• VERSO IL VOTO

Sulla Meloni il cortocircuito del femminismo

La sola ipotesi che la leader di Fratelli d'Italia diventi presidente del Consiglio manda in tilt un certo mondo femminista: sarebbe una conquista, perché donna, o la sconfitta definitiva perché l'unica donna ad emergere è di destra? Qualche considerazione sull'argomentare femminista.

E se Giorgia Meloni diventasse premier? La prima donna Presidente del Consiglio? Un bel cortocircuito per il femminismo che si troverebbe da una parte doverosamente esultante perché la Meloni è donna e su altro versante altrettanto doverosamente afflitto perché la Meloni è – a loro dire – post fascista (ed ogni femminista degna di questo nome è di sinistra).

Questo cortocircuito è ben espresso dalla giornalista Elena Stancanelli che su Repubblica del 26 luglio scorso scrive: «Giorgia Meloni potrebbe essere la prima donna a diventare presidente del Consiglio di questo Paese. Come la mettiamo? Dovremmo considerarlo un passo avanti, in vista di una più equa spartizione dei ruoli apicali, o una sconfitta definitiva?». Una sconfitta, sottolinea la giornalista, dovuta per paradosso proprio al femminismo. E infatti aggiunge: «Abbiamo lottato per permettere alle donne di emergere e l'unica che emerge è una post-fascista che grida sì alla famiglia naturale, no alla lobby Lgbt, sì alla universalità della croce, no ai burocratici di Bruxelles e altre amenità simili». Vince il femminismo, ma declinato in senso destrorso. Una bella presa in giro. Sorpassati a destra su una cosa che abbiamo inventato noi di sinistra.

La Stancanelli pare individuare la soluzione di questo cortocircuito, ma non lo vuole ammettere. La sfiora, ma volutamente non l’afferra. La soluzione è semplice: chi deve essere premier? Il più capace, uomo o donna che sia. Il femminismo invece sbaglia perché a questa domanda risponde: una donna! E se fosse di destra? Meglio donna fascista o uomo democratico? Ecco che l’impasse per le neo suffragette è impossibile da superare.

Osserviamo, invece, come la Stancanelli si barcameni per uscire da questo vicolo cieco. Da una parte ammette che mai ci si dovrebbe compiacere che la Meloni diventi premier perché è un avversario politico. Dunque comprende che l’importante è la sostanza, non il sesso della persona che incarna quella sostanza. Così la Stancanelli: «Non mi pare quindi che per le donne, o agli uomini, di area democratica si ponga o no la questione se essere liete del successo di Giorgia Meloni, in quanto donna. È un avversario politico, punto». Dunque prima viene il merito del programma politico e poi il sesso. Un plauso alla Nostra per aver dimostrato di non essere femminista al 100%.

Poi, su altro fronte, la giornalista si accorge che ammettere che il criterio di competenza vinca su quello del sesso femminile è roba da maschi tossici e allora tenta il carpiato doppio: le donne sono più brave, ma nella sinistra c’è poco spazio per loro. La Meloni è stata capace (ecco il criterio della competenza) di costruirsi un partito da sola perché donna (ecco il criterio “donna”) e così, ahinoi, dovrebbe fare una donna di sinistra per eccellere. Questo argomentare permette di unire competenza a femminismo dando priorità al secondo elemento: le donne sono più brave degli uomini a priori, se non emergono è colpa delle circostanze così volute dal patriarcato maschile. A destra la Meloni, proprio perché donna, è riuscita a smarcarsi da questi vincoli discriminatori. Che questo accada anche a sinistra. Ed infatti il suo articolo è intitolato: Giorgia Meloni, una lezione per la sinistra.

La chiusura dell’articolo rimarca questo stereotipo concetto proprio del femminismo: noi donne siamo brave quanto gli uomini, anzi di più. «Per avere una donna ai vertici della coalizione di sinistra – scrive la Stancanelli – servirebbe quello stesso coraggio, per scardinare l'idea che la competenza e il talento sono per forza legati a una certa immagine, un certo modo di vestire, un certo genere sessuale». La Meloni è la prova provata che il femminismo ha ragione, purtroppo la sua eventuale vittoria è avvenuta a destra e non a sinistra. Questo il succo del discorso della Stancanelli, la quale, per vincoli ideologici, si trova impossibilitata ad ammettere una serie di altre eventuali evidenze.

La prima a cui abbiamo già accennato: se vincesse la Meloni ciò accadrà soprattutto per i suoi meriti, per il suo programma, perché, come vedremo meglio dopo, si trova all’opposizione, non perché donna.
La seconda: forse è la femminilità a dare una marcia in più ai candidati, non il femminismo. Forse è la concezione della donna così come rappresentata a destra, seppur con infinti limiti, a vincere sulla concezione delle stessa promossa a sinistra. Non è la donna in carriera che butta al macero marito e figli pur di emanciparsi che può emergere, quella che bercia che il suo corpo è solo suo e può farne quello che vuole e che continua a ripetere che ogni differenza puzza di discriminazione e che quindi per essere vere donne occorre mimare gli uomini, ma quella che vuole essere fondamento, ossia sostegno, della famiglia a primeggiare, quella che riconosce l’esistenza di una natura nelle cose da rispettare. Una donna che, appunto come precisava con sarcasmo la Stancanelli, è a favore della famiglia naturale, contro quella artificiale fatta di coppie omosex e contro «altre amenità simili». Forse, si potrebbe così pensare, sono stati anche questi contenuti, che rimandano ad una immagine di donna non propria del progressismo, ad aver convinto (ma tali contenuti, seppur presenti, come vedremo tra qualche riga, in realtà pesano pochissimo).

Se vincesse la Meloni non trionferebbe il femminismo, come vorrebbe argomentare la Stancanelli, perché questo, nei suoi tratti peculiari, può trovare il suo habitat naturale solo a sinistra. Vincerebbero, più semplicemente, un programma e una strategia politica. Chi ha in mano un martello vede chiodi dovunque e la Stancanelli insieme a tutte le sue kompagne interpreta la realtà solo alla luce del femminismo. E dunque codifica l’eventuale vittoria della Meloni come conferma della bontà del femminismo: è il fatto di essere donna che ha permesso alla Meloni di costruirsi un partito tutta da sola e così primeggiare.

Le cose non stanno così, ma sono assai più banali: chi fosse stato all’opposizione di questo governo, non poteva che giovarsene, uomo o donna che fosse. L’unico partito all’opposizione è stato Fratelli d’Italia e dunque si sa che, per la teoria del pendolo che privilegia prima una parte e poi la parte avversa, l’opposizione, con candore verginale, si può sempre presentare immacolata dei peccati di chi ha governato perché non ha dovuto mettere alla prova dei fatti le sue proposte. E la teoria del pendolo non è femminista, né maschilista. È solo un dato di fatto.

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