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“Guardare” l’epidemia con due romanzi di Camus

Ci dicono che, grazie al vaccino, siamo alla fine del “tunnel” del Covid 19, ma in realtà temiamo e sappiamo che non ce ne libereremo così presto. In questa difficile situazione vale la pena leggere in coppia due opere di Camus, la più famosa La peste e l’ultimo romanzo incompiuto Il primo uomo, che ci aprono squarci illuminanti sulla condizione umana, ferita dalla sua ineliminabile finitudine ma sempre aperta alla solidarietà tra gli uomini e alla speranza.

“I flagelli, invero, sono una cosa comune, ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sulla testa”. Così Albert Camus, nelle prime pagine de La peste,  commenta la reazione della popolazione all’arrivo imprevisto negli anni Quaranta, nella città di Orano sulla costa algerina, di una terribile epidemia: atteggiamento che assomiglia incredibilmente alla negazione ottusa e improvvida che abbiamo visto in Europa e in tutto il mondo di fronte all’irrompere inesorabile della recente pandemia di Covid 19. Abbiamo pensato, soprattuto purtroppo lo hanno creduto anche i nostri governanti, che noi non ne saremmo stati toccati, dimostrando un’ignoranza e una presunzione colpevoli. Eravamo del tutto impreparati, proprio come il protagonista-narratore dottor Bernard Rieux, che nel romanzo combatte con tutte le sue forze, con onestà e coraggio, per curare i malati e sconfiggere il morbo, senza rassegnarsi mai al male. “Non so quello che mi aspetta, né quello che accadrà, dopo. Per il momento ci sono dei malati e bisogna guarirli”. È quello che grazie a Dio hanno fatto senza sosta anche i nostri medici e infermieri, indipendentemente dall’esito del loro impegno inesausto nella prima, nella seconda e nella terza ondata. Ed è l’impegno richiesto a ciascuno di noi, nel proprio piccolo, aldilà delle diverse posizioni ideologiche, con l’unica preoccupazione del bene comune.

“La sola maniera di lottare contro la peste è l’onestà... che cosa sia in genere, non lo so; ma nel mio caso, so che consiste nel fare il mio mestiere”. Così il dottor Rieux , alter ego di Camus, chiarisce il suo atteggiamento di fronte al male, e potrebbe essere una ragionevole proposta di vita per tutti anche oggi, in questa pandemia. Perché, come per Rieux, pure per noi il Covid 19 può essere un’occasione, un insegnamento, forse lo stesso che ha spinto il medico a scrivere la cronaca della peste. Cioè “per dire semplicemente quello che si impara in mezzo ai flagelli: che ci sono negli uomini più cose da ammirare che non da disprezzare”. Il che, in tempi di ricorrente polemica gratuita e di ricerca sfrenata delle responsabilità, non è un indicazione da poco. Ci viene in aiuto, in questa prospettiva, anche l’ultimo romanzo incompiuto di Camus, Il primo uomo, affascinante e illuminante racconto autobiografico del grande autore francese contemporaneo. In realtà non si possono comprendere in profondità il suo pensiero, e le sue opere più note, se si prescinde da quest’ultima fatica, scritta nel 1959 e rimasta incompiuta. Pubblicata postuma solo nel 1994, è stata ricostruita dalla figlia Catherine in base al manoscritto ritrovato fra le lamiere dell’auto dove lo scrittore trovò la morte in un incidente il 4 gennaio 1960, ad appena 46 anni.

Camus ripercorre la sua infanzia poverissima ma felice nell’Algeria francese, in una modesta famiglia di pieds-noirs, i coloni di origine europea.  Il suo riscatto avvenne grazie al suo amato maestro Louis Germaine. “Senza di lei, senza quella mano affettuosa che lei tese a quel bambino povero che io ero, senza il suo insegnamento e il suo esempio, non ci sarebbe stato nulla di tutto questo”, gli scrive in una lettera di ringraziamento  all’indomani del conferimento del Nobel per la Letteratura nel 1957. Il percorso nella memoria del protagonista de Il primo uomo, Jacques Cormery, in cui si rispecchia totalmente lo scrittore, è in fondo una confessione d’amore, la certezza della possibilità di diventare pienamente uomo, qualunque sia la condizione originaria di partenza. Camus, infatti, è cresciuto senza padre (morto giovanissimo, quando Albert aveva solo 11 mesi, nella Francia lontana della prima guerra mondiale, un conflitto per lui incomprensibile), e ha vissuto l’infanzia in una terra d’emigrazione primitiva e accecante come quella algerina. Fu amato profondamente da una madre analfabeta, dolce e silenziosa e una nonna severa ma impavida, che non erano però in grado di alzare lo sguardo al di là del piccolo e limitato orizzonte di una miseria dignitosa.

Nel romanzo è il maestro Bernard a credere e a combattere per la possibilità di un futuro per Jacques, un ragazzo apparentemente senza speranze e senza futuro. Svolge il suo lavoro con passione e rigore, non si arrende all’ingiustizia e alla povertà, insegnandogli la capacità di lottare, la volontà di non arrendersi. Camus non rinnega nulla del suo difficile passato di ragazzino emarginato, quando veniva punito dalla nonna perché consumava le suole delle scarpe giocando a pallone e si ingegnava a ripararle di nascosto; quando doveva lavorare durante le vacanze estive per aiutare economicamente la famiglia; quando soffriva per l’assenza dolorosa del padre, morto troppo presto, e per la presenza incombente di una nonna che prendeva la frusta ogni volta che tornava tardi, perché era andato a giocare sulla spiaggia con i compagni. Ma ciò che più colpisce in questa sorta di libro della “memoria involontaria”, raccontato con la passione affettuosa del ricordo, è la strada indicata con certezza, assolutamente evidente anche nel romanzo più famoso, La peste.

Camus è certo che non c’è condizione umana che impedisca di essere uomo, anche se tu fossi “il primo uomo” in un ambiente misero, violento e confuso. C’è sempre un appiglio, una possibilità: è in fondo il messaggio di cui ha bisogno l’essere umano di ogni tempo, e dunque a maggior ragione di questa epoca di sofferenza e incertezza legate alla pandemia. Anzi, ci fa capire lo scrittore francese, più è dura e difficile l’origine della propria esistenza, la lotta per la realizzazione dei propri desideri, per la conquista della propria umanità, tanto più occorre mantenerne memoria, anche con gratitudine. Leggendo Il primo uomo si intuisce che senza quella storia personale ardua e impegnativa Camus forse non avrebbe potuto scrivere La peste, un romanzo che non rinnega il male, ma lo guarda con coraggio e aperta speranza. Proprio lo sguardo che dovremmo avere noi per affrontare, alla fine della pandemia, un futuro che si presenta pieno di incognite.

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