Un anno dopo, la tregua di Gaza è un sostanziale fallimento
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Le violenze sono proseguite e gli impegni per la ricostruzione e per le successive fasi sono disattesi. E sulle responsabilità del 7 ottobre il premier israeliano Netanyahu è sempre più sotto accusa a due settimane dalle elezioni.
A tre anni dall'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, Benjamin Netanyahu si trova ancora a fare i conti con le responsabilità del più grave fallimento della sicurezza israeliana dalla fondazione dello Stato d’Israele. La questione non riguarda soltanto ciò che accadde quella mattina di sangue e dolore, ma anche le informazioni rese disponibili prima della strage, le decisioni dei vertici politici e militari e le conseguenze che quello smacco continua ad avere sulla sicurezza e sul futuro della regione.
Il momento è particolarmente significativo: sabato scorso, 10 ottobre 2026, ricorreva il primo anniversario della tregua entrata in vigore a Gaza. Le violenze sono comunque proseguite, gli impegni per la ricostruzione restano in gran parte disattesi, mentre la campagna elettorale israeliana si avvicina al voto del 27 ottobre. Le nuove rivelazioni su una presunta segnalazione degli Emirati Arabi Uniti e le accuse dell’ex segretario militare Avi Gil sulle comunicazioni nelle prime ore dell’attacco riaccendono le polemiche sulla gestione dell’intelligence israeliana e riportano sotto accusa Netanyahu per ciò che il governo sapeva e non riuscì a prevenire.
Il quadro attuale rende queste domande ancora più rilevanti. L’accordo sostenuto dagli Stati Uniti, entrato in vigore il 10 ottobre 2025, avrebbe dovuto aprire la strada alla fine della guerra, al disarmo di Hamas, al ritiro delle forze israeliane e alla ricostruzione della Striscia. A un anno di distanza, le fasi successive del piano restano bloccate, mentre gli attacchi israeliani continuano a provocare vittime palestinesi. Secondo le autorità sanitarie di Gaza dall’inizio della tregua si contano oltre 1.400 morti.
«Gaza ha bisogno di essere ricostruita totalmente, non soltanto nelle infrastrutture, ma soprattutto nel senso di comunità, di appartenenza e di vita sociale», ha dichiarato il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, richiamando l’attenzione sulla necessità di restituire alla popolazione non solo condizioni di vita dignitose, ma anche la possibilità di ricostruire il tessuto sociale. La tregua ha ridotto l’intensità dei combattimenti rispetto alla fase più cruenta della guerra, senza tuttavia garantire una pace stabile né avviare concretamente la ricostruzione. È in questo contesto che la gestione della sicurezza da parte di Netanyahu, prima e dopo il 7 ottobre, assume una rilevanza che va oltre la ricostruzione storica e investe le responsabilità politiche e strategiche alla base di quanto accaduto.
A rendere ancora più delicato il momento è l'imminenza delle elezioni israeliane del 27 ottobre. Il fallimento del 7 ottobre è diventato uno dei temi centrali della campagna elettorale, con gli oppositori di Netanyahu che contestano al premier di non aver scongiurato l'attacco e di aver mal gestito le conseguenze. Il voto si annuncia come un passaggio decisivo per valutare la fiducia degli israeliani nei confronti di Netanyahu, rimasto in sella nonostante tutto. In questo contesto s’inserisce l'inchiesta di Haaretz, pubblicata l'8 settembre scorso, sulla base di estratti di un libro dei giornalisti Shlomi Eldar e Ruth Yuval.
Secondo la loro ricostruzione, il presidente emiratino Mohammed bin Zayed avrebbe parlato direttamente con Netanyahu alla fine di settembre 2023, dieci giorni prima dell'attacco; si tratta di una conversazione durata circa quarantacinque minuti e inerente alle intenzioni di Yahya Sinwar, allora leader di Hamas, ucciso un anno dopo l’inizio delle ostilità durante un'operazione di pattugliamento a Rafah, e al rischio di un’offensiva capace di destabilizzare la regione e compromettere gli Accordi di Abramo. L'ufficio del premier ha negato sia la telefonata sia la ricezione dell’avvertimento. Il contenuto della conversazione resta quindi da verificare attraverso riscontri oggettivi, ma la sua rilevanza politica è evidente: se l'avvertimento fosse confermato, sarebbe necessario chiarire quali informazioni furono trasmesse, chi ne fu informato e quali decisioni vennero adottate. Non si tratterebbe soltanto di stabilire se il premier conoscesse il piano operativo di Hamas, ma di ricostruire l’operato dell'intero sistema di sicurezza e la capacità del governo di valutare i segnali di pericolo.
