Addio Guccini, ora sei finalmente libero dai cliché
Morto a 86 anni il cantautore Francesco Guccini. Finalmente possiamo togliergli l'etichetta di sinistra che gli è sempre stata appiccicata e che offuscava i suoi grandi capolavori, che hanno scandagliato l'umano con profondità unica. Ora, restano soprattutto quelli. Il nostro ricordo.
È morto Francesco Guccini a 86 anni e finalmente possiamo togliere la sua figurina dal Pantheon dei cliché e del conformismo di sinistra per goderci le sue canzoni-poesia eterne. Pantheon di inquadrati e intellettuali da Manifesto e “Bertoncelli”, gli stessi contro cui nell’Avvelenata si scagliava pretendendo di doverlo incasellare per forza nelle categorie, musicali o politiche che importa?, che hanno fatto di Guccini un aedo della sinistra rivoluzionaria e poi di quella anarchica e poi ancora di quella blairiana e globalista e clintoniana fino alle derive ultime di stonate Bella ciao per compiacere solo un pubblico ormai, neanche per il gusto di cantare.
Pantheon sinistrorso che lo ha appiccicato a sè quando si presentava con la bottiglia di lambrusco sul palco a cantar La Locomotiva e lì c’è rimasto, facendo soprattutto un dispetto a noi, che di sinistra non lo siamo mai stati e men che meno comunisti, ma lo abbiamo “venerato”, ma anche a lui, perché non c’è stato nulla di più penoso in questi anni che ascoltare Guccini avvizzita macchietta della Sinistra in tutte le sue varie sfaccettature.
Personaggio complesso e profondo, di rara intelligenza e poeticamente perfetto, falsamente burbero, musicalmente ruvido, ma accanto a mostri come Juan “Flaco” Biondini e Vince Tempera ha saputo armonizzare capolavori tante sue canzoni. Guarda caso quelle meno politiche o meno strumentalizzate politicamente.
Facciamoci caso. Della sua sterminata produzione musicale non resteranno per bellezza e importanza alcune delle sue canzoni più impegnate, che lo hanno etichettato collosamente nell’album di figurine della zoppicante gauche italiana, ma ballate, istantanee di vita quotidiana, pagine tra le quali traspariva il vero della vita, l’emozionante riverbero di un dettaglio capace di spiegare sentimenti complessi.
Se escludiamo Primavera di Praga, che guarda un po' aveva il coraggio di prendere di mira l’Unione Sovietica e alle Feste dell’Unità piaceva un po’ meno (nel 1970!), non ricorderemo il “Maestro” per Piccola storia ignobile o Nostra signora dell'ipocrisia e nemmeno Canzone per Silvia e Canzone per il Che. Ma per l’amor del cielo, neppure per Piazza Alimonda. Tutte canzoni smaccatamente politiche, che non hanno fatto la sua fortuna e che non cantano neppure più alle poche feste dell’Unità rimaste in via Emilia.
No, fortunatamente di Guccini resteranno quei versi più intimisti e crepuscolari della sua sterminata produzione nella casa studio di Via Paolo Fabbri 43 nei quali raccontare l’amore, l’addio, la morte, la solitudine, l’abbandono, la sconfitta, l’incontro: «Voglio però ricordarti com'eri, pensare che ancora vivi, voglio pensare che ancora mi ascolti e che come allora sorridi e che come allora sorridi...» (Canzone per un’amica); «Che l'oggi restasse oggi senza domani O domani potesse tendere all'infinito» (Vorrei); «Ti guardi nelle mani e stringi il vuoto, se guardi nelle tasche troverai gli spiccioli che ieri non avevi, ma il tempo andato non ritornerà» (Un altro giorno è andato); «Venite pure avanti voi con il naso corto» (Cirano).
Istantanee, fotografie che hanno saputo indagare il mistero dell’uomo e consegnarcelo senza filtri, decostruito.
Chi, del resto, pensando a un vecchio e a un bambino non proseguirà d’istinto con «si preser mano»; e chi, guardando un ciuffo d’erba sul marciapiede della pensilina non potrà fare a meno di pensare a quella bellezza acerba di Autogrill, «come i fiori o l’erba di scarpata ferroviaria»; E chi ancora, pensando alla fine di una civiltà non potrà non immedesimarsi nel Filemone di Bisanzio, che ha sottovalutato «l’arrivo di questo nuovo Dio».
Solo Guccini ha saputo immortalare, persa nel fasto e nel lusso di una Venezia presa d’assalto dal turismo di massa, la tragedia di una giovane donna morta di parto, solo lui poteva definire la sua Bologna con aggettivi che oggi dovrebbero essere scolpiti sulla fontana del Nettuno e non appesi ridicolmente in via d’Azeglio a Natale come luminarie (se non l’ha già fatto, sicuro che il Comune lo farà): «Bologna arrogante e papale, Bologna la rossa e fetale, Bologna la grassa e l'umana». E chi, reincontrando un vecchio amore del passato non ha potuto fare a meno di notare che «la tristezza poi ci avvolse come miele per il tempo scivolato su noi due».
Confesso che ogni volta che passo da via dei Giudei non posso fare a meno di immaginarmi le «lenzuola appese che volano come velieri in un porto canale» (Scirocco). E che quando penso agli incontri con lui che negli anni si sono fatti sempre meno “sacri” - quella volta in stazione e poi “da Vito”, e nella casa di campagna tra Carpi e Correggio per quel “concerto” domestico a cui fui invitato, fino al set di Radiofreccia - è sempre stato lui a demitizzare la sua figura e a farmela apparire umana, terribilmente umana e pertanto banale, quotidiana, come appena uscita da una di quelle stanze di vita dove anche io ascoltavo mentre «i miei pensieri corron dietro alla sua vita».
Devo a un incontro mancato con Guccini l’incontro più importante con la donna della mia vita. Era il ’97, Guccini fu invitato dai Domenicani di Bologna a parlar del “Perché si canta Dio”. Accorremmo, ma i posti erano esauriti e restammo fuori. Il resto lo fecero «i portici cosce di mamma Bologna» che ci cullarono.
Non seppi mai che cosa pensasse del perché si canta Dio. Non saprei neanche se lui abbia mai cantato Dio, lo escludo, anche se il concerto a Carpi nel ’99 con Claudio Chieffo resta un unicum di menti sorprendentemente libere e anticonformiste unite simpaticamente, soprattutto se pensiamo che Guccini è sempre stato geloso della sua indipendenza e non si faceva problemi a dire a Gianni Morandi che C’era un ragazzo era «proprio una canzone di m…». Ma so che ha cantato il mistero dell’uomo. E per verità e acume e tanta bellezza di versi, andando così vicino alla sua immagine e somiglianza, deve aver sbattuto per forza di fronte a Lui. Il Quale, con un sincero requiem che gli recitiamo, speriamo lo abbia già accolto.

