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GIUBILEO

Chiusa la Porta Santa, il Papa: non ridurre le chiese a musei

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33 milioni di pellegrini da 185 Paesi diversi hanno varcato la Porta Santa nell'anno del Giubileo della Speranza concluso ieri. Leone XIV invita a diventare pellegrini di speranza per diffondere «il profumo della vita, l’impressione incancellabile che un altro mondo è iniziato».
- E oggi primo Concistoro, perplessità per i gruppi di lavoro

Ecclesia 07_01_2026 English

Il Giubileo della speranza è finito e verrà ricordato nella storia della Chiesa per essere stato iniziato da un Papa e concluso dal suo successore. Non è la prima volta che accade: ci sono i precedenti del 1550 con Paolo III che lo indisse ma poi morì lasciando che fosse Giulio III ad aprire la Porta Santa subito dopo la sua elezione. Nel 1700 fu aperto dal malato Innocenzo XII che si fece vedere per una benedizione solo a Pasqua e poi venne concluso da Clemente XI. Infine, nel 1774 Clemente XIV indisse il Giubileo ma fu il suo successore Pio VI a celebrarlo nel 1775.
La differenza tra ieri e oggi è legata soprattutto al conclave, destinato a durare a lungo e non pacificamente nel passato.

Il Giubileo della speranza si chiude con numeri superiori a quelli del Giubileo della misericordia: nel 2015-2016 furono 22 milioni, nell'Anno Santo appena concluso invece hanno superato i 33 milioni provenienti da 185 Paesi diversi.

L'ultimo atto è stato ieri in Basilica San Pietro con il rito della chiusura della Porta Santa. Leone XIV si è prima inginocchiato sulla soglia, si è soffermato in preghiera e poi ha chiuso i due battenti di bronzo. Per l'occasione il Papa aveva un nuovo pastorale che riportava sul pomo il suo motto episcopale, l'agostiniano «In Illo uno unum». La Porta verrà murata fra circa una decina di giorni.

Nell'omelia della Messa, il Papa ha lodato i pellegrini in quanto «persone che accettano la sfida di rischiare ciascuno il proprio viaggio, che in un mondo travagliato come il nostro, per molti aspetti respingente e pericoloso, sentono l’esigenza di andare, di cercare». Leone ha invitato la Chiesa a fare tesoro di questo dinamismo, così come le impone il Vangelo e «a orientarlo verso il Dio che lo suscita». «È un Dio che ci può turbare, perché non sta fermo nelle nostre mani come gli idoli d’argento e d’oro - ha detto Prevost - è invece vivo e vivificante, come quel Bambino che Maria si trovò fra le braccia e i Magi adorarono».

Poi l'invito a far sì che cattedrali, basiliche e santuari divenute mete di pellegrinaggio diffondano «il profumo della vita, l’impressione incancellabile che un altro mondo è iniziato». Un'omelia improntata all'ottimismo e all'entusiasmo per la possibilità di diventare pellegrini di speranza. «La fedeltà di Dio ci stupirà ancora - ha detto il Papa - se non ridurremo a monumenti le nostre chiese, se saranno case le nostre comunità, se resisteremo uniti alle lusinghe dei potenti, allora saremo la generazione dell’aurora». La fine del Giubileo della speranza «alleggerisce» in qualche modo Leone XIV dall'eredità del suo predecessore. Forse non è casuale la scelta di fissare il suo primo concistoro straordinario proprio il giorno dopo la fine dell'Anno Santo. 



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