Accordo Usa-Iran: sconfitta di Trump, ma a Teheran il regime si divide
Tante concessioni immediate, guadagni pochi e incerti. L'accordo siglato con l'Iran porta numerose critiche al presidente americano Trump. Ma a Teheran la Guida Suprema Khamenei, pur dando il consenso alla firma, prende le distanze dal presidente Pezeshkian.
Per gli Stati Uniti ci sono «soltanto successi, prezzi del petrolio più bassi e vittoria». È ben difficile che questo commento trionfalistico del presidente americano Trump dopo la firma del Memorandum di Intesa (MdI) con l’Iran convinca gli americani, certamente non i maggiori commentatori e analisti del Paese che in coro parlano di sconfitta, anche peggiore che in Vietnam.
In effetti i 14 punti dell’accordo, che sostanzialmente confermano quanto era già stato anticipato nei giorni scorsi, danno la netta impressione di una capitolazione americana: iniziata la guerra con l’obiettivo di distruggere in poche settimane la potenza missilistica e la capacità nucleare dell’Iran nonché di realizzare un cambiamento di regime, gli Stati Uniti si ritrovano dopo quasi 4 mesi a dover revocare le sanzioni contro l’Iran, a rendere disponibili al regime degli ayatollah i beni congelati, a ritirare il blocco navale, a organizzare la raccolta di 300 miliardi di dollari per riparare le distruzioni provocate con la guerra, a riconoscere il diritto di Teheran all’arsenale missilistico.
In cambio gli Usa ottengono la riapertura completa dello Stretto di Hormuz (che però già lo era prima della guerra), l’impegno dell’Iran a non perseguire un programma nucleare militare (ma è ciò che ha sempre detto ufficialmente) e a discutere nei prossimi 60 giorni – che dovranno portare a un accordo definitivo – cosa fare dell’uranio già arricchito dall’Iran, necessario per la costruzione di una bomba nucleare. Insomma, concessioni tante e immediate, guadagni pochi e incerti.
D’altra parte c’è qualcosa di vero nelle parole di Trump, perché come conseguenza della firma dell’accordo, il prezzo del petrolio è rapidamente sceso e ieri sera veniva quotato a poco più di 75 dollari al barile, un crollo di circa il 26% nell’ultimo mese. Oltretutto la previsione è di un ulteriore calo. Questo vuol dire per Trump l’attesa diminuzione dei prezzi della benzina, il cui aumento in questi mesi si era rivelatola principale fonte di malumore e di proteste dei cittadini americani. E in chiave elettorale – a novembre ci sono le elezioni di mid-term – potrà essere un fattore importante.
Inoltre, secondo quanto rivelato dal Financial Times, la “liberazione” di 6 miliardi di fondi congelati in Qatar è vincolata all’acquisto di beni umanitari esclusivamente americani. Trump infine nega che i 300 miliardi di dollari promessi per la ricostruzione dell’Iran possano venire, anche in minima parte, dagli Stati Uniti.
Tutti fattori che non cambiano sostanzialmente il giudizio sul Memorandum ma che possono ridimensionare nei fatti la sensazione di disastro. Soprattutto sarà in questa chiave che cercherà di giocarla Trump, che aveva bisogno di trovare urgentemente una via d’uscita da una guerra pensata come facile ma diventata una vera e propria trappola.
Sull’altro fronte la dichiarazione di vittoria delle autorità iraniane alla firma del presidente Masoud Pezeshkian, che ha parlato del Memorandum come di «un testo storico e un messaggio di un Iran forte», è stata mitigata dal comunicato emesso nella serata di ieri dalla Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Mojtaba Khamenei. Questi ha affermato di avere «dato il consenso» alla firma dell’accordo, ma che al principio aveva «un’opinione diversa» in merito. La decisione è stata perciò autorizzata «sulla base dell’impegno assunto dal rispettato Presidente della Repubblica» Masoud Pezeshkian (nella foto LaPresse mostra il Memorandum dopo la firma), «in qualità di capo del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale». Khamenei ha poi aggiunto che lo stesso Pezeshkian «ha accettato la responsabilità di tale impegno».
Le parole della Guida Suprema lasciano dunque intendere una differenza di vedute all’interno del regime - con il presidente Pezeshkian che si assume tutta la responsabilità della firma – che potrebbero esplodere durante il negoziato vero dei prossimi due mesi. Segno anche che l’ayatollah Khamenei e i falchi del regime non sono convinti di quanto possano ottenere dal negoziato, che toccherà la questione più delicata e maggiormente a cuore di entrambe le parti: l’arricchimento dell’uranio e il programma nucleare.
D’altra parte, come spiegato in altro articolo, su tutto il processo negoziale pesa la questione Libano, dove né Israele né Hezbollah danno segno di voler recedere dalle proprie posizioni. Il Memorandum Usa-Iran include anche il Libano nella fine immediata dei combattimenti, ma la situazione sul terreno resta caldissima. E peraltro il premier israeliano Benjamin Netanyahu può vedere con preoccupazione che nel testo dell’accordo non c’è nulla riguardo all’attività di sponsor che l’Iran ha nei confronti di milizie come Hezbollah, Hamas e Houthi, che percepisce come minaccia diretta alla propria sicurezza.
Insomma, la strada verso un accordo definitivo è ancora molto lunga e tanti altri colpi di scena potrebbero verificarsi in questi due mesi.

