Tribunale islamico: no del centrodestra, ma il sistema giuridico è permeabile
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Interrogazioni parlamentrari ed esposti in Procura (quella di Padova ha aperto un fascicolo). Gardini e Kelany alla Bussola: «Ordinamento parallelo inaccettabile, verificare immediatamente quali lodi siano già stati emessi». Ma il fondatore della Camera arbitrale, Omar Vanin, ha già studiato e trovato la chiave per inserire la Shari'a nel sistema italiano, grazie anche alla condiscendenza della Magistratura.
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«Follia pura, va bloccata sul nascere». Elisabetta Gardini, vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera non potrebbe essere più chiara sull’iniziativa, emersa ieri ma già operativa da marzo, della Camera arbitrale islamica istituita a Padova. «E ora vanno verificati quali lodi sono già stati emessi», le fa eco la compagna di partito Sara Kelany.
La notizia dell’esistenza di una sorta di tribunale islamico chiamato a risolvere le dispute commerciali e patrimoniali tra cittadini islamici residenti in Italia sta agitando il mondo politico. La Gardini e la Kelany hanno presentato insieme una interrogazione ai ministri della Giustizia, Carlo Nordio, e degli Interni, Matteo Piantedosi, spiegando che «la sovranità della Repubblica italiana è una e indivisibile. L’emergere di sedicenti “Tribunali sciaraitici” sul nostro territorio nazionale non è tollerabile e rappresenta un pericoloso tentativo di instaurare un ordinamento parallelo di matrice teocratica».
Contemporaneamente sono stati presentati tre esposti: uno alla Procura di Roma, firmato dalla nostra collaboratrice Souad Sbai, e due alla Procura di Padova da parte dell’europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint e dall’avvocato Francesco Minutillo, esponente di Futuro Nazionale. E proprio la Procura di Padova ha aperto un fascicolo d’indagine, ma senza indagati né ipotesi di reato, come ha annunciato il procuratore Angelantonio Racanelli affermando che la Procura «svolgerà, come sempre, i compiti che la legge gli affida, svolgendo i doverosi accertamenti».
L’iniziativa della Camera arbitrale islamica è dirompente e anche particolarmente insidiosa perché si inserisce in un istituto giuridico italiano previsto dal Codice di procedura civile, quello del lodo arbitrale, nato per risolvere delle liti tra soggetti privati senza ricorrere al tribunale ordinario. «Ma qui il problema è che si crea una giustizia parallela – dichiara alla Bussola l’on. Gardini -. Il sito della Camera arbitrale parla chiaramente della “vostra via alla Giustizia islamica in Italia” e intende risolvere “controversie civili e commerciali in conformità con i princìpi della Shari’a, ossia la legge islamica”. In questo modo si ribaltano le priorità, la legge italiana si considera solo laddove non arriva la Shari’a». Oltretutto, fa notare la Gardini, si fa «esplicito riferimento al diritto di famiglia, dove sappiamo bene che le norme coraniche sono in evidente contrasto con i princìpi della nostra Costituzione». Inoltre, prosegue la Gardini, «c’è un secondo aspetto importante: nel momento in cui si pone il problema dell’integrazione, si pongono in essere strumenti che tendono a isolare ancora di più le comunità islamiche. È inaccettabile».
Un altro aspetto è messo in evidenza dall’on. Kelany: a volte, in questioni che riguardano cittadini stranieri residenti in Italia è possibile che un tribunale italiano applichi la legge di un Paese straniero, «ma si fa sempre riferimento a un ordinamento codificato», dice alla Bussola. «Qui invece si fa riferimento alla legge coranica, un testo religioso non codificato che affronta anche diritti indisponibili ed è oltretutto incompatibile con la nostra Costituzione».
