Trump nella morsa tra Netanyahu e il regime iraniano
I bombardamenti israeliani sul Libano e il blocco che resta nello stretto di Hormuz rendono fragilissimo il cessate-il-fuoco appena siglato. E il presidente americano si scontra con l'opposta intransigenza di Israele e Iran.
Ieri pomeriggio, 9 aprile, è passata nello stretto di Hormuz la prima nave non iraniana dall’inizio del cessate-il-fuoco il 7 sera: si tratta della Msg, una petroliera che batte bandiera gaboniana, con 7mila tonnellate di petrolio, proveniente dagli Emirati arabi e diretta in India. Siamo ancora ben lontani dalla libera circolazione attraverso lo stretto di Hormuz che dovrebbe essere parte dell’accordo che prevede in cambio la cessazione degli attacchi israelo-americani. Peraltro l’agenzia russa Tass ha riportato le dichiarazioni di una fonte iraniana secondo cui Teheran consentirà il passaggio giornaliero di un massimo di 15 navi attraverso lo stretto di Hormuz, vale a dire poco più del 10% del traffico quotidiano in tempi normali.
Il governo iraniano giustifica queste restrizioni con gli attacchi di Israele in Libano che, secondo anche il Pakistan (garante dell’intesa), fanno parte dell’accordo sul cessate il fuoco, opinione chiaramente non condivisa dal premier israeliano Benjamin Netanyahu e dall’amministrazione americana.
Insomma, il cessate-il-fuoco è appeso a un filo che collega il Libano allo stretto di Hormuz. E l’impressione è che il presidente americano Donald Trump sia stretto in una morsa tra Netanyahu e il regime iraniano.
Aldilà delle solite dichiarazioni roboanti, infatti, Trump sta cercando di far fruttare la tregua per arrivare a un «vero accordo» con l’Iran, che gli consentirebbe di uscire dignitosamente da una guerra che si è rivelata ben più complicata di quanto avesse previsto.
Ma trova un primo ostacolo in Netanyahu, che ha mal digerito l’accordo di cessate-il-fuoco sull’Iran e ha subito messo in chiaro come la pensa lanciando il selvaggio attacco in Libano dell’8 aprile. Sebbene le versioni sui contenuti reali dell’accordo siano contrastanti – se la tregua in Libano fosse compresa oppure no – è verosimile che Netanyahu non abbia accettato condizioni decise per lui dagli Stati Uniti e si sia ritagliato comunque lo spazio per portare avanti la “sua” guerra.
Lo prova anche la risposta data ieri alle pressioni di Trump che, per evitare di far saltare i negoziati, gli ha chiesto di almeno moderare le operazioni in Libano cercando anche un accordo con il governo di Beirut. Netanyahu ha dato immediato ordine di aprire un negoziato con Beirut - e colloqui diretti dovrebbero iniziare già lunedì 13 aprile a Washington – ma allo stesso tempo ha escluso qualsiasi possibilità di cessate-il-fuoco, né si è mostrato più prudente riguardo agli attacchi sul Libano. Anzi, in un messaggio agli abitanti del nord di Israele – le principali vittime degli attacchi degli Hezbollah – ha chiaramente affermato: «Continuiamo a colpire Hezbollah con grande forza e non ci fermeremo finché non avremo ripristinato la vostra sicurezza». E quanto al negoziato con il Libano è stato chiarissimo sul fatto che l’unica possibilità di pace sia il disarmo di Hezbollah.
Dall’altra parte, l’Iran mostra altrettanta intransigenza usando lo stretto di Hormuz come arma di ricatto. Ieri la nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei, in un messaggio a 40 giorni dalla morte del padre Ali Khamenei, proclamandosi «il vero vincitore sul campo di battaglia», ha detto che l’Iran è deciso a difendere i suoi diritti e a dettare le condizioni per il negoziato, due innanzitutto: il risarcimento per i danni subiti a causa dei bombardamenti di Israele e Stati Uniti e una non meglio precisata «nuova fase» per la gestione dello stretto di Hormuz, che però sottintende il controllo iraniano del passaggio, magari con il pagamento di un pedaggio, come si è paventato più volte in questi giorni.
Condizioni impossibili per Trump che, malgrado anche ieri abbia evocato «scontri a fuoco più forti di quanto si sia mai visto prima» in caso di mancato accordo, si trova a iniziare il negoziato diretto con l’Iran a Islamabad in condizione di debolezza. Quando le delegazioni americana e iraniana arriveranno domani nella capitale pachistana la situazione sarà che mentre da tre giorni sono cessati gli attacchi aerei americani sull’Iran, lo stretto di Hormuz continua ad essere in gran parte interdetto alle navi non iraniane, con tutte le conseguenze che ben sappiamo per la situazione energetica ed economica mondiale.
Per non parlare delle conseguenze che Trump paga sul fronte interno americano a causa dell’aumento dei prezzi e di un intervento in Medio Oriente che ha fatto precipitare il suo indice di gradimento tra gli elettori e sta spaccando anche il Partito repubblicano.
Per uscire dall’angolo, Trump dovrebbe inventarsi qualche colpo a sorpresa, ma stavolta non sarà facile.
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