A 90 anni dal martirio del beato Zefirino, gloria degli zingari
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Nei primi di agosto del 1936 si compiva il martirio, a Barbastro, di Zefirino Giménez Malla, il primo gitano beato, ucciso in odio alla fede dai rivoluzionari spagnoli. Morì con il rosario in mano. Un martirio che fu il coronamento di una vita cristiana esemplare.
In questi giorni di agosto ricorre il 90° anniversario del martirio di Ceferino (italianizzato in Zefirino o Zeffirino) Giménez Malla (1861-1936), il primo zingaro ad essere stato beatificato. Il nome del beato Zefirino, soprannominato El Pelé, è legato a una delle più grandi persecuzioni di cristiani di tutti i tempi, avvenuta durante la Guerra civile spagnola (17 luglio 1936 – 1 aprile 1939). E in particolare è legato ai martiri di Barbastro, sede vescovile della diocesi che in proporzione pagò il prezzo più alto delle persecuzioni in terra di Spagna: tra il clero, la percentuale di vittime fu addirittura intorno all’80%. Ma anche tra i laici ci furono molti martiri, tra cui lo stesso Zefirino, ucciso in odio alla fede nei primi giorni successivi allo scoppio della guerra civile.
La sua memoria liturgica ricorre il 2 agosto, possibile giorno del suo martirio. Scriviamo “possibile” perché – a motivo del caos e del terrore di quei giorni del 1936, in cui anarchici, comunisti e socialisti si macchiarono di numerose esecuzioni sommarie e di gruppo – non c’è certezza assoluta sul giorno preciso dell’uccisione di Zefirino. In base alle testimonianze e al loro incrocio, il suo martirio avvenne probabilmente il 2 oppure nella notte tra l’8 e il 9 agosto. Si sa di certo che fu fucilato insieme ad altri cattolici, poi spogliato e gettato in una fossa comune. C’è un’altra certezza, più basilare: il martirio del Pelé non fu un fatto casuale o estemporaneo, bensì il coronamento di una vita cristiana che non può che affascinare chi la scopre e che fa di questo gitano, come disse san Giovanni Paolo II il 4 maggio 1997 nell’omelia della Messa per la beatificazione, «un modello da seguire ed esempio significativo dell’universale vocazione alla santità».
Dal suo certificato di battesimo si sa che era nativo del comune spagnolo di Fraga, nell’Aragona. I suoi genitori si chiamavano Juan Giménez e Josefa Malla. Erano nomadi e di condizioni piuttosto modeste. Maruja, una nipote adottiva del nostro beato, affermava che Zefirino era analfabeta e aveva avuto «un’infanzia molto povera». Una confidenza della stessa Maruja raccolta da don Mario Riboldi (1929-2021), sacerdote noto per il suo apostolato tra gli zingari, ci dà dei dettagli in più: «Lo zio le diceva di aver sofferto la fame quando era piccolo e raccontava: “tornando a casa dalla vendita, se vedevo il fumo, ero contento perché era pronto qualcosa da mangiare; se non c’era il fumo, le donne non avevano cucinato».
Fin da bambino il Pelé imparò ad aiutare la famiglia, facendo cesti e canestri in vimini, che poi vendeva nei vari villaggi. Crescendo si specializzerà soprattutto nella vendita di animali, in particolare cavalli, distinguendosi per competenza e allo stesso tempo onestà. Diceva un sacerdote a proposito di questa attività del beato: «Esercitava la sua professione con abilità, ricorrendo a tutti i mezzi leciti, per esempio, una buona barzelletta, una trovata giocosa, quei modi innocenti senza mai arrivare all’imbroglio. Quando vendeva un animale chiedeva il giusto prezzo».
A 18 anni aveva preso in moglie una gitana di nome Teresa, di due anni più grande di lui: fu un matrimonio secondo le usanze rom, senza cioè riti religiosi. Ma la grazia del sacramento bussava e chiedeva ai loro cuori di aprirle le porte… Molto tempo dopo, il 9 gennaio 1912, quando il futuro beato aveva ormai 50 anni, i due si sposarono nella chiesa di San Lorenzo, a Lérida. Nella biografia di Zefirino acclusa alla Positio super martyrio, si suppone che egli avesse ricevuto la prima Comunione e la Cresima già da bambino. Inoltre, è probabile che avesse imparato a pregare fin da piccolo, perché la nipote Maruja spiegava che lo zio in privato pregava in lingua catalana.
Un dato che emerge con chiarezza è l’umanità che Zefirino mostrò lungo tutta la sua vita. Lui e la moglie non riuscirono ad avere figli, ma il Signore li chiamò, per le Sue vie, ad esercitare comunque la loro paternità e maternità. Alla morte prematura della madre, Zefirino adottò di fatto uno dei propri fratelli, Menino, di 21 anni più giovane di lui, e lo crebbe insieme alla consorte. Tra il 1909 e il 1910, cioè alcuni dopo il matrimonio del fratello, il Pelé adottò e curò amorevolmente anche Pepita Giménez, nipote acquisita per parte della moglie Teresa e che sarà la futura madre, tra l’altro, della già citata Maruja.
