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La lezione

Che cosa hanno da dire i tractariani alla Chiesa di oggi

Mentre si avvicina il 200° anniversario del Movimento di Oxford, nel mondo anglofono una nuova generazione sta riscoprendo proprio quelle realtà per la cui difesa i tractariani si batterono (la riverenza, la dottrina, la bellezza, la sacramentalità e il carattere soprannaturale della Chiesa) e che hanno portato tanti a entrare nella Chiesa cattolica. Proponiamo un articolo del prof. Jan Bentz, pubblicato su Adoremus.

Ecclesia 02_08_2026
Ritratti di John Henry Newman e John Keble, due tractariani

La crisi nella Chiesa è sotto gli occhi di tutti, ma permangono e crescono sempre di più i segnali della sua perenne giovinezza. Se in Germania tutto sembra avvizzire, a causa delle derive di pastori accecati e di laici ideologizzati, in molte regioni dell’Africa i battesimi e le vocazioni sacerdotali e religiose esplodono. Si potrebbe pensare che il Vecchio Continente debba ormai preoccuparsi solo di scrivere il proprio lascito testamentario, ma non è così. Riportiamo la splendida testimonianza di quanto avviene vicino a noi, appena oltrepassato il Canale della Manica, laddove il terreno è stato arato, seminato, curato.

Jan C. Bentz, professore di filosofia e tutor al Blackfriars Studium di Oxford, ci presenta scenari che ormai leggiamo solo nelle memorie dei missionari di altri tempi, frutto del grande lavoro che venne fatto ormai quasi duecento anni fa dal Movimento di Oxford, da anglicani seri, che trovando e mostrando la verità hanno preparato centinaia di studenti ad entrare nella Chiesa cattolica, colonna e fondamento della verità. La ricetta? Capire che i giovani studenti «non sono attratti dalla novità, ma dalla permanenza; non dall’informalità, ma dalla solennità; non dall’espressione religiosa di sé, ma dal culto». Cercano, spesso senza sapere perché, una Chiesa stabile, soprannaturale, capace di irradiare l’eternità e non le mode del momento. (L.S.)

Titolo originale dell’articolo: Oxford Movement Approaching 200: The Tractarians and the Curious Hunger of Today’s Students (Il Movimento di Oxford si avvicina al bicentenario: i tractariani e la curiosa sete di conoscenza degli studenti di oggi). Fonte: Adoremus.

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Con l’avvicinarsi del 200° anniversario del Movimento di Oxford, viene da pensare che san John Henry Newman, John Keble ed Edward Bouverie Pusey – i principali artefici del Movimento di Oxford – guarderebbero allo stato del cristianesimo moderno con la stessa espressione che ebbero nel 1833: a metà strada tra lo stupore, l’allerta e, forse, la rassegnazione. Eppure, se potessero passeggiare per Oxford oggi, schivando biciclette elettriche e studenti universitari vestiti secondo le ultime tendenze di una ricercata disinvoltura, potrebbero anche concedersi qualcosa per cui non erano particolarmente noti: la speranza.

Sta infatti accadendo qualcosa di strano. Non solo a Oxford, ma in tutto il mondo anglofono, una nuova generazione sta riscoprendo proprio quelle realtà per la cui difesa i tractariani si batterono: la riverenza, la dottrina, la bellezza, la sacramentalità e il carattere soprannaturale della Chiesa. A differenza dei loro predecessori vittoriani, tuttavia, i giovani di oggi non hanno sperimentato le braci morenti di una cultura cristiana, ma le lunghe conseguenze del minimalismo liturgico, della vaghezza dottrinale e di un mondo sociale aggressivamente allergico alla trascendenza. Sono stati plasmati non dalle cadenze del Prayer Book, ma dall’algoritmo. E, paradossalmente, quella privazione ha risvegliato in loro un istinto che i tractariani riconoscerebbero immediatamente: un senso del sacro — o meglio, della sua assenza.

Lo stesso Movimento di Oxford ebbe inizio nel 1833 come movimento di rinnovamento all’interno della Chiesa d’Inghilterra, con l’obiettivo di recuperare l’identità apostolica della Chiesa, la vita sacramentale e la continuità con la Chiesa primitiva. Le sue figure di spicco – Keble, Pusey e Newman – reagirono a quella che percepivano come l’erosione dell’autorità ecclesiale e della serietà dottrinale in un panorama religioso e politico in rapida evoluzione.

Una nuova sensibilità a Oxford

In qualità di docente di filosofia a Blackfriars, lavorando a stretto contatto sia con studenti cattolici che con i vicini studenti e colleghi anglicani, mi imbatto ripetutamente in questa sensibilità nella vita didattica e liturgica. Gli studenti — cattolici, anglicani e vagamente “spirituali” — possiedono spesso un istinto di riverenza straordinariamente acuto. Sanno riconoscere quando la liturgia ha spessore e quando invece è stata svuotata di significato. Si spazientiscono per le cerimonie celebrate come se il celebrante fosse ansioso di non perdere il treno. Notano quando la bellezza è stata soppiantata da un utilitarismo didattico e quando i santuari cominciano ad assomigliare più a spazi funzionali di incontro che a luoghi destinati al culto divino.

Ma quando questi stessi studenti si imbattono in una Messa che prende sul serio la liturgia – che si tratti del Rito Domenicano, di una Messa solenne all’Oratorio di Oxford, di una celebrazione festiva con coro al completo o dell’usus antiquior – qualcosa in loro si risveglia. Un riconoscimento. Un ritorno a casa. Come ha espresso uno studente con squisito eufemismo: «Finalmente, una liturgia che ruota veramente attorno al misterioso e al divino. Dio è presente».

