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Al via la guerra ibrida anti-Orbán verso il voto in Ungheria

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Intelligence, informazione e poteri globali uniti per monitorare le elezioni ungheresi del 12 aprile e non si accontentano di stare a guardare. Da Bruxelles al Washington Post la macchina del fango ha scaldato i motori e a poco più di una settimana è già tutto pronto per favorire la sconfitta del premier o contestarne l'eventuale vittoria.

Esteri 04_04_2026
LaPresse AP Photo/Denes Erdos

L'Ungheria, un Paese con meno di 10 milioni di abitanti, è al centro di una “guerra ibrida” tra intelligence, informazione e poteri globali che ha l’unico scopo di portare alla sconfitta di Viktor Orbán e alla vittoria l’europeista e globalista Péter Magyar e il suo partito Tisza alle elezioni del 12 aprile. Tutta la narrazione è apparecchiata perchè, in caso di vittoria di Orbán, si contestino la regolarità delle elezioni, gli organismi che le monitorano, le nazioni straniere che avrebbero interferito… in una parola, “espellere” l’Ungheria dai tavoli decisionali europei e della NATO, come già minacciato dal governi di Polonia e Lituania e dal presidente della Repubblica Ceca.
Nonostante il leader del partito di opposizione sia un conclamato assenteista (ha partecipato a solo 36 votazioni su un totale di 1.945 per appello nominale tenutesi negli ultimi 180 giorni dalla sua elezione al Parlamento europeo), continua ad essere il favorito dall’establishment al potere in Europa e dalle lobby globaliste occidentali. Non dagli Usa di Trump che i prossimi 7 e 8 aprile invierà il vicepresidente J.D. Vance per testimoniare pubblicamente la «ricca partnership tra Stati Uniti e Ungheria».

L'escalation nelle polemiche e bugie antigovernative è iniziata la scorsa settimana con un articolo del Washington Post che accusava il ministro degli Esteri e del Commercio ungherese Péter Szijjártó di aver divulgato informazioni riservate dell'UE alla Russia, insieme ad affermazioni su un memorandum russo che proponeva un finto attentato alla vita del primo ministro Orbán. Precedenti accuse del giornalista Szabolcs Panyi su agenti russi hanno ulteriormente alimentato questa narrazione, ampiamente amplificata da attori occidentali, ucraini e dell'opposizione, nonostante le prove siano molto limitate ed i resoconti delle registrazioni audio mostrino l’insussistenza di ogni sospetto.

Perché tutto questo sta accadendo? L’Ungheria grazie al governo Orbán è diventata uno dei principali snodi geopolitici d'Europa, dove si scontrano e incontrano gli interessi delle grandi potenze occidentali e orientali. 
Dal 2010, forte di una maggioranza qualificata sufficiente per riforme strutturali e costituzionali, Orbán si è impegnato a ricostruire l'Ungheria, in contrapposizione alle democrazie illiberali, come disse nel suo discorso alla convention annuale dei giovani ungheresi del 2014, fondata su un forte Stato cristiano che privilegia la nazione come comunità, valorizza la famiglia fondata sul matrimonio, antepone la crescita demografica all’invasione incontrollata di migranti, potenzialmente capace di attrarre interessi globali e difendere gli interessi nazionali.

In questi anni il Paese è divenuto una piattaforma seria e aperta alle collaborazioni e agli investimenti di potenze dell’est e dell’ovest: Russia, Cina, i Paesi della galassia turca, gli Stati mediorientali e, ovviamente Stati Uniti e i Paesi europei. Il sistema si fonda su una cooperazione pragmatica, priva di vincoli ideologici, in netto contrasto con l'approccio “viziato da false remore” e “doppi standard” promosso dall'Unione Europea e dall'Europa occidentale. Orbán è malsopportato e avversato anche per la sua cocciuta volontà di aver ricercato vie pacifiche di conciliazione tra Russia e Ucraina.

Negli ultimi anni, l’Europa ha spinto il conflitto oltre la retorica: dal 2018 sono in corso procedimenti ai sensi dell'articolo 7 del Trattato sull'Unione Europea, con le conseguenti sospensioni di elargizioni miliardarie di fondi, e che potrebbero portare alla sospensione del diritto di voto dell'Ungheria, mentre proposte per aggirare il veto di Orbán emergono regolarmente nelle riunioni del Consiglio europeo. Allo stesso tempo, nessun altro leader europeo è stato apprezzato con tanta frequenza dal presidente statunitense Donald Trump durante la campagna elettorale del 2024 – anno in cui su iniziativa di Orbán è stato fondato il gruppo parlamentare dei Patrioti per l'Europa (PfE), ora il terzo gruppo più grande al Parlamento europeo e in continua crescita.

Una vittoria dell'opposizione a Orbán è una questione di vita o di morte per le ambizioni centraliste di Bruxelles e per Zelensky. In questa campagna di delegittimazione sistematica ci si prepara a contestare le elezioni del prossimo 12 aprile ancor prima che vengano espressi i voti. Incredibilmente, è già iniziata la narrazione che accusa il governo di esser pronto a «commettere irregolarità diffuse il giorno delle elezioni per far pendere la bilancia a proprio favore».  Falsità gravi promosse anche dal “Democracy Reporting International” (DRI), ampiamente sovvenzionato da diversi ministeri degli esteri europei e network di ONG come Civitas, a sua volta sostenuta da colossi della sinistra liberale americana come Open Society Foundations, Ford Foundation, MacArthur Foundation e Oak Foundation. 
Preoccupazioni artificiose conseguenti al discredito preventivo gettato sulla missione di monitoraggio elettorale dell’OSCE, perchè presieduta da una russa, all’unico scopo di prepare polemiche e denunciare frodi se Orbán dovesse vincere al posto del pupillo di Bruxelles e dei potentati globalisti.



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