Ma torniamo al matrimonio religioso. Questo sacramento rappresentò come un catalizzatore nella vita cristiana di Zefirino, tant'è che lui «iniziò a radunare i ragazzi del suo rione per far loro un po’ di catechismo: narrava le storie della Bibbia ai ragazzi, li esortava al rispetto reciproco e del creato, poi offriva loro una piccola merenda» (Beato Ceferino Giménez Malla. Gitano e martire del Rosario, Massimiliano Taroni, Ed. Velar, 2025). Ancora, raccontava le vite dei santi ed era in generale un abilissimo narratore di storie antiche, forte di una memoria e di un’intelligenza fuori dal comune, a dispetto dell’analfabetismo. Nel 1920 iniziò ad andare a Messa ogni giorno, sei anni più tardi divenne terziario francescano. Si confessava ogni settimana e amava l’adorazione eucaristica. Grande era la sua devozione alla Madonna, che onorava con pellegrinaggi e con la recita del Rosario. Nel 1922 rimase vedovo e un anno dopo, a seguito del matrimonio di Pepita, restò solo in casa. Ma presto divenne un punto di riferimento anche per i figli di Pepita, ai quali insegnò molte preghiere. E le insegnava loro in ginocchio.
Molteplici testimoni raccontano come la carità di Zefirino si estendesse anche ai bisogni materiali del prossimo, nonostante lui stesso fosse povero o, nei tempi migliori, con poco più dello stretto necessario. Don Nicolás Santos de Otto, docente di diritto civile e canonico, grande amico e anche benefattore del nostro beato, diceva di lui: «Il Pelé è un santo, se c’è un uomo che si ammala, lui lo aiuta; dà agli altri più di quello che ha». Un gitano, detto El Bomba, testimoniava: «Ho visto qualche mendicante andare alla sua casa per chiedere aiuto. Il Pelé lo faceva salire, gli dava da mangiare; lo vestiva se era malmesso negli abiti e per di più gli dava del denaro». Zefirino godeva di grande rispetto sia tra i gitani che tra i payos (termine che indica appunto le persone non gitane) e non di rado lo si vedeva risolvere le discussioni tra la sua gente. Presentava un notevole equilibrio interiore ed esteriore. Spiegava un testimone: «Aveva una grande rassegnazione cristiana nei momenti della sofferenza. Mai lo si udì lamentarsi per le sue disgrazie o per gli alti e bassi delle sue vicende economiche. La sua unica reazione era di dire: “Dio ha voluto così. Sia lodato il Signore”».
E questo, del resto, fu l’atteggiamento che mantenne anche nei rivolgimenti che interessarono la Spagna negli anni Trenta del XX secolo. Andiamo direttamente alla notte tra il 18 e il 19 luglio 1936, quando circa 200 persone, tra anarchici, comunisti e socialisti, occuparono il municipio di Barbastro, istituendo un comitato rivoluzionario. Il 20 luglio i rivoluzionari fecero chiudere tutte le chiese e proibirono ogni funzione religiosa. Il 22 iniziarono ad arrestare i sacerdoti. Tre giorni dopo, fu condotto in carcere anche Zefirino, “colpevole” di aver preso le difese di uno o due preti arrestati davanti ai suoi occhi. Uno dei componenti del comitato rivoluzionario, il giovane Eugenio Sopena, conoscendo la bontà del Pelé, cercò a suo modo di salvargli la vita, consigliandogli di mettere meno in mostra la sua religiosità. Ma il futuro beato declinò l’offerta. Il che significò la sua condanna a morte.
Sulla strada verso il cimitero in cui venne fucilato con gli altri suoi compagni di martirio, Zefirino gridava di continuo: «Viva Cristo Re!». José Castellón, figlio di un grande amico del Pelé, fece questa testimonianza, riportata nella Positio: «Colui che influì sufficientemente sulla sua morte fu un tal “Bellostas” che viveva nella stessa strada del Pelé; quando fucilarono i sacerdoti e i laici, il Pelé non morì alla prima scarica di colpi e quindi Bellostas disse: “Il gitano vive ancora, è il migliore”, e gli sparò di nuovo uccidendolo: fu il colpo di grazia. Questo lo seppi perché me lo raccontò mio padre molte volte ed egli lo udì da uno che aveva preso parte direttamente alla fucilazione e che aveva una pena molto grande perché tra il gruppo dei fucilati c’era il Pelé. Questo stesso testimone disse che il Pelé era morto con il rosario in mano».
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