contatto con ogni genere di informazione caotica su internet; perfino molti luoghi di intrattenimento, in realtà, nessuno riesce davvero a impedirgli di frequentarli. Eppure quando un bambino vuole entrare in chiesa viene fermato sulla porta da una frase: ‘Ingresso vietato ai minorenni’. Vorrei davvero fare una domanda: un bambino che siede tranquillamente in chiesa, chi mai potrebbe minacciare?
Molti definiscono questa cosa una ‘normale misura gestionale’. Ma il problema è proprio questo: la gestione non può trasformarsi nella privazione di diritti fondamentali. Un bambino magari accompagna soltanto i genitori alla messa; magari vuole solo ascoltare gli inni sacri; magari vuole solo dare un’occhiata alla Bibbia; magari vuole semplicemente sedersi in silenzio in chiesa per un po’. Che cosa c’è di così pericoloso? Ciò che merita davvero vigilanza non è mai il fatto che i bambini entrino in contatto con la fede.
Ciò che merita davvero vigilanza è che una società inizi ad avere paura che i bambini entrino in contatto con il vero, il bene e il bello. (…)
Oggi moltissime persone discutono ogni giorno di depressione adolescenziale, ansia, bullismo scolastico, vuoto spirituale, confusione dei valori. Ma dall’altra parte, quei luoghi che originariamente potrebbero aiutare le persone a calmarsi, a imparare l’amore e il perdono, a imparare il rispetto per la vita, a imparare la moderazione e la bontà - le chiese - vengono direttamente chiusi davanti ai bambini. (…)
Una società davvero matura e sicura di sé non avrà mai paura che i giovani riflettano su domande come perché si vive? Che cos’è la verità? Che cosa sono il bene e il male? Che cosa si chiama coscienza? Perché tutte le grandi civiltà comprendono: il vero futuro di una nazione non dipende solo dai grattacieli, non dipende solo dall’economia, ma dipende ancora di più dal fatto che la nuova generazione abbia oppure no un’anima, abbia oppure no il senso del sacro, abbia oppure no un senso dei valori. Se una società permette ai bambini di sprofondare nel consumismo, permette ai bambini di sprofondare nell’intrattenimento, ma ha paura soltanto che i bambini entrino in contatto con la fede e con il significato, allora il vero problema probabilmente non sono più i ‘bambini’.
Naturalmente comprendiamo le preoccupazioni gestionali della realtà. Non imporre attività religiose, non fare indottrinamento estremo, non sfruttare i minorenni: tutto questo dovrebbe essere preso seriamente. Ma ‘evitare l’imposizione’ e ‘vietare l’ingresso in chiesa’ sono due cose completamente diverse. Non si può, per paura dell’‘indottrinamento’, privare insieme anche della possibilità che i bambini entrino in contatto con la fede, conoscano la cultura religiosa e accompagnino i genitori nel culto. (…)
Perché ciò che è davvero pericoloso non è mai che i bambini entrino in chiesa. Ciò che è davvero pericoloso è un’epoca che inizia sistematicamente a tagliare ai bambini le possibilità di entrare in contatto con il vero, il bene e il bello”.

