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La firma

Israele-Hamas, raggiunta un’intesa nonostante l’Iran

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Dopo settimane di negoziati e nonostante le resistenze di Teheran, è stato firmato un accordo che apre la strada a un possibile nuovo assetto della Striscia di Gaza, fondato sul disarmo di Hamas e sul progressivo ritiro delle forze israeliane. Ma la partita più difficile inizia ora.

Esteri 01_08_2026
Macerie a Jabaliya, Striscia di Gaza, 2 luglio 2026 (Ap/LaPresse)

Una firma può cambiare il destino di milioni di persone. Può segnare il passaggio dalla sopravvivenza alla speranza per chi, oggi, a Gaza vive senza una casa, tra le macerie e le fogne a cielo aperto. Dopo mesi di guerra, un bilancio umano devastante e una tregua mai davvero rispettata, è arrivato forse il momento più delicato: trasformare un accordo nato da un difficile confronto diplomatico in un'intesa capace di reggere alla prova dei fatti.

Si tratta del risultato di un difficile equilibrio tra iniziative e pressioni contrapposte: da una parte gli Stati Uniti, che hanno esercitato una forte pressione sul governo di Benjamin Netanyahu; dall'altra Egitto, Qatar e Turchia, che hanno spinto Hamas verso l'accordo. Un'intesa raggiunta nonostante le resistenze dell'Iran, che secondo Washington avrebbe cercato di convincere il movimento palestinese a non aderire al piano e a rinviare la firma. La decisione di Hamas viene invece interpretata come una scelta pragmatica, attribuita al nuovo leader Khalil al-Hayya, volta a consentire al movimento di mantenere un ruolo nel processo negoziale e di rafforzare la propria posizione nei confronti del Consiglio per la Pace. La convergenza diplomatica apre ora la strada a un possibile nuovo assetto della Striscia, fondato sul disarmo di Hamas, sul progressivo ritiro delle forze israeliane e sulla nascita di un'amministrazione palestinese sostenuta da una forza internazionale. Ma la partita più difficile comincia adesso: trasformare un'intesa tra avversari in un processo politico e di sicurezza in grado di cambiare il futuro di Gaza.

Al centro del piano c'è il “Comitato Nazionale per l'amministrazione di Gaza”, chiamato ad assumere progressivamente il controllo civile del territorio e a guidare la fase di transizione. L'organismo dovrebbe occuparsi della gestione dei servizi pubblici, del coordinamento della ricostruzione e del rilancio delle istituzioni amministrative, con il sostegno di una missione internazionale incaricata di guidare il cambiamento. Il passaggio più significativo riguarda però la sicurezza. Secondo il progetto, Hamas dovrebbe rinunciare alla propria capacità militare e cedere il controllo degli arsenali presenti nella Striscia. Le armi dovrebbero essere catalogate e custodite sotto la supervisione della nuova Autorità palestinese, mentre un nuovo corpo di polizia dovrebbe assumere il compito di garantire l'ordine interno. La forza internazionale di stabilizzazione avrebbe un ruolo centrale: assistere il processo di disarmo, formare gli apparati di sicurezza palestinesi e operare come elemento di garanzia tra le aree sotto controllo palestinese e quelle presidiate dall'esercito israeliano.

È proprio la questione tra disarmo di Hamas e ritiro israeliano a rappresentare il nodo più difficile da sciogliere. Hamas sostiene che la consegna delle armi potrebbe avvenire soltanto dopo il ritiro delle truppe israeliane dalla Striscia e dopo aver ricevuto garanzie sul futuro politico del territorio. Israele, invece, considera il completo smantellamento della capacità militare del movimento una condizione indispensabile prima di abbandonare le proprie posizioni. Una difformità di prospettiva che rischia di trasformarsi nel principale ostacolo all'applicazione dell'accordo. Secondo il piano elaborato dagli Stati Uniti, il percorso dovrebbe svilupparsi attraverso diverse fasi nell'arco di sette-otto mesi. Il calendario non sarebbe basato soltanto sulle scadenze temporali, ma sulla verifica dei passi compiuti dalle parti. Washington insiste infatti sulla necessità di procedere attraverso impegni concreti e misurabili, evitando che l'intesa rimanga soltanto una dichiarazione politica priva di effetti sul terreno.

