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IL FENOMENO

Africa, il jihad cresce e si sostituisce agli stati

La morte del leader di Boko Haram, a seguito di uno scontro con gli islamici dell’Iswap, è segno della concorrenza interna al jihadismo in territorio africano. I gruppi affiliati all’Isis provano a imporre il proprio controllo su aree molto estese riempiendo il vuoto lasciato dai governi. Per contrastare questo jihad serve soprattutto un nuovo contratto sociale tra politici e cittadini.

Attualità 29_06_2021 English

Il 16 giugno, con un messaggio video, i jihadisti nigeriani di Boko Haram hanno annunciato la morte di Abubakar Shekau, storico leader del gruppo dal 2009: morto “da martire”, in combattimento, afferma nel video Bakura Modu, il nuovo leader. Ma a ucciderlo non sono stati i soldati dell’esercito nigeriano. Shekau è morto per le ferite riportate durante uno scontro armato con l’Iswap, lo Stato Islamico dell’Africa Occidentale, il gruppo costituito nel 2016 da jihadisti di Boko Haram secessionisti, affiliatisi all’Isis che, all’epoca, aveva proclamato il califfato nei territori conquistati in Siria e Iraq. È soprattutto a partire proprio dal 2016 che nel Sahel e poi nella sottostante fascia subsahariana i gruppi jihadisti legati ad al-Qaeda e all’Isis incominciano a contendersi consensi, territori e risorse, arrivando spesso allo scontro armato e gareggiando in numero e portata di attacchi e attentati per dimostrare di essere i più forti, spregiudicati, disposti a tutto.

Il risultato è che il jihad in pochi anni ha esteso e consolidato la sua presenza in Africa. I gruppi jihadisti affiliati ad al-Qaeda e all’Isis agiscono quasi incontrastati in Nigeria, Mali, Burkina Faso, Niger, in stallo ma capaci di mettere a segno continui attentati in Somalia, nel cuore della capitale Mogadiscio, sempre più aggressivi e destabilizzanti nella Repubblica democratica del Congo e in Mozambico. La minaccia maggiore in questo momento proviene dai gruppi affiliati allo Stato Islamico che provano a imporre il proprio controllo su aree molto estese riempiendo il vuoto di istituzioni e servizi lasciato da governi corrotti e incuranti.

È il caso dell’Iswap in Nigeria e nel bacino del Lago Ciad dove, sotto la guida di Abu Musab al-Barnawi, sta creando una vera e propria zona di “jihad governance”. Non gli ci è voluto molto per trovare sostegno e consenso tra la popolazione abbandonata a se stessa, priva di servizi e infrastrutture. Benché i metodi dell’Iswap siano spesso violenti e autoritari, offre agli abitanti della regione più di quanto ricevano dalle strutture di parentela e dai rispettivi governi. Protegge dai furti di bestiame, costruisce pozzi, garantisce quel tanto di ordine e sicurezza necessari perché la gente possa lavorare e condurre una vita sociale, assicura persino servizi sanitari di base. Le comunità che vivono attorno al lago lo apprezzano. Di recente i jihadisti hanno incominciato a riscuotere tributi in alcune aree e cercano di limitare i raid a scopo di razzia, per conquistare i bottini che poi vengono distribuiti tra i combattenti in sostituzione e integrazione del salario.

Una volta insediatisi, eliminarli diventa estremamente difficile. Bisognerebbe poter offrire alle comunità locali delle alternative e spesso non ce ne sono: “Per una organizzazione come l’Isis - sostiene Vincent Foucher, esperto di estremismo islamico in Nigeria - l’Africa subsahariana è il posto in cui può ottenere il massimo di risultato con un investimento minimo di risorse”. Dello stesso parere è Rida Lyammouri, del Clingendael Institute, un centro studi olandese: “Stanno individuando - spiega - specifiche zone e comunità in cui possono stabilire legami e radicarsi”. Porta a esempio un caso: “In Mali - racconta Lyammouri - in un villaggio vicino alla frontiera con il Niger, i combattenti hanno amputato una mano e un piede a tre uomini condannati da un tribunale islamico, colpevoli di aver derubato i passeggeri di un autobus. La punizione è stata eseguita in un giorno di mercato alla presenza di una gran folla. Fatti simili sono stati riportati nel nord del Burkina Faso, dove l’Isis spera di espandersi. L’Isis in questo modo dimostra di voler assicurare legalità e ordine. Alle comunità locali non importano i metodi per riuscirci”.

Da un altro punto di vista, esprime le stesse allarmanti considerazioni l’analisi del ricercatore Marc-Antoine Pérouse de Montclos, pubblicata lo scorso marzo dal centro studi britannico Chatham House con il titolo: “Ripensare la risposta ai gruppi jihadisti nel Sahel”. Riflettendo sulle conseguenze della decisione francese di ridimensionare la propria presenza militare nel Sahel, l’analisi parte dalla constatazione che due decenni di operazioni militari internazionali contro i jihadisti in Africa hanno dimostrato che, malgrado alcuni successi, l’intervento straniero non è e non può essere la soluzione, le potenze straniere non possono sostituirsi ai governi africani incapaci e restii a combattere il jihad, che difatti nel frattempo si è rafforzato, rendendo vaste estensioni di territorio ingovernabili e alimentando la violenza etnica. Ma in Africa, più che l’appello alla guerra santa, ciò che apre la via all’adesione ai gruppi islamisti è una combinazione di governi deboli, corruzione, repressione brutale del dissenso, scarsa presenza delle istituzioni statali nelle aree rurali, forze di sicurezza e militari mal gestite e controllate.

Oggi - conclude l’analisi della Chatham House - il successo contro il jihad dipende soprattutto dalla buona volontà (più che dalla capacità) dei leader politici di riformare e rinnovare il loro contratto sociale con i cittadini, specie nelle aree rurali. L’Isis si sta facendo strada nell’est della Repubblica democratica del Congo e nel nord del Mozambico dove semina il terrore nella popolazione priva di difese. Quando poi si proporrà come alternativa allo stato capace solo di predare e reprimere, come l’Iswap troverà consenso e credito.