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cinema

Chuck Norris, il "duro" che non si vergognava di Gesù Cristo

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Il protagonista di Walker Texas Ranger, morto il 19 marzo a 86 anni, era un cristiano senza complessi benché immerso nel circo di Hollywood. Estraneo al politicamente corretto incarnava esattamente ciò che il mondo moderno odia. Non serve arruolare l'attore protestante nel pantheon cattolico, ma la sua è una lezione per i tiepidi.

Attualità 24_03_2026
(AP Photo/Tony Gutierrez, File) Associate Press/ LaPresse

La morte di Chuck Norris, avvenuta in un'isola delle Hawaii il 19 marzo a 86 anni, chiude una parabola singolare: quella di un uomo di spettacolo che, pur immerso nel circo di Hollywood, non si vergognò di parlare di Gesù. E già questo, nel deserto morale dell’Occidente contemporaneo, basta a distinguerlo da un’intera folla di divi, influencer, artisti e saltimbanchi che trovano sempre il coraggio di bestemmiare il cristianesimo, ma mai quello di professarlo.

Chuck Norris era protestante evangelico, ma mentre non pochi cattolici arrossiscono davanti al Vangelo, un attore di film d’azione trovava ancora la forza di dire che senza Dio la vita perde il suo ordine. In un articolo del 2008 aveva dichiarato che l’aborto «non riguarda il diritto di scelta della donna, ma il diritto fondamentale alla vita».
Norris veniva da un’America in cui parole come disciplina, virilità, onore, patria e responsabilità non erano ancora state completamente consegnate alla caricatura progressista. Prima campione di karate, poi volto simbolo del cinema d’azione, costruì la propria fama tra combattimenti, giustizieri, soldati, uomini duri e inflessibili. Da The Way of the Dragon a Missing in Action, da Invasion U.S.A. a The Delta Force, fino a Walker Texas Ranger, una delle fiction più viste degli anni Novanta, incarnò un tipo umano oggi quasi proibito: il maschio che non chiede scusa di esistere.

Nei trenta film nel ruolo di protagonista Chuck Norris ha incarnato precisamente quello che il mondo moderno odia: l’uomo virile, l’autorità, la morale, la difesa degli innocenti e dell'ordine che non si conserva con le chiacchiere sociologiche, ma con l'uso della forza, anche fisica, al servizio del bene. Il sistema liberal-progressista tollera tutto, tranne la normalità; assolve ogni perversione, ma non perdona la rettitudine; celebra ogni trasgressione, ma considera provocatorio un uomo che parli di Dio, di famiglia, di disciplina e di valori tradizionali. Norris, con il suo stile diretto e senza vergogna, risultava insopportabile alla mentalità contemporanea proprio perché ricordava una verità elementare: una civiltà può sopravvivere solo se conserva forza morale, senso del dovere e un riferimento superiore all’ego individuale.

Anche sul piano politico, non si allineò al catechismo laicista imposto dall’oligarchia culturale. Fu conservatore, patriottico, estraneo alle liturgie del politicamente corretto. E questo bastò a renderlo sospetto agli occhi di chi pretende di impartire lezioni di umanità mentre benedice aborto, dissoluzione familiare, corruzione dei costumi, ideologia gender e disprezzo sistematico della legge naturale. Ha sempre sostenuto i candidati repubblicani alla Casa Bianca. Nel 1984 aveva detto al New York Times di essere «un grande ammiratore di Ronald Reagan». Ha sostenuto sia Bush padre che Bush figlio. Nel 2012 si era schierato con Mitt Romney, dicendo che gli Stati Uniti avrebbero avuto «mille anni di tenebre» se Obama fosse stato rieletto. Nel 2016 si era espresso a favore di Trump che, appresa la notizia della morte ha commentato: «Chuck Norris era un bravo ragazzo. Era davvero un duro. Non avresti voluto sfidarlo, te lo dico. Era un mio grande sostenitore».
Il 7 aprile 2009 pubblicò un articolo dove commentava il fatto che molte persone ignoravano le convinzioni religiose di Barack Obama lamentando «il clima di "correttezza politica" che serpeggia per l'intero paese, nel quale le persone hanno paura di manifestare le proprie convinzioni, temendo accuse di intolleranza».

Pur dichiarandosi a favore della libertà di religione, scriveva che «è un dovere, e un privilegio, e nell'interesse della nostra nazione cristiana, quello di scegliere e preferire cristiani per i ruoli di governo» non dovendo dimenticare che «siamo nati come nazione cristiana». Norris non aveva paura a scrivere: «Come George Washington, non credo che un qualunque standard civile o morale potrà essere mantenuto rinunciando a un fondamento religioso», e poi sottolineava: «soprattutto, credo nei vari e tanto poetici articoli del Credo degli Apostoli: Credo in Dio Padre Onnipotente, Creatore del cielo e della terra, e in Gesù Cristo suo unico figlio», proseguendo con il testo del Credo per intero.

Tornando poi a criticare Obama scriveva: «Non c'è spazio per le esitazioni a cui abbiamo assistito nella Settimana Santa. Gesù è il suo nome, e credo che sia venuto in questo mondo per morire per i peccati dell'umanità, che chiunque creda in lui avrà la vita eterna – faccio pubblicamente questa professione di fede oggi esattamente come ritenni opportuno di farla anni fa». «Obama ha forse paura della parola "Gesù"? Io no, e spero sia lì che trovi dimora il mio cuore e la mia mente durante questo periodo in cui un miliardo di persone nel mondo vanno commemorando la sua Via Dolorosa. Piuttosto che chiederci quale sia la religione di Obama, cerchiamo di capire bene quale sia la nostra». Invitava infine i credenti a non vergognarsi della propria religione, ma anzi a proclamarla pubblicamente, come peraltro faceva lui che infatti concludeva l'articolo dicendo «Questa è l'America e questo è ciò che ancora fa di noi una grande nazione. In God we trust».

Naturalmente nessuno pensi di arruolare Chuck Norris in un pantheon cattolico che non gli appartiene. Non servono agiografie sciocche, né ecumenismi sdolcinati. Un cattolico deve restare cattolico anche davanti alla morte di una celebrità che non ha avuto paura di annunciare la sua fede cristiana. Ma bisogna riconoscere che la morte di Chuck Norris non è soltanto la fine di una stagione cinematografica. È un rimprovero provvidenziale. Non a lui, che ora è consegnato al giudizio di Dio, davanti al quale ogni uomo compare nella verità nuda, senza celebrità, senza meme, senza adulazioni. Ma a noi. A noi cattolici del tempo della crisi. A noi figli di un’epoca che ha smesso di combattere. A noi, troppo spesso più preoccupati di essere tollerati dal mondo che di essere trovati fedeli da Cristo. Chuck Norris non era cattolico, ma almeno era un cristiano che non si vergognava di esserlo. E questa, nel tempo dei tiepidi, è già una condanna per molti.