• COMUNISMO CINESE

Cina, guai a denunciare la repressione degli uiguri

Cina, il marchio di abbigliamento svedese H&M è sotto pesante attacco sui social e boicottaggio. Sanzioni sono state applicate su politici ed entità dell'Ue e britanniche. Perché osano denunciare la violazione dei diritti umani nello Xinjiang, la regione autonoma a maggioranza uigura duramente repressa da Pechino. Che non vuol sentire critiche.

Manifestazione di esuli uiguri

Come tanti altri regimi comunisti del passato, anche la Cina è solita ritorcere le accuse contro i suoi critici. In questi giorni di primavera, il marchio di abbigliamento svedese H&M è sotto pesante attacco su tutti i social network cinesi e sta iniziando a subire un boicottaggio con gravi danni ai suoi conti. Perché calpesta i diritti umani nella sua catena produttiva? Al contrario. Perché osa denunciarli in Cina. Negli stessi giorni in cui H&M viene colpita dal boicottaggio, anche cinque europarlamentari e nove cittadini britannici sono stati sottoposti a sanzioni dal governo di Pechino. Anche qui: perché hanno violato i diritti dei cinesi? No, solo perché hanno denunciato la violazione di diritti umani in Cina.

La questione al centro della controversia e delle sanzioni cinesi è quella dello Xinjiang. La grande regione autonoma della Cina occidentale, Turkestan orientale secondo i suoi abitanti in maggioranza turcofoni e di religione musulmana, è oggetto di grande attenzione del regime di Pechino. Come per il Tibet, sta subendo un vero genocidio culturale, le cui vittime principali sono i cittadini di etnia uigura. Questi sono deportati in massa, 1 milione secondo stime dell’Onu, in speciali campi di rieducazione, dove vengono costretti ad abiurare la fede, abbracciare la tradizione cinese e perdere la propria e imparare ad amare il Partito Comunista. Il tutto a suon di lavori forzati, sessioni di rieducazione di stampo maoista e torture, fisiche e psicologiche. Le testimonianze che lo provano, corredate anche di sempre nuove prove, sono ormai troppo numerose per essere ignorate. La risposta della Cina, tuttavia, è una ferma e costante negazione della realtà. La versione ufficiale di Pechino parla di “scuole di avviamento” e di “centri di de-radicalizzazione” destinati ai soli estremisti islamici. L’opera di indottrinamento, in patria e all’estero, è talmente forte che anche in contesti formali internazionali, come l’ambasciata cinese negli Usa, il regime vanta i risultati della campagna. Come in quel post su Twitter in cui l’ambasciatore, il 7 gennaio, affermava come le donne uigure, grazie alla rieducazione, fossero emancipate e non più “macchine per fare figli”, alludendo alla loro sterilizzazione forzata di massa.

Ci sono aziende occidentali che producono anche in Cina e, consapevoli o meno, nella loro lunga filiera produttiva, si avvalgono della manodopera gratuita dei prigionieri uiguri e di altre minoranze costrette ai lavori forzati. Fra queste è stata accusata, in un’indagine promossa dal quotidiano Wall Street Journal, anche il marchio svedese di abbigliamento H&M. Spontaneamente o perché a rischio di sanzioni occidentali (in gennaio, gli Usa hanno vietato l’importazione del cotone dallo Xinjiang), fatto sta che l’azienda ha preso immediatamente posizione, condannando il lavoro schiavista nei campi di cotone ed esprimendo viva preoccupazione per i rapporti sul lavoro forzato nello Xinjiang. H&M ha affermato di non trarre i suoi prodotti dalla regione e di vietare rigorosamente l’uso di lavoratori forzati nella sua filiera produttiva. Ma proprio per queste dichiarazioni, encomiabili sul piano umano e apprezzabili politicamente da ogni partito occidentale, l’azienda svedese è finita nel tritacarne della propaganda comunista cinese.

“Sparge calunnie per boicottare il cotone dello Xinjiang e al tempo stesso cerca di fare soldi in Cina? Pura illusione!” ha gridato su tutti i social l’organizzazione della Gioventù Comunista, incitando al boicottaggio nazionale. Il commento stesso è valso 30mila condivisioni e 10mila commenti, ma è stato solo l’inizio di un linciaggio social, in stile “sessione di lotta” dei tempi della Rivoluzione Culturale. La ricerca di prodotti di H&M è stata bloccata sui principali mercati online, fra cui Alibaba (la Amazon cinese), Pinduoduo, JD.com. Il tutto, appunto, perché l’azienda svedese ha osato denunciare la schiavitù e assicurare di non sfruttarla.

Parallelamente a questa piccola guerra commerciale, anche a livello inter-Statale, Pechino sta impiegando la stessa tattica: ritorcere. Considerandosi offesa dalle accuse, applica delle contro-sanzioni. Anche con l’Ue, fresca di firma di un grande accordo commerciale bilaterale con Pechino, la Cina è ai ferri corti. Il 22 marzo, sempre sulla questione dello Xinjiang, i ministri degli Esteri dell’Ue hanno congelato i beni posseduti in Europa, da quattro funzionari e un ente governativo cinesi della regione autonoma. Per rappresaglia, Pechino ha imposto sanzioni analoghe (congelamento dei loro beni in Cina e divieto di accesso nel Paese) su cinque europarlamentari, altri tre politici europei e due ricercatori, fra cui Adrian Zenz, uno dei più attivi nel documentare gli abusi del regime comunista nello Xinjiang e nel Tibet. Sanzionati anche entità quali il comitato che riunisce i rappresentanti diplomatici dei Paesi Ue, la sottocommissione per i diritti umani del Parlamento europeo, il Mercator Institute for China Studies di Berlino e una fondazione danese creata da Anders Fogh Rasmussen, ex premier danese e già segretario generale della Nato. “La leadership cinese non si accontenta più di reprimere la libertà di espressione nel proprio Paese, inclusa Hong Kong, ma ora vuole anche intimidire chi in Europa condanna in modo aperto i brutali crimini contro l’umanità commessi in Cina”, ha commentato all’agenzia Asia News Reinhard Bütikofer, capo della delegazione del Parlamento europeo per i rapporti con la Cina, la prima vittima delle nuove sanzioni di Pechino.

Dopo l’Ue, ieri è stata anche la volta del Regno Unito, il cui governo è accusato sempre di diffondere “calunnie” sulla violazione dei diritti umani nello Xinjiang. Cinque parlamentari britannici, membri dell’Alleanza interparlamentare sulla Cina, e quattro associazioni che hanno denunciato la violazione dei diritti umani nella regione autonoma cinese, sono stati colpiti da sanzioni ieri.

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