Ungheria, con Magyar vincono anche le lobby di sinistra
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Il partito Tisza ha ottenuto una vittoria schiacciante in tutto il Paese e va verso una probabile maggioranza di due terzi in parlamento. Orbán ha riconosciuto la sconfitta. Il controllo “democratico” europeo ha vinto anche in Ungheria, come in Romania e Polonia.
Péter Magyar, leader del partito Tisza, ha reso noto nella serata di ieri di aver ricevuto le congratulazioni per la sua vittoria dall'attuale primo ministro Viktor Orbán. Nel momento in cui scriviamo, il partito di Magyar va verso una vittoria schiacciante in tutto il Paese e la maggioranza di due terzi in parlamento. Secondo l'Ufficio elettorale nazionale, i seggi parlamentari risultanti con il 72% dei voti scrutinati sarebbero così suddivisi: al partito Tisza 138, a Fidesz e KDNP 54, alla destra di “La nostra Patria” 7 seggi. Dopo quattro mandati consecutivi al governo, Fidesz e il suo partner minore, il KDNP, passeranno all'opposizione. Il controllo “democratico” europeo ha vinto anche in Ungheria, come in Romania e Polonia: coloro che non si adeguano al centralismo vengono discriminati, minacciati e le elezioni del Paese subiscono interferenze inaudite, pur di far vincere gli amici.
Tutta l'Europa osservava ieri con attenzione le elezioni ungheresi nelle quali si eleggevano i 199 deputati all'Assemblea nazionale. Un voto cruciale non solo per l'Ungheria, nazione centroeuropea di 10 milioni di abitanti, ma anche per tutta l’Europa e gli equilibri presenti e futuri tra il nostro continente e Russia, Cina e Stati Uniti, Paesi interessati a proseguire i rapporti economici e riconfermare il ruolo politico di Orbán e del suo governo identitario e conservatore, al potere da sedici anni. Orbán, “maledetto” da alcuni e “benedetto” da altri, ha perseguito politiche anti-immigrazione, a favore della famiglia, anti-Lgbt e anti-woke, abbracciando sin dalla riforma costituzionale del 2010 i valori conservatori e cristiani. Con la probabile maggioranza dei due terzi, ora Magyar dovrà “pagare dazio” alle lobby che lo hanno promosso; vedremo a breve come cancellerà sia le norme su famiglia e matrimonio sia le radici cristiane.
La politica estera di Orbán si è basata su un approccio di buonsenso, cercando di instaurare relazioni pragmatiche non solo con i tradizionali alleati occidentali dell'Ungheria all'interno dell'Unione Europea e della NATO, ma anche con potenze come la Cina e la Russia e con gli USA dell’amico Donald Trump che, sino a sabato 11 aprile, non aveva mancato di invitare con forza gli elettori d’Ungheria a sostenere massicciamente il governo uscente e lo stesso leader ungherese: «Il premier ungherese Viktor Orbán, figura di grande prestigio, è un leader davvero forte e influente, con una comprovata esperienza nel conseguimento di risultati straordinari. (…) Viktor lavora con impegno per proteggere l’Ungheria, far crescere l’economia, creare posti di lavoro, promuovere il commercio, fermare l’immigrazione clandestina e garantire l’ordine pubblico!».
Negli ultimi sedici anni, Bruxelles, le forze di sinistra e le Ong europee hanno costantemente combattuto e minacciato l'Ungheria nel tentativo di modificarne il corso politico: hanno congelato i fondi dell’UE destinati all'Ungheria, escluso gli studenti ungheresi dal programma di scambio Erasmus, imposto una multa giornaliera di un milione di euro all'Ungheria per aver protetto i suoi confini dall'invasione di migranti illegali e citato in giudizio l'Ungheria per il divieto di promuovere l'ideologia di genere nelle scuole. Bruxelles ha persino minacciato l'Ungheria di revocarle il diritto di voto nell'UE in caso di mancata conformità. Nella giornata di ieri, si votava dal mattino e sino alle 19.00: il primo dato politico interessante emerso è quello dell'altissima affluenza dei votanti, il 74.23% dei cittadini ungheresi hanno partecipato alle elezioni.
Certamente non sono stati i sostenitori di Orbán né i funzionari di governo a tentare di manipolare o ‘truccare’ le elezioni, con buona pace di Bruxelles, dei prezzolati narratori di fandonie massmediatiche e delle Ong transatlantiche occidentali. Le denunce anche penali da parte dei parlamentari e dirigenti di Fidesz nei confronti di sostenitori del partito di Magyar non sono mancate sin dalla mattinata di ieri, sia per le proteste raffazzonate contro il premier Orbán e la moglie al momento del loro voto al seggio di Budapest, sia per le centinaia di intimidazioni dei sostenitori di Magyar nei confronti degli elettori nei seggi di tutto il Paese, tra cui almeno 639 presunte violazioni delle norme elettorali, con l’avvio di 47 procedimenti penali. Ancor più inquietante, a conferma della messinscena predisposta a tavolino dai liberalsocialisti in caso di sconfitta di Magyar, la scoperta e denuncia di un vero e proprio piano di azione della giornata elettorale del partito di opposizione, in perfetto “stile Soros”, già sperimentato da decenni: 1) dichiarare, non appena chiusi i seggi ma prima dei risultati finali, la vittoria elettorale; 2) denunciare brogli da parte del partito al governo Fidesz; 3) mobilitare proteste di piazza per influenzare l'esito dei conteggi e del riconoscimento internazionale dell’esito delle elezioni.

