Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Santa Bernadette a cura di Ermes Dovico
SINISTRA

I media denunciano le contraddizioni dei politici, ma solo di una parte

Ascolta la versione audio dell'articolo

Giusto sottolineare le contraddizioni dei politici, quando cambiano idea all'improvviso o si rimangiano la parola data. Ma è giusto farlo con tutti, non solo con i politici di destra, come fa la maggior parte dei media.

Politica 14_04_2026
Giuseppe Conte aveva promesso di avere un ruolo solo temporaneo (La Presse)

La politica italiana vive da anni immersa in una contraddizione permanente tra promesse solenni e realtà dei fatti, tra dichiarazioni perentorie e successive smentite implicite nei comportamenti. È un fenomeno trasversale, che riguarda tanto la destra quanto la sinistra, e che contribuisce ad alimentare la sfiducia dei cittadini verso le istituzioni. Tuttavia, ciò che rende il quadro ancora più distorto è il ruolo di una parte dell’informazione che, invece di svolgere una funzione di controllo equilibrato e imparziale, tende a evidenziare selettivamente le incoerenze di alcuni attori politici, ignorando o minimizzando quelle di altri. Il risultato è una narrazione parziale, che non aiuta a comprendere davvero la complessità della realtà ma finisce per rafforzare posizioni ideologiche preesistenti.

È giusto, ad esempio, sottolineare le contraddizioni di leader che, quando erano all’opposizione, assumevano posizioni nette e poi, una volta al governo, hanno dovuto rivederle, come nel caso di Giorgia Meloni sulle accise o di Matteo Salvini sul ponte sullo Stretto. Tuttavia, è altrettanto evidente che governare comporta il confronto con vincoli economici, equilibri internazionali e fattori imprevisti che possono rendere impossibile mantenere promesse fatte in un contesto completamente diverso. In questi casi, parlare semplicemente di incoerenza senza considerare le condizioni mutate rischia di essere una semplificazione fuorviante.

Diverso è invece il caso di promesse che non dipendono da fattori esterni ma esclusivamente dalla volontà individuale di chi le ha formulate. Qui il discorso cambia radicalmente, perché viene meno qualsiasi alibi legato alla complessità del governo. Quando un politico dichiara pubblicamente che abbandonerà la scena in caso di sconfitta e poi non lo fa, la questione riguarda direttamente la credibilità personale. Eppure, su questi episodi, l’attenzione mediatica appare spesso meno incisiva, soprattutto quando i protagonisti appartengono a un certo schieramento.

Basti pensare a Matteo Renzi che ormai quasi dieci anni fa, alla vigilia del referendum costituzionale, aveva assicurato che avrebbe lasciato la politica in caso di sconfitta, salvo poi rimanere stabilmente al centro della scena pubblica negli anni successivi. O a Maria Elena Boschi, sua fedelissima, che aveva legato il proprio futuro politico a quell’esito e che, nonostante il fallimento del referendum, è stata successivamente reinserita nei meccanismi di governo, come dimostra la sua presenza nel governo Gentiloni. In questi casi non si può invocare alcun fattore esogeno: si tratta di scelte precise, che smentiscono impegni altrettanto chiari. Eppure, tali incoerenze non ricevono la stessa enfasi mediatica riservata ad altri episodi.

Ancora più emblematico è il caso di Giuseppe Conte, che aveva costruito la propria immagine su un’idea di temporaneità e discontinuità rispetto alla “vecchia politica”, promettendo di svolgere un servizio limitato nel tempo per poi tornare alle proprie attività professionali. Dichiarazioni nette, ribadite più volte, che lasciavano intendere una distanza culturale dal professionismo politico. Col passare del tempo, però, quella prospettiva si è trasformata in una permanenza sempre più stabile, accompagnata da una crescente capacità di adattamento a contesti e alleanze anche molto diversi tra loro. Dalle aperture inizialmente impensabili fino alla disponibilità a guidare nuove esperienze di governo, il percorso di Conte racconta una trasformazione che stride con le premesse iniziali.

Le parole pronunciate in passato da Giuseppe Conte restano agli atti e mostrano chiaramente come l’orizzonte dichiarato fosse limitato a una singola esperienza. E invece, nel giro di pochi anni, si è assistito a una progressiva normalizzazione della sua presenza politica, fino a ipotizzare ulteriori sviluppi e nuovi incarichi. Non si tratta di giudicare la legittimità di tali scelte, ma di evidenziare la distanza tra ciò che era stato promesso e ciò che è accaduto. Una distanza che meriterebbe lo stesso livello di attenzione critica applicato ad altri leader.

A rendere il quadro ancora più significativo è il fatto che queste evoluzioni sono spesso accompagnate da alleanze che, in passato, venivano escluse con toni categorici. Il superamento dei “mai con” è diventato una costante, giustificata di volta in volta con la necessità di garantire stabilità o di rispondere a emergenze contingenti. Anche in questo caso, la politica ha le sue logiche e le sue esigenze, ma ciò non cancella il contrasto con dichiarazioni precedenti che avevano contribuito a costruire consenso proprio sulla base di quelle esclusioni.

Un ulteriore esempio recente riguarda Silvia Salis che, dopo aver dichiarato di voler rispettare fino in fondo il mandato ricevuto come sindaco di Genova, non ha escluso la possibilità di accettare un ruolo di leadership nazionale. Anche in questo caso si tratta di una legittima evoluzione personale e politica, ma che appare in contraddizione con un impegno assunto esplicitamente davanti agli elettori e che meriterebbe una riflessione critica altrettanto rigorosa.

Nel frattempo il sistema mediatico continua a raccontare queste dinamiche in modo diseguale. Una parte del giornalismo, in particolare quella più vicina culturalmente alla sinistra, appare molto attenta a mettere in luce le contraddizioni degli avversari politici, mentre mostra maggiore indulgenza nei confronti di quelle che riguardano figure come Matteo Renzi, Giuseppe Conte o Silvia Salis.

Questo atteggiamento non solo altera il dibattito ma finisce per indebolire la stessa funzione del giornalismo, che dovrebbe essere quella di controllare il potere in modo equo e indipendente. Quando la critica diventa selettiva perde forza e credibilità, trasformandosi in uno strumento di parte anziché in un presidio di trasparenza. E alla lunga questo danneggia tutti, perché contribuisce ad alimentare la polarizzazione e a ridurre lo spazio per un confronto basato sui fatti.

In conclusione, le incongruenze della politica sono un dato di fatto e riguardano tutti gli schieramenti, da Giorgia Meloni a Matteo Salvini, fino a Matteo Renzi, Giuseppe Conte e Silvia Salis. Ma proprio per questo motivo dovrebbero essere raccontate con lo stesso rigore e la stessa onestà intellettuale, senza doppi standard. Solo così si può restituire ai cittadini un quadro realistico e completo, evitando che la critica si trasformi in propaganda e che l’informazione perda il suo ruolo fondamentale in una democrazia matura.