Il giorno dopo il polverone suscitato dalla notizia, il fondatore della Camera arbitrale islamica, l’avvocato Omar Vanin, esperto di diritto internazionale privato, ha cercato di ridimensionare la portata dell’iniziativa, affermando che la camera arbitrale «è soggetta alle leggi dello Stato», e impegnandosi a modificare il regolamento arbitrale per evitare i riferimenti che «suscitano clamore», come l’espressione “tribunale sharaitico” e le formule liturgiche nei lodi.
Ma non sono certo le operazioni di cosmesi a risolvere la questione, né la formale presa di distanza dall’iniziativa da parte dell’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche in Italia, impegnata a farsi riconoscere ufficialmente dallo Stato come rappresentante dei musulmani in Italia. In un comunicato diffuso ieri parla di «una iniziativa nata in modo del tutto autonomo, promossa da soggetti sconosciuti alle comunità islamiche italiane e privi di qualsiasi mandato da parte loro». È evidente il tentativo politico di non compromettere l’immagine che di sé l’Ucoii sta cercando di accreditare presso le istituzioni italiane, ma proprio il caso di Padova dimostra che la realtà islamica in Italia è multiforme e la sua rappresentanza non può essere ridotta a qualche sigla.
Peraltro l’avvocato Omar Vanin è tutt’altro che sconosciuto alla comunità islamica e la sua iniziativa è frutto di una lunga preparazione, avvenuta in anni di studio da cultore del diritto internazionale privato. Il suo curriculum dimostra che da anni si è concentrato sui rapporti tra il diritto di Paesi stranieri e diritto italiano e soprattutto sul diritto dei Paesi islamici. Suo è ad esempio uno studio su ripudio islamico e legge italiana, risalente al 2015, mentre più recentemente nel 2024 ha pubblicato uno studio su “L’efficacia delle sentenze straniere civili in Italia” nell’ambito del progetto “EJNita2.0: Building Bridges and New Roadmaps”,cofinanziato dall’Unione Europea e coordinato dal Ministero della Giustizia, con il patrocino della Scuola Superiore della Magistratura e dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Ma ancora più interessante ai fini dell’argomento in discussione è un altro studio pubblicato nel 2024 che riguarda «L’applicazione in Italia della Shari’a degli Stati nord-africani in materie specifiche riguardanti la famiglia e le persone». Qui si trova un attento esame della giurisprudenza italiana e si può già comprendere quali siano le strade giuridiche che possono essere percorse con la Camera arbitrale per affermare la Shari’a in Italia, che necessariamente riguarda soprattutto il diritto di famiglia, quello più influenzato dalla legge coranica e allo stesso tempo più difficile da conciliare con le leggi italiane ed europee. Al contrario, «il settore dei contratti è scarsamente influenzato dalla Shari’a», sostiene Vanin.
L’avvocato padovano riconosce che «non c’è spazio nei tribunali italiani per l’applicazione di una astratta e generica Shari’a», ma allo stesso tempo l’Italia ha già recepito la Shari’a attraverso le leggi di alcuni Paesi nord-africani che la applicano in diversa misura nei loro ordinamenti, e sempre a proposito «di leggi che riguardano la famiglia e le persone». Interessante ad esempio, il rilievo riguardo la possibilità di riconoscere in Italia il ripudio islamico grazie alla legge 162/2014 che ha reso possibile il divorzio consensuale senza intervento del tribunale. E si cita anche una sentenza della Corte di Cassazione del 14 agosto 2020, no, 17170, che rovesciava la sentenza di un tribunale ordinario il quale aveva negato il riconoscimento di un ripudio avvenuto davanti alle autorità in Iran.
Insomma, bisogna rendersi conto che si ha a che fare non con singoli personaggi autori di iniziative clamorose ma isolate nel contesto di comunità tranquille, bensì con organizzazioni e gruppi molto ben preparati professionalmente che da anni studiano come sovvertire il diritto italiano a favore della legge coranica (il sito di Vanin parla di «esperti qualificati sia nel diritto secolare che nelle dottrine sciaraitiche»). E purtroppo, con una magistratura italiana troppo arrendevole in nome del rispetto delle identità culturali delle minoranze.