Il patto è maturato al termine di settimane di negoziati che hanno visto il coinvolgimento di Egitto, Qatar e Turchia. La Casa Bianca si è detta fiduciosa sulla possibilità che il governo israeliano non ostacoli l'accordo, pur riconoscendo che la fase della sua attuazione sarà molto più complessa rispetto al negoziato che lo ha reso possibile. La vera sfida, ora, sarà trasformare gli impegni raggiunti sul piano diplomatico in passi concreti, in un percorso destinato a intrecciarsi inevitabilmente con gli equilibri della politica interna israeliana. A pochi mesi dalle elezioni di ottobre, il primo ministro Benjamin Netanyahu dovrà infatti fare i conti con le pressioni internazionali per un ritiro da Gaza e con le posizioni della sua maggioranza. Il premier potrebbe cercare di rallentare il più possibile l'avvio dei negoziati sulle fasi successive dell'intesa, anche a costo di sfidare apertamente il presidente Donald Trump. La questione del futuro governo di Gaza resta uno degli elementi ancora da definire. Non è chiaro quale sarà la composizione del nuovo organismo amministrativo, quale rapporto avrà con l'Autorità palestinese e quale sarà il grado di consenso che riuscirà a ottenere tra la popolazione.

Il piano prevede anche una fase di riorganizzazione economica. La transizione dovrebbe includere misure di tutela per i dipendenti pubblici coinvolti nel cambiamento, mentre sarà necessario ricostruire un sistema finanziario, profondamente compromesso dalla guerra. È prevista una revisione dei debiti verso fornitori e appaltatori e la gestione delle passività riconosciute, stimate fino a 400 milioni di dollari, nell'arco di tre anni. Un passaggio essenziale per evitare che la crisi amministrativa diventi un nuovo fattore di instabilità.

Le reazioni degli attori coinvolti nell’accordo mostrano però quanto il percorso resti fragile. In Israele prevale la prudenza. Il governo guidato da Netanyahu continua a indicare nel disarmo totale di Hamas la condizione fondamentale per qualsiasi soluzione politica. All'interno della maggioranza, soprattutto tra le componenti più vicine alla destra ultranazionalista, rimangono forti opposizioni verso un accordo che potrebbe essere percepito come un riconoscimento del ruolo del movimento islamista. Al tempo stesso, una parte dell'opinione pubblica israeliana e le famiglie degli ostaggi vedono nell'intesa l'opportunità di consolidare la tregua e mettere fine a una guerra che si trascina da oltre mille giorni, lasciando dietro di sé un immenso carico di morte e distruzione. A Gaza dominano stanchezza e attesa. Dopo mesi di bombardamenti, sfollamenti e difficoltà nell'accesso agli aiuti, molti abitanti guardano all'accordo come alla possibilità di porre fine alle ostilità e avviare la ricostruzione. La speranza di un ritorno alla normalità convive però con la diffidenza: la popolazione ha già assistito in passato al fallimento di diversi tentativi diplomatici e teme che le divisioni tra le parti possano nuovamente prevalere. In Cisgiordania, invece, il possibile ridimensionamento del ruolo di Hamas viene osservato con attenzione negli ambienti vicini all'Autorità palestinese. L'ipotesi di una nuova gestione civile della Striscia viene considerata un'opportunità per ridefinire gli equilibri politici, ma restano aperti interrogativi cruciali: quale sarà il ruolo delle istituzioni già esistenti e quanto il nuovo assetto riuscirà effettivamente a rappresentare la popolazione di Gaza.

La firma dell'accordo, dunque, non rappresenta la conclusione della crisi, ma l'apertura di una fase ancora più complessa: quella della costruzione di un nuovo equilibrio politico e di sicurezza.