Magnifica humanitas rompe il silenzio sulla Dottrina sociale
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Solo la grazia rende l'uomo più che umano: è la risposta del Papa al transumanesimo che si annida nella rivoluzione dell'intelligenza artificiale. Una sfida così omnicomprensiva da richiedere la sapienza a 360 gradi della Dottrina sociale della Chiesa, che Leone XIV riporta alla luce dopo la pausa imposta dal predecessore. Ed è già una buona notizia.
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Magnifica humanitas, la nuova enciclica di papa Leone presentata ieri 25 maggio in Vaticano e firmata il 15 dello stesso mese (stessa data della firma della Rerum novarum), è chiaramente una enciclica “sociale”. La cosa va sottolineata perché, data la pausa imposta alla Dottrina sociale formalmente intesa nel pontificato di Francesco, ora c’è una ripartenza. E questa è già di per sé una buona notizia.
La nuova enciclica sociale merita grande attenzione perché compie due operazioni strettamente collegate tra loro. La prima è di ripresentare il quadro di cos’è la Dottrina sociale della Chiesa: natura, fondamenti e principi. A questo scopo vengono dedicati due capitoli, una parte significativa del testo. Obiettivamente se ne sentiva il bisogno. Del resto, il collegamento con Leone XIII stabilito dall’attuale pontefice perfino nel nome, rendeva doverosa e prevedibile la ripresa della tradizione del magistero sociale petrino. Ci sarà tempo per esaminare con calma quanto la nuova presentazione della Dottrina sociale sia in continuità con quella leonina, ma la sua continuazione organica va accolta senz’altro in spirito positivo.
La seconda operazione consiste nell’affrontare il tema dell’Intelligenza artificiale (IA) non come circoscritto argomento tematico, un certo ambito della vita sociale di oggi, ma come espressione di una tendenza che pretende di “ricreare” l’umanità, un progetto di palingenesi. La parola “gnosi” non appare nell’enciclica, ma questa valutazione d’insieme e il dichiarato intento di creare un mondo nuovo la richiamano. L’enciclica mostra questa dimensione soprattutto nei paragrafi riguardanti il transumanesimo e il post-umanesimo dell’uomo “disincarnato” (nn. 115-117) ma non solo, e fa capire che l’IA non va vista come una riforma ma come una rivoluzione che intende definitivamente sostituire l’uomo a Dio. Che si tratti di una riprogettazione dell’umano lo si capisce dall’analisi che l’enciclica conduce su tutte le sue conseguenze nei diversi ambiti della vita, nessuno escluso. Nessun aspetto ne sarà esente. Per questo essa va affrontata, secondo Papa Leone, con una sapienza capace di illuminare le cose a 360 gradi, non solo con ricette operative e nemmeno solo etiche.
Qui le due operazioni dell’enciclica si saldano. La nuova presunta sapienza dell’IA che, come una religione di tipo gnostico tende a svilupparsi in modo esasperato e senza lasciare residui, viene misurata dal «patrimonio sapienziale» della Dottrina sociale della Chiesa, che “nasce dalla fede e dalla sua intelligenza della realtà” (due belle espressioni dell’enciclica). La nuova sfida, sembra dire Leone, è talmente radicale ed omnicomprensiva, talmente alternativa al progetto di Dio, da richiedere un salto di qualità dell’umanità non solo di tipo etico ma anche spirituale.
Questa dimensione del problema che chiamiamo spirituale e religioso in senso cristiano è ampiamente presente nell’enciclica, soprattutto nella introduzione e nella conclusione. Nella introduzione: la torre di Babele e la costruzione delle mura di Gerusalemme narrate dal libro di Neemia rappresentano la sfida dell’uomo a Dio l’una, e la costruzione dell’umanità secondo Dio l’altra. Nella conclusione: l’incarnazione di Dio che rende «magnifica» l’umanità, come mistero di misericordia. Nell’enciclica la centralità del Dio di Gesù Cristo è chiarissima: «La verità che non dobbiamo perdere è quella su Dio e sull’essere umano, così come Cristo ce li ha rivelati» (n. 237). Di fronte ai desideri idolatrici di potenziamento dell’umano, l’enciclica afferma che solo la Grazia rende l’uomo «più che umano» (n. 127).
In altre parti l’enciclica fa qualche concessione ad una visione esistenziale della Dottrina sociale. Nei numeri 25, 26 e 27 viene spiegata «a Dottrina sociale come discernimento comunitario». Si veda il seguente passaggio: «La comprensione della verità come dono da condividere e non come possesso da rivendicare libera la Chiesa dalla tentazione di rimpiangere forme di presenza fondate sul potere». Leone XIII avrebbe qualcosa da obiettare o almeno qualche precisazione da chiedere. Qui più che Leone XIII o Leone XIV sembra parlare papa Francesco che Magnifica humanitas si sforza di inserire in continuità con la storia della Dottrina sociale della Chiesa.
Un certo linguaggio dettato dalla moderna sinodalità si è infiltrato anche qui: «La Dottrina sociale appare nel suo volto più autentico non un prontuario di principi e norme da applicare, ma un cammino di discernimento comunitario» (n. 27). Ciò, però, non significa che essa non esprima delle verità intime e proprie che non nascono «dalle domande» della storia, anche se con queste domande deve entrare in rapporto per evangelizzare. La definizione della Dottrina sociale come «teologia della comunione nella storia» non è, crediamo, del tutto chiara.
Di notevole valore sono le applicazioni dei principi della Dottrina sociale sia alla vita della Chiesa che al tema della IA (riassunti questi al n. 109) e il recupero della teologia della creazione, con i paragrafi dedicati all’accettazione del limite umano (n. 118 ss), il cui abbandono era stato denunciato da Benedetto XVI, anche se è un vero peccato che nell’enciclica non si parli esplicitamente di diritto naturale e di legge naturale (concetti implicati in quello di creazione), nemmeno tra i fondamenti della Dottrina sociale (nn. 48-50).
Il quarto e il quinto capitolo scendono a considerazioni più profane e a indicazioni di atteggiamenti pratici: democrazia, ecologia, alleanza educativa, centralità della scuola, pericolo di controllo sociale, nuove schiavitù, armi e guerra, disordine mondiale, dignità del lavoro contro i pericoli della disoccupazione, ampiamente ripresa da Giovanni Paolo II e sviluppata (nn. 151-156). Sono i temi sui quali la stampa insisterà maggiormente, ma sono anche quelli in cui la tensione dottrinale e religiosa deve venire a patti con la contingenza delle situazioni e con la enormità del lavoro da fare per contrastare o almeno ridurre le preoccupanti tendenze in atto. Sono indicazioni che aprono a delle possibilità ma anche dicono che da soli potremmo non farcela.
Questo spiega l’intreccio, anche negli ultimi capitoli che vorrebbero essere più pratici ma in tutto il testo, tra le valutazioni etiche ed operative necessarie a controllare il fenomeno dopo averlo considerato controllabile, e l’idea che qui è in gioco qualcosa di più potente per la cui soluzione questa volta occorre fare riferimento ad un aiuto più che umano.
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