Torreciudad, le offese di Francesco all'Opus Dei nella contesa col vescovo
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Scontro sulla statua mariana collocata nella chiesa voluta da san Josemaria Escrivá. Mons. Pérez ne reclama il ritorno nella sede originaria e riesuma due lettere del defunto Papa che parlava di «intrighi mafiosi». La prelatura mostra gli accordi dell'epoca e afferma che le divergenze giuridiche non possono «trasformarsi in un’accusa offensiva e priva di fondamento».
Un clima carico di tensione tra il vescovo di Barbastro, mons. Ángel Pérez Pueyo, e l’Opus Dei ha preceduto la 47ma edizione della Romería de Vírgenes de Ribagorza y Sobrarbe, annuale pellegrinaggio con decine di statue mariane – appunto Vírgenes –, che sabato 6 settembre si è svolto a Torreciudad. Nella località aragonese sorge una chiesa destinata a essere riconosciuta come santuario, consacrata nel 1975 e voluta da san Josemaría Escrivá – nativo di Barbastro – ma la devozione mariana è molto più antica. La veneratissima statua lignea di Nostra Signora degli Angeli risale all'XI secolo ed era custodita in una piccola cappella (ermita) a poche decine di metri dall'attuale edificio in cui fu trasferita cinquant'anni fa.
In occasione della Romeria la “padrona di casa”, la Madonna degli Angeli, ha fatto ritorno per qualche ora nella sua antica collocazione. E per il vescovo dovrebbe restare lì, «nella sua dimora di sempre, dove è sempre stata per più di mille anni, fino a quando non è stata portata via cinquant'anni fa», come ha scritto nel comunicato del 31 agosto. Eppure il trasferimento avvenne in seguito agli accordi siglati negli anni Sessanta fra il suo predecessore, mons. Jaime Flores Martin, e l’Opus Dei, cui è affidata la custodia della statua e della cappella originaria, mentre la diocesi ne mantiene la proprietà. Ma quello sulla Madonna degli Angeli è solo un capitolo della disputa sull’intero complesso di Torreciudad che si è aperta nel 2020, quando mons. Pérez chiese la revisione degli accordi e nel 2023 decise di nominarne rettore un sacerdote scelto tra il clero diocesano e non più, come era stato fino ad allora, fra i sacerdoti della prelatura, rimasti in veste di collaboratori. Il 9 ottobre 2024, su richiesta della stessa diocesi, papa Francesco nominò mons. Alejandro Arellano Cedillo come «commissario pontificio plenipotenziario» per Torreciudad. Nel frattempo il Pontefice era intervenuto sull’Opus Dei con un apposito motu proprio (Ad charismam tuendum), stabilendo tra le altre cose che il prelato «non sarà insignito, né insignibile dell’ordine episcopale».
Sabato scorso mons. Perez ha usato toni decisamente più concilianti durante l'omelia del pellegrinaggio, dopo quelli ben più netti dei giorni precedenti. Ha ringraziato «per tutto il bene che la prelatura dell'Opus Dei ha fatto in questi anni a Torreciudad» e auspicato «che l'Opus Dei possa continuare a sviluppare la sua missione qui e che Torreciudad continui ad essere un grande centro di evangelizzazione mariana e familiare, pienamente integrato nella diocesi e che sviluppi il suo carisma a beneficio della grande famiglia che è questa Chiesa particolare di Barbastro-Monzón». Tuttavia il vescovo non è certo tornato sui suoi passi, come ha lasciato intendere chiaramente con l’«umile richiesta», nella preghiera pronunciata davanti alla Vergine, «affinché, come il vecchio Eleazaro, possa dimostrarmi degno del mio lavoro di pastore, lasciando alle generazioni future un esempio degno della dignità di questo popolo».