Non solo rispondono a un’estetica elevata, ma accade qualcosa di più fondamentale: riconoscono che la liturgia non è in primo luogo qualcosa che costruiamo, ma qualcosa che riceviamo. Non è un’espressione del nostro stato d’animo, ma un’azione di Cristo e della sua Chiesa nella quale siamo attratti. Come insegna il Concilio Vaticano II, la liturgia è «culmine verso cui tende l'azione della Chiesa» e «la fonte da cui promana tutta la sua energia» (Sacrosanctum Concilium, 10). Quella realtà oggettiva ံ– che precede le preferenze, la personalità o le mode – è proprio ciò che molti studenti sembrano riscoprire istintivamente.

Questo istinto non è limitato ai cattolici. Molti in cerca di fede arrivano senza quasi alcuna formazione dottrinale, eppure intuiscono comunque ciò che la Chiesa insegna: che nel culto il cielo tocca la terra. Hanno vissuto in un mondo svuotato di mistero, un ambiente digitale in cui la trascendenza è sostituita dalla stimolazione e dove il significato è spesso indistinguibile dal marchio. Non c’è da stupirsi che siano attratti da una liturgia che osa volgere lo sguardo verso l’alto. Un mondo di distrazione permanente li ha preparati, per quanto loro malgrado, a riconoscere la solennità dell’adorazione.

La stessa Oxford porta ancora l’impronta del Movimento. Il fatto stesso che questa antica università possieda ora una presenza cattolica così forte – numerose chiese, gruppi studenteschi ben consolidati, frequenti conferenze tenute da cattolici e code per la confessione che a volte assomigliano a quelle per il lancio di un prodotto di moda – può essere visto come parte dell’eredità tractariana. Keble, Pusey e Newman non hanno faticato invano. Il loro recupero della serietà, della bellezza e della convinzione sacramentale non si è esaurito con la loro generazione. Ha semplicemente atteso un’altra generazione capace di rendersi conto di ciò che era andato perduto.

I Tracts: ieri per oggi

I Tracts for the Times – pubblicati tra il 1833 e il 1841 – costituirono un intervento teologico costante volto a recuperare l’autorità apostolica della Chiesa, a riaffermare l’efficacia oggettiva della vita sacramentale e a ribadire la continuità dell’anglicanesimo con la Chiesa indivisa dell’antichità. Una delle caratteristiche più sorprendenti del Movimento di Oxford è la contemporaneità quasi sconcertante dei Tracts. Leggerli alla luce delle attuali controversie ecclesiali significa sperimentare qualcosa di simile alla riscoperta di una forma precedente i cui contorni, lungi dall’essere obsoleti, sono riemersi silenziosamente con rinnovata rilevanza.

Si prenda il Tract 45, con il suo monito che un cristianesimo ridotto a ciò che può essere rigorosamente dimostrato solo dalla Scrittura finisce per generare uno scetticismo freddo e severo. Newman lamenta quella mentalità spirituale che accetta solo ciò che è alla luce del sole e non è in grado di udire la «voce flebile e sommessa» con cui Dio così spesso parla. Il bersaglio non è la ragione in quanto tale, ma un razionalismo incapace di accogliere il mistero. Ciò che i tractariani videro con sorprendente chiarezza fu che, una volta che il cristianesimo viene ridotto a ciò che può essere gestito, dimostrato e spiegato, la riverenza svanisce ben presto.

Conosciamo bene questa tendenza. Essa emerge ogni qual volta la dottrina viene trattata come negoziabile, ogni volta che la tradizione è considerata un fardello, ogni volta che la liturgia è costretta a giustificarsi in base all’utilità, all’accessibilità o all’immediata comprensibilità. Il risultato è un appiattimento. Il culto perde quota. L’immaginario sacramentale si indebolisce. La Chiesa cessa di apparire come il luogo in cui la vita divina è mediata attraverso forme visibili e comincia invece ad assomigliare a un fornitore di servizi religiosi con paramenti occasionali.

Il famoso sermone di Keble alle Assise, National Apostasy, ha affinato la stessa diagnosi su un altro piano. Attingendo alla storia di Israele, egli ha ammonito che quando una nazione cessa di riconoscere l’autorità di Dio non diventa neutrale: diventa disordinata. L’indifferenza verso la dottrina, l’erosione dell’autorità ecclesiale e la sostituzione della verità con la tolleranza non erano per Keble segni di maturità illuminata, ma sintomi di declino spirituale. Non è necessario seguirlo in ogni sua conclusione politica per riconoscere la forza del principio. Una società – o una Chiesa – che dimentica il soprannaturale non diventa per questo più libera. Diventa semplicemente più superficiale, più chiassosa e meno capace di adorazione.

I problemi moderni, quindi, non sono quasi mai solo moderni. Sono distorsioni perenni di realtà permanenti. E proprio per questo motivo, i tractariani rimangono inaspettatamente attuali. Essi compresero che la crisi più profonda del cristianesimo non sarebbe mai stata solo una questione di stile esteriore. Sarebbe stata invece una crisi intorno alla domanda se la Chiesa credeva ancora di essere la portatrice dei misteri divini.

In fondo, i tractariani avanzavano un’affermazione semplice ma impegnativa: il cristianesimo non è qualcosa che costruiamo a partire da opinioni, ma qualcosa di dato – qualcosa che assume forma concreta nella dottrina, nei sacramenti e nel culto, in continuità con le sue origini.

1. Continua (seconda puntata domenica 9 agosto 2026)