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CONSERVATORISMO

Spengler e il Tramonto dell'Occidente. Una profezia nichilista

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Oswald Spengler, pensatore conservatore tedesco, morto 90 anni fa, previde il declino della civiltà occidentale, senza indicare alcuna soluzione. Oggi molte sue "profezie" si sono avverate, ma non dobbiamo farci prendere dal suo nichilismo di fondo.

Cultura 16_06_2026
Tramonto sull'Occidente?

L’8 maggio 1936 moriva a Monaco uno dei più acuti e ostracizzati pensatori del ‘900. La vita di Oswald Spengler (1880-1936) è simile a quella di un uomo che è consapevole di non avere casa in uno spazio geografico o temporale. In fondo, a lui si possono applicare le medesime parole con le quali lo scrittore siciliano Tomasi di Lampedusa parlava di sé e della sua infanzia: «ero un ragazzo cui piaceva la solitudine, cui piaceva di più stare con le cose che con le persone» (Ricordi d’infanzia).

Spengler fu senza dubbio un pensatore solitario, ma non sperimentò mai la desolazione (loneliness) – una distinzione che Hannah Arendt ha analizzato magistralmente nel suo celebre saggio Le origini del totalitarismo. In altre parole, non si sentì mai estraneo al mondo, piuttosto avvertì presto l’esigenza di instaurare un fecondo dialogo interiore in relazione a ciò che accadeva intorno a sé, e che riguardava i suoi simili e la sua epoca.

La sua fama si deve alla monumentale opera scritta e pubblicata a più riprese tra il 1918 e il 1922 a Monaco, dal titolo Il tramonto dell’Occidente. Lineamenti di una morfologia della storia mondiale. «In questo libro vien tentata per la prima volta una prognosi della storia — si legge nelle prime righe dell’introduzione –. Ci si è proposti di predire il destino di una civiltà e, propriamente, dell’unica civiltà che oggi stia realizzandosi sul nostro pianeta, la civiltà euro-occidentale e americana, nei suoi stadi futuri».

Tuttavia, a dispetto di quel che potrebbe sembrare leggendo il titolo dell’opera, lo sguardo di Spengler non si sofferma sulla sola civiltà occidentale. La sua, infatti, è una ricognizione generale fondata essenzialmente su un’analogia di natura organica. La civiltà, per l’autore tedesco, è simile a un organismo ed è soggetta a fasi di sviluppo e di deterioramento, prima di giungere al suo termine finale.

La società occidentale si trova nel suo ciclo conclusivo, ovvero nella sua fase di «civilizzazione» (Zivilisation). È questo il termine che Spengler utilizza per indicare lo stato terminale che attraversa una società edificata dalla borghesia. Essa è contrassegnata dal primato del denaro e dalla finanza, dall’industrializzazione massiccia, dall’avvento delle masse sulla scena politica e, più in generale, dall’artificialità dell’esistenza. Per lo studioso tedesco è emblematicamente rappresentata dalla metropoli.

Di converso, la civiltà (Kultur) descrive il momento sorgivo di un popolo, la fase della nascita e della giovinezza di una società. Primato della fede, eroismo, forti spinte ideali e una certa sensibilità artistica caratterizzano un ambiente che nasce nelle campagne e si sviluppa principalmente all’ombra dei castelli e dei templi. La nobiltà e la casta sacerdotale innervano questo tipo di società, che ha la tradizione e il senso del reale al centro della propria vita e del proprio immaginario.

Il pregio dell’opera di Spengler è quello di essere riuscito a tematizzare i principali nodi critici della contemporaneità, inserendoli in una vasta panoramica storica. E, soprattutto, di averlo fatto con sguardo profetico e in modo assai intuitivo, ricorrendo a una «morfologia comparata», ossia a uno studio simbolico delle forme concrete di una data civiltà (dalla scultura all’architettura, dalla pittura all’organizzazione sociale) alla luce delle quali mostrare lo stato di sviluppo di un popolo.

Tuttavia, come già rilevò Julius Evola nell’introduzione alla prima traduzione dell’opera in lingua italiana da lui curata (Il tramonto dell’Occidente, Longanesi 1957), «la sua dottrina» (dello Spengler) è «informata da un fatalismo biologico indebitamente esteso al piano della filosofia della storia».

Dalle pagine de Il tramonto dell’Occidente emerge infatti sicuramente uno sguardo prognostico sullo sviluppo della società occidentale, ma non affiora nessuna terapia da attuare. E ciò avviene perché Spengler resta fondamentalmente un pensatore tragico, discepolo di Nietzsche prima ancora che di Goethe. A ben vedere, intellettualmente egli dimostra di essere figlio proprio dello spirito della Zivilisation più che della Kultur, avendone assunto i suoi esiti nichilistici e tragici.

Siamo dunque ben distanti dall’itinerario storico-teologico esposto nel De civitate Dei da parte di sant’Agostino che, come ricordava Leone XIII, «primo fra tutti delineò ed elaborò la filosofia della storia». Sempre papa Pecci sottolineava poi che «l’errore ha invece più e più volte distolto dal vero coloro che si sono allontanati dalle orme di un così grande uomo, perché nell’analizzare i percorsi e le vicende degli Stati non compresero le autentiche cause che regolano gli eventi umani».

A distanza di novant’anni dalla sua morte, Spengler continua a parlare una lingua incomprensibile ai più. La storia del XX Secolo tuttavia ha confermato molte delle sue «profezie». La civiltà occidentale, o quel che ne resta, continua a incamminarsi verso una strada a senso unico, destinata al fallimento. Per un’opera come Il tramonto dell’Occidente può dunque esserci un futuro, a patto però che quel «tramonto» non sia postulato come definitivo, ma costituisca un «normale» preludio – per quanto lungo e doloroso – di una nuova alba e di un nuovo giorno.