La figura del vecchio Eleazaro era infatti al centro del citato comunicato in cui il vescovo sostiene con fermezza il ritorno perpetuo della Madonna degli Angeli di Torreciudad nella cappella, affermando che «la documentazione storica e legale» raccolta dalla diocesi «esclude la possibilità di considerare la rimozione dell'immagine dall'ermita come una rinuncia volontaria da parte di questa città alla sua custodia e alla sua collocazione originaria». Mons. Pérez ha evocato l’anziano di cui il secondo libro dei Maccabei (6,18-31) narra che preferì morire piuttosto che scendere a compromessi, per dire che «non posso firmare, approvare o acconsentire a una formula che priva gli abitanti di Barbastro-Monzón della loro Madre, o che la trasforma in una straniera che fa visite occasionali ai suoi figli dalla casa di un altro» e «come il vecchio Eleazaro, preferisco lasciare un esempio di fedeltà alla nostra storia e alla nostra memoria, piuttosto che tradire ciò che si ha il dovere di proteggere». Per la serie: o ritorna la statua o me ne vado io.
Accuse respinte dall’Opus Dei il 4 settembre con un dossier che include l’atto pubblico del 24 settembre 1962 e l’atto notarile dell’8 settembre 1966, sottoscritti dall’allora vescovo Jaime Flores Martin con i rappresentanti dell’Opus Dei. Per la prelatura «non è mai stato in discussione che la proprietà dell'immagine spetti alla diocesi. La controversia riguarda la portata e la validità dei diritti di uso, custodia e collocazione stabiliti mediante accordi tra le parti» e pur essendo legittima l’esistenza di «interpretazioni giuridiche differenti circa gli effetti degli accordi» queste non possono «trasformarsi in un’accusa offensiva e priva di fondamento». L’Opus Dei dichiara che «la statua non fu mai sottratta clandestinamente. Sempre con l’autorizzazione del vescovo, fu restaurata nel 1964 e nuovamente intorno al 1970 e, dal 1975, presiede la pala d’altare di questo nuovo tempio, esposta pubblicamente alla venerazione di tutti i fedeli». Del resto, come si legge nell’atto del 1966, la costruzione del nuovo tempio fu dovuta proprio alla necessità di maggiore capienza, rispetto alla cappella originaria non più in grado di accogliere il crescente numero di pellegrini.
Fin qui a grandi linee la disputa fra diocesi e prelatura, in cui ritorna anche la mano di papa Francesco, anzi due biglietti scritti a mano, esplicitamente menzionati dal vescovo di Barbastro il 31 agosto. Accanto al modello del vegliardo biblico il presule fa appello all’autorità del defunto Pontefice, che «era personalmente a conoscenza del problema», come gli manifestò in occasione della visita ad limina del dicembre 2021. «In seguito, in un biglietto scritto a mano datato 13 luglio 2023, mi scrisse di suo pugno: “Non cedere!”. E il 18 settembre 2024, quando lo incontrai in Piazza San Pietro, mi chiese di nuovo direttamente: “Angel, hanno già tolto la Vergine?”. Poche settimane dopo, in un altro biglietto scritto a mano datato 13 ottobre 2024, mi mise espressamente in guardia dagli “intrighi mafiosi in atto” attorno a questa vicenda, proprio come avevo fatto io nella mia omelia nella nostra cattedrale esattamente un anno prima».
Parole piuttosto sconvenienti sulla bocca e sulla penna di un Pontefice, a prescindere da ragioni e torti sulla collocazione della Vergine di Torreciudad. Biglietti che riportano alla mente le due lettere firmate «F», riesumate nei giorni del pre-conclave, quando il sacro collegio era di fronte al dilemma se ammettere o meno il cardinal Becciu nella Cappella Sistina – questione risolta poi dal passo indietro del porporato. Quanto agli «intrighi mafiosi» entrano nel repertorio delle più infelici frasi a effetto, come quella «messicanizzazione» che, in un’email privata del 2015, preoccupava il Papa riguardo al dilagare del narcotraffico in Argentina, finendo per ferire i sentimenti dei messicani. Un dodicennio scandito da espressioni a effetto, talora colorite, e messaggi in bottiglia da usare anche postumi. A Torreciudad ci sono entrambi.


