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Etiopia, dalla guerra nel Tigrai alla carestia indotta

Etiopia ancora alle prese con la guerra civile nel Tigrai, la regione che ha proclamato la sua secessione e che l'esercito di Addis Abeba non è ancora riuscito a riconquistare. Il governo di Abiy ha dichiarato il cessate il fuoco unilaterale, ma i tigrini non ci stanno. A farne le spese la popolazione, vittima di una carestia provocata dalla guerra.

Polizia etiope in parata

La guerra in Etiopia, iniziata lo scorso 4 novembre con l’attacco dei combattenti del Fronte popolare di liberazione del Tigrai (Fplt) a una base militare governativa di Macallé, è entrata in una nuova fase con la decisione di quattro regioni di inviare le proprie truppe a sostegno dell’esercito federale (Endf). Il primo ministro Abiy Ahmed parlando in parlamento il 5 luglio aveva detto che l’Etiopia era in grado di mobilitare entro una settimana circa 100mila militari degli eserciti speciali regionali. Per prima a scendere in campo il 14 luglio è stata la regione Amara che confina con il Tigrai e ne rivendica le fertili terre meridionali e occidentali dove vivono molti Amara. Il 16 luglio tre altre regioni hanno annunciato l’invio di militari. Sono l’Oromia, la regione più vasta e popolosa del paese, la Regione delle Nazioni, nazionalità e popoli del Sud (Rnnps), che comprende oltre 45 gruppi etnici, e il Sidama, autonomo dal 2019 quando ha ottenuto di staccarsi dall’Rnnps.

Ma anche l’Fplt sostiene che migliaia di nuovi volontari affollano gli uffici di reclutamento in tutta la regione del Tigrai e dice di disporre di una forza militare almeno altrettanto grande e soprattutto determinata a combattere a oltranza. Forza e determinazione ha dimostrato di averne, in effetti. Dopo i primi successi e una prematura dichiarazione di vittoria delle forze governative, la guerra è continuata. Anzi, a giugno l’Fplt ha riconquistato gran parte del territorio regionale dal quale era stato costretto a ritirarsi e il 28 giugno ha addirittura ripreso il controllo della capitale della regione, Macallé.

Immediatamente il governo ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale. Però i tigrini dapprima non l’hanno accettato, replicando di essere decisi a continuare la guerra e deridendo la mossa di Abiy che hanno definito un tentativo di nascondere le sconfitte subite sul campo e la cattura da parte loro di migliaia di prigionieri di guerra. Poi hanno fatto sapere di essere disposti a deporre le armi, ma solo a certe condizioni, tra cui il ritiro di tutte le truppe governative dall’intero territorio del Tigrai, il riconoscimento del governo tigrino, il ripristino dei confini regionali pre-guerra e la sospensione dei blocchi stradali che impediscono l’accesso alla regione ad eccezione dei convogli che trasportano aiuti umanitari alla popolazione.  

A rafforzare la posizione del primo ministro nel frattempo sono arrivati i risultati delle elezioni parlamentari e regionali svoltesi il 21 giugno. Il partito della Prosperità di Abiy, nel quale nel 2019 si sono fusi i partiti a base etnica e al quale l’Fplt ha rifiutato di aderire, ha vinto 410 dei 436 seggi del parlamento e Abiy è stato rieletto per un secondo mandato di cinque anni. Il 22 luglio decine di migliaia di suoi sostenitori si sono radunati nella capitale Addis Abeba per celebrare il loro leader, manifestare sostegno all’esercito federale, condannare i ribelli tigrini e festeggiare la conclusione della seconda delle cinque fasi previste per portare a regime l’acqua della Grande diga della rinascita etiope, un invaso sul fiume Nilo che sarà il più grande sbarramento idroelettrico del continente africano e il settimo del mondo.

Forte del consenso dimostratogli, Abiy ha revocato il coprifuoco unilaterale. Pochi giorni prima in un comunicato si era spinto a definire l’Fplt “un cancro” per il Paese. Ma la situazione è critica. “A meno di un radicale cambiamento a breve, l’Etiopia è sulla strada di diventare uno “Stato fallito”, imploso – commenta Matt Bryden, un analista politico dell'Istituto Sahan Research – cinque anni fa l’esercito etiope era il più potente della regione. Il fatto che non possa mettere al sicuro il Tigrai dimostra quanto in fretta si sia deteriorata la situazione”.

Come sempre, a farne le spese sono i civili. Militari governativi e milizie tigrine sono accusati di massacri, abusi, violazioni dei diritti umani. La crisi umanitaria conseguenza dei combattimenti, dei mancati raccolti, dei mercati sprovvisti di merci è ormai di proporzioni insostenibili. Coinvolge a gradi diversi di sofferenza, 5,2 milioni di persone: 3,1 milioni in situazione critica, 1,7 milioni in situazione di emergenza e circa 400mila colpite da carestia, il numero più alto dalla carestia del 2011 in Somalia. Ma il Programma alimentare mondiale si è visto costretto a sospendere la distribuzione delle razioni alimentari dopo che un convoglio di dieci automezzi diretto nel Tigrai è stato attaccato il 18 luglio nella regione Afar. Adesso più di 200 automezzi carichi di generi alimentari e di prima necessità sono fermi nella capitale regionale Semera e non partiranno per il Tigrai finché non saranno garantite condizioni di sicurezza.

Alex de Waal, direttore esecutivo della World Peace Foundation, sostiene che quella del Tigrai è una carestia “man-made”, creata dall’uomo: «non c’è siccità – dice replicando a chi parla di cambiamenti climatici e altre cause – e anche gli sciami di locuste dell’anno scorso se ne sono andati», la crisi umanitaria è stata innescata dalla guerra. L’inviato speciale degli Stati Uniti Jeff Feldman è d’accordo: «non aspettiamo di contare le bare per dire la verità sulla crisi nel Tigrai, la responsabilità è solo e unicamente umana».

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