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COMUNISMO

Fuga dalla Corea del Nord, il racconto di un sopravvissuto

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Una fuga che ricorda quelle dei tedeschi dell'Est: un nordcoreano è fuggito con tutta la famiglia su una piccola barca da pesca, verso la Corea del Sud. Le sue memorie del Nord sono un racconto dell'orrore. 

Esteri 07_12_2023
Confine nella zona demilitarizzata

Durante la Guerra Fredda, la fuga dalla Germania Est è stata una delle storie più drammatiche e al tempo stesso emozionanti d’Europa. Rivelando coraggio e creatività, un piccolo numero di cittadini della Ddr fuggì dal paese comunista attraverso tunnel scavati sotto il muro di Berlino, mini-sommergibili nel Baltico, auto truccate per nascondere una o più persone e persino una mongolfiera. La storia si ripete anche in Corea del Nord. Con una rocambolesca attraversata del Mar Giallo, a bordo di una piccola barca da pesca, una famiglia intera è riuscita ad approdare sulle spiagge dell’isola sudcoreana di Yeonpyeong, al largo della costa nord-occidentale della penisola coreana. Mesi dopo il viaggio che, in maggio, li ha portati verso la libertà, l’ideatore del piano, che si fa chiamare Kim (la sua identità è nascosta, per ragioni di sicurezza) ha raccontato la sua storia incredibile alla BBC.

La sua fuga, meticolosamente preparata per un anno, ricorda veramente storie analoghe della Germania Est, ai tempi del muro. Prima di tutto, Kim, ha convinto suo fratello e la cognata a partecipare al piano. Essendo pescatori, potevano aiutare con la barca che avevano a disposizione. Questi hanno persuaso una vicina base militare a farsi inserire in un giro semi-clandestino di pesca a favore dei militari (che a loro volta avrebbero rivenduto il pesce in cambio di equipaggiamento). Kim stesso ha spiato le guardie del suo tratto di costa, per conoscerne orari, cambi e abitudini. Poi, fingendo di raccogliere erbe mediche, ha mappato, assieme al fratello, un percorso sicuro attraverso un campo minato: la presenza di mine significa anche minor presenza di guardie in carne ed ossa.

La parte più difficile del piano è stato convincere la madre e la moglie a venire con lui. L’anziana è stata persuasa dai suoi figli col ricatto sentimentale: o veniva anche lei, o non sarebbe partito nessuno. La moglie di Kim si è convinta solo dopo aver scoperto di essere incinta. «Ora non sei più sola. Vuoi far crescere nostro figlio in questo inferno?» racconta di averle chiesto Kim. Per evitare di lasciare la tomba del padre in balia dei militari nordcoreani, ha deciso di portarsi con sé anche le sue ceneri.

Mille cose potevano andare storte. Ma il piano ha funzionato. Per evitare sorprese dalla guardia costiera, Kim ha scelto di partire durante una bufera, altra scelta rischiosa e contro-intuitiva, ma ha avuto ragione: a causa del maltempo c’erano meno pattuglie. Il fratello e la cognata hanno portato anche i loro figli, li hanno sedati e nascosti dentro sacchi usati per il pescato. Non sono stati intercettati nel breve tratto di mare, una decina di km, che li separava dal confine marittimo del Sud. Una nave è stata avvistata quando erano ormai praticamente al sicuro. Kim racconta di essersi sentito sciogliere dopo tutta quella tensione.

Perché fuggire dal “paradiso dei lavoratori”? Una prima risposta che possiamo trarre dal racconto di Kim è il lockdown per il Covid. Come è già noto, dai racconti di altri defezionisti, le misure anti-pandemiche nordcoreane sono state peggiori ancora rispetto a quelle cinesi. Per un solo caso di infezione veniva chiuso l’intero villaggio. La televisione bombardava la popolazione con messaggi terrorizzanti (come da noi): venivano continuamente mostrate le scene dei morti di Covid nel mondo e si avvertiva che la trasgressione delle regole anti-pandemiche avrebbe portato all’estinzione del paese. Chi disobbediva, poteva finire in un campo di lavoro. A differenza del nostro lockdown, i segregati in casa non potevano comprare autonomamente cibo e, in un sistema collettivista come quello nordcoreano, potevano riceverlo solo dallo Stato. Non sempre il cibo veniva distribuito. «Dopo aver affamato la gente per un po’, il governo faceva arrivare camionate di cibo. Sostenevano di vendere il cibo a buon mercato, in modo che la gente li elogiasse - come se si facesse morire di fame il proprio bambino, per poi dargliene una piccola quantità, in modo che ti ringraziasse», racconta Kim.

Dopo il lockdown per il Covid, soprattutto, la popolazione fa la fame, letteralmente. La Corea del Nord ha sigillato i confini e ha impedito ogni rifornimento esterno, troppo a lungo. Nessuno ha i dati su quanti siano morti in questa seconda carestia (dopo quella degli anni 90), ma Kim racconta di aver ricevuto settimanalmente notizie di persone morte di fame.

Kim e la sua famiglia sono scampati illesi sia al lockdown che alla carestia che ne è seguita. In un sistema collettivista, senza libera impresa e senza proprietà, Kim si era dato al mercato nero, prima importando moto e televisioni dalla Cina, poi, quando è iniziato il lockdown, si è riciclato nella borsa nera degli alimentari. Dunque non ha mai patito la fame e si è personalmente arricchito.

Sono dunque altri i motivi per cui ha deciso di fuggire. Nell’aprile del 2022 ha dovuto assistere all’esecuzione pubblica di un ragazzo che aveva l’unica colpa di aver visto e condiviso film e musica dalla Corea del Sud. L’esecuzione è avvenuta nell’ambito di un’operazione di repressione durissima dei “comportamenti anti-sociali”, per eliminare ogni influenza dal Sud. Il suicidio di un amico, poco dopo, è stata la proverbiale goccia che ha fatto traboccare il vaso. Che cosa spinge una persona a rischiare la vita pur di fuggire? L’assenza di dignità, il terrore continuo in un regime in cui nessuno è mai al sicuro e alla vita non viene attribuito alcun valore. Racconta di quando una pattuglia di poliziotti ispezionò la sua casa, ricordandogli, a male parole, che nulla è di sua proprietà, tutto è dello Stato, compresa l'aria che respira. 

Cambiare vita è una scelta difficile, anche quando i piani riescono bene. Pare che la moglie e la madre di Kim non riescano ad adattarsi ad un ambiente tanto diverso quale è quello di Seul. Ma almeno sono vivi. Al contrario, potrebbero non rimanerlo a lungo i nordcoreani che sono fuggiti in Cina e sono stati arrestati e rispediti al mittente. Ad ottobre, il governo di Seul denunciava il rimpatrio di circa 600 di loro. Li attende, come minimo, un periodo di anni di campo di lavoro, in condizioni estreme. Sono l’ultimo scaglione di circa 8mila cittadini nordcoreani rimpatriati con la forza, quasi sempre dalla Cina.