Un secondo fronte di polemiche riguarda le comunicazioni della mattina del 7 ottobre. In un'intervista a Channel 12, Avi Gil, segretario militare di Netanyahu al momento dell'attacco, ha ricostruito i contatti con il premier: un primo colloquio alle 6:29 e una successiva telefonata su una linea sicura alle 6:40. Gil ha inoltre riferito che, nel gennaio 2024, una stenografa gli avrebbe raccontato di aver ricevuto da Tzachi Braverman, capo di gabinetto del premier, l'indicazione di modificare l'orario registrato di una delle due telefonate, anticipandolo dalle 6:40 alle 6:29. L'accusa, ancora da verificare, riguarda l'integrità della documentazione ufficiale e la possibilità di ricostruire con precisione la sequenza degli eventi. Gil ha dichiarato di voler mettere a disposizione di una futura commissione d'inchiesta le informazioni e i documenti in suo possesso. Sarà necessario confrontare le testimonianze con i registri originali e accertare se vi siano state modifiche, chi le abbia eventualmente disposte e per quali ragioni. La ricostruzione delle comunicazioni è essenziale per stabilire quali informazioni raggiunsero i vertici israeliani, senza confondere questo filone con quello, distinto, del presunto avvertimento emiratino.
La disputa sulle responsabilità era esplosa pubblicamente già il 29 ottobre 2023, quando Netanyahu aveva accusato i vertici dell'intelligence militare e lo Shin Bet di non averlo avvertito delle intenzioni di Hamas, richiamando le valutazioni secondo cui il movimento palestinese sarebbe stato dissuaso dall'avviare una nuova guerra. Benny Gantz e Yair Lapid avevano contestato al premier il tentativo di trasferire sugli apparati di sicurezza la responsabilità del fallimento, chiedendogli di assumersi le sue responsabilità. Netanyahu cancellò il post pubblicato sul suo profilo personale su X e si scusò, ammettendo di aver sbagliato e ribadendo il proprio sostegno ai responsabili della sicurezza. Quell'episodio non risolse però la questione. Il fatto che le responsabilità operative coinvolgano l'intelligence e i vertici militari non esaurisce quelle del governo, chiamato a supervisionare gli apparati e a rispondere delle proprie scelte strategiche.
Il punto è che il fallimento del 7 ottobre non può essere separato da ciò che è accaduto dopo. La guerra a Gaza, l’elevato numero delle vittime, la distruzione di gran parte delle sue infrastrutture, la crisi umanitaria e il mancato avvio di una ricostruzione mostrano quanto sia ancora lontana una soluzione capace di garantire sicurezza agli israeliani e condizioni di vita dignitose ai palestinesi. Il primo anniversario della tregua, segnato da nuovi attacchi e dall'assenza di progressi sostanziali sul piano politico, evidenzia il divario tra gli obiettivi annunciati e la realtà. La responsabilità del governo non riguarda soltanto la capacità di prevenire una minaccia, ma anche le decisioni adottate durante il conflitto e la strategia perseguita per il futuro della Striscia. È su questo insieme di scelte che gli elettori israeliani saranno chiamati ad esprimersi.
Il presunto avvertimento emiratino, le dichiarazioni di Gil e le eventuali comunicazioni provenienti dall'Egitto - anche dal Paese dei faraoni, infatti, arrivarono delle segnalazioni - devono essere verificati separatamente attraverso documenti, testimonianze e accertamenti indipendenti. Una commissione d'inchiesta dotata di poteri adeguati è indispensabile per acquisire documenti riservati, ascoltare i protagonisti e ricostruire la catena delle informazioni e delle decisioni prima e durante l'attacco. Ma l'esigenza di rigore non deve diventare un pretesto per rinviare all'infinito il giudizio politico sull'operato del governo. Non occorre anticipare conclusioni penali per chiedere conto a un capo di governo della gestione della sicurezza nazionale e delle conseguenze delle sue decisioni.
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