Va bene Conte, ma Draghi? Serve una svolta sulle indagini in pandemia
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La determinazione della Commissione Covid nel cercare la verità dall'ex premier Conte sull'affaire mascherine, indica che il metodo di indagine è giusto, al di là degli esiti. Ma anche su imposizione dei vaccini e Green pass bisogna indagare. E non si potrà non andare "a disturbare" Draghi.
Da un punto di vista strettamente politico, l’improvviso riaccendersi dei riflettori sulla pandemia da Covid 19 dopo il coinvolgimento dell’ex premier Giuseppe Conte da parte della Commissione di indagine parlamentare, di cui lui stesso fa parte (almeno fino a quando non deciderà di dimettersi per farsi audire come ha annunciato a Quarta Repubblica), rappresenta una novità di rilievo da salutare con interesse.
E non per la speranza che emergano profili penali che potrebbero essergli attribuiti circa l’affaire mascherine. Saranno gli organi deputati, infatti, a dirci se Conte all’epoca in cui era premier e si trovò a fronteggiare la prima ondata della pandemia, possa aver avuto un qualche coinvolgimento nell’approvvigionamento di dispositivi sanitari “farlocchi”, nelle consulenze a personaggi riconducibili a lui e in tutte le altre voci in cui la Commissione lo ha coinvolto. Ma per un motivo strettamente di metodo.
Insistendo a indagare sul ruolo di Conte che, lo ripetiamo non è indagato, la Commissione ha infatti affermato un metodo di indagine che dovrebbe rappresentare per tutti una garanzia di serietà. Emergono problematiche, i parlamentari si fanno carico di indagare con strumenti che sono simili a quelli delle procure, cercano di avere informazioni dal diretto interessato e poi si tirano le somme. Nelle democrazie funziona così.
Bene, dunque, ha fatto il presidente Marco Lisei a resistere agli assalti e a favorire l’ascolto di persone informate sui fatti per capire se durante la pandemia, ci sia stato qualcuno che abbia lucrato sulla pelle dei cittadini e con soldi pubblici e se l’allora premier ne fosse coinvolto o no, consapevole o no. È comprensibile che le opposizioni non ci stiano e la maggioranza, invece, animata anche da un inequivocabile interesse politico che non deve scandalizzare, vogliano sapere da Conte la verità.
Ma l’affaire delle mascherine, per quanto di interesse pubblico rilevante, è importante perché ci mostra anche che cosa sarebbe successo nel nostro Paese se tutti i partiti avessero utilizzato gli strumenti a loro disposizione per pretendere la verità sulla pandemia e sulla sua gestione: i giornali ne avrebbero scritto, l’opinione pubblica ne sarebbe stata informata e avremmo scoperto molti più errori compiuti di quelli che invece non sono stati scoperti o giacciono ancora in fondo al subconscio del Paese.
Perché, se da un lato l’affaire mascherine ha evidenziato che dietro la gestione della pandemia potrebbe esserci stato un comportamento istituzionale non adeguato, dall’altro ci autorizza a chiedere con forza di non limitare la capacità di indagine solo alla fornitura di mascherine da parte dello Stato.
Molto c’è ancora da indagare, su tanti aspetti della pandemia non è stata scritta la parola verità.
Un primo assaggio lo abbiamo avuto ieri mattina nel corso dell’audizione di Mauro Bonaretti, oggi consigliere della Corte dei conti e già consulente della struttura commissariale da cui, stando alla sua audizione, emergerebbe che il Ministero della Salute avrebbe sperperato molti soldi per l’acquisto dei vaccini. Secondo la sua testimonianza sarebbe stato il Ministero guidato da Roberto Speranza a definire la quantità di dosi pari a ben dieci dosi per ogni abitante. Sono informazioni importanti che hanno fatto così commentare il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan: «A chi ha giovato questa spesa smisurata? Certo non ai cittadini, non ai contribuenti. Queste risultanze spiegano forse l’ostruzionismo delle opposizioni ai lavori della commissione Covid: si stanno scoprendo verità scomode».
Sicuramente importante, bene dunque continuare a indagare e per farlo sarà opportuno andare ad indagare anche il prezzo pattuito che era già stato oggetto di indagine dopo le rivelazioni sugli sms che Ursula Von Der Leyen si scambiò con l’allora ceo di Pfizer Albert Bourla.
Ma quello dello sperpero dei soldi, per quanto di facile presa sull’opinione pubblica e sui giornali, non è altro che un aspetto e neanche dei più importanti di tutta la gestione. Molto ancora manca all’appello su temi centrali e scandalosi e le poche audizioni in merito già effettuate ci indicano che la storia va ancora tutta scritta: i lockdown decisi per decreto, l’approccio attendista nelle cure domiciliari che favorì l’intasamento negli ospedali, dove – lo ricordiamo – la malattia da trattare era ben diversa dal Covid iniziale; la limitazione delle libertà personali, la decisione di far partire una campagna vaccinale di massa coercitiva a fronte dell’assenza totale di evidenze scientifiche sulla sicurezza, l’imposizione del Green pass come strumenti di discriminazione sociale, che ha letteralmente messo i cittadini di fronte a scelte gravi per la propria salute.
E – ultimo ma non per importanza – l’ammissione, la gestione, il riconoscimento e l’indennizzo delle migliaia di danneggiati da vaccino che si sarebbero potuti risparmiare e che oggi, rappresentano lo scandalo più evidente di questa stagione.
Per tutte queste tematiche ci sono protagonisti che dovrebbero salire sullo scranno degli auditi di Palazzo San Macuto. E non sono soltanto l’ex premier Conte. C’è sicuramente l’ex ministro Speranza, ma c’è, soprattutto, l’ex premier Mario Draghi, che avvallò la coercizione vaccinale al motto di «non ti vaccini, ti ammali, fai ammalare, muori o fai morire». Una frase che, alla luce della realtà e delle evidenze scientifiche, è risultata falsa, ma che è stata il motore principale per giustificare le vaccinazioni.
Chiamare Draghi ad essere audito su questi aspetti decisivi, è un imperativo per la Commissione Covid perché a capo del governo, quando in tanti si ammalavano a seguito dell’inoculo o perdevano il lavoro perché non si vaccinavano, c’era lui. Ma Draghi è un protagonista che gode ancora di una sorta di «intoccabilità» politica. Eppure, una Commissione parlamentare che vuole davvero fare i conti con la verità, non può prescindere da questo tentativo, se non vuole accontentarsi di fermare la sua indagine solo ad aspetti importanti, che però col tempo risulterebbero marginali rispetto a quanto è accaduto per la libertà e la salute dei cittadini nel triennio doloroso della pandemia.
La carne al fuoco è tanta e il tempo a disposizione, ormai nell'ultimo giro di boa prima della fine della legislatura, poco. La Commissione è chiamata ora ad un rush finale complicato ma necessario per poter dire di aver fatto verità su tutti gli errori.

