• IL BRACCIO DI FERRO

Solo il Vaticano si oppone al Kit abortivo dell'Onu

Le agenzie dell’Onu non perdono occasione per tentare di imporre l'aborto a livello internazionale, scavalcando gli Stati. Il Consiglio economico e sociale include contraccettivi e abortivi nel kit destinato alle aree di crisi e ha incontrato la decisa opposizione solo dell'osservatore presso il Palazzo di vetro del Vaticano. Ma sotto accusa è anche un database che monitora l'attività degli Stati sugli aborti.  

L'arcivescovo Ivan Jurkovic
Nonostante l’aborto come “diritto” non sia contemplato in nessun trattato, le agenzie dell’Onu non perdono occasione per tentare di imporlo a livello internazionale, cercando di scavalcare quella che è una competenza esclusiva dei singoli Stati.
 
L’ultimo di questi tentativi è stato messo in atto a Ginevra il 23 giugno, alla riunione del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite (Ecosoc), dove il rappresentante del Vaticano ha criticato una risoluzione che proponeva di includere mezzi abortivi in kit d’emergenza da destinare ai Paesi alle prese con crisi umanitarie. La risoluzione si basa sull’aggiornamento delle politiche dell’Ecosoc, che ad aprile ha indicato quale “priorità” per le donne in aree di crisi l’accesso al controverso Misp (Minimum initial service package), un pacchetto che consiste di tredici differenti kit per la cosiddetta salute riproduttiva e comprende, tra le altre cose, un aspiratore, contraccettivi e farmaci abortivi.
 
Tutto fornito dal Fondo Onu per la popolazione (Unfpa), impegnato nella diffusione di questi kit già dagli anni ’90 assieme ad altri organismi delle Nazioni Unite come l’Alto commissariato per i rifugiati. Poiché nelle aree di crisi le donne sono generalmente più esposte alle violenze sessuali, l’Onu pensa insomma che la priorità sia evitare la nascita dei bambini, piuttosto che cercare di prevenire la violenza, che così viene compiuta due volte.
 
“Non possiamo accettare come soluzione quei servizi che procurano o promuovono l’aborto”, ha detto l’osservatore permanente della Santa Sede a Ginevra, l’arcivescovo Ivan Jurkovic, che ha ricordato anche i seri rischi per la salute della madre connessi all’aborto e all’uso dell’aspiratore. “Per queste ragioni – ha aggiunto Jurkovic – la nostra delegazione si dissocia dai paragrafi della risoluzione che promuovono il Misp come risposta alle già drammatiche situazioni affrontate da così tante donne e bambini in contesti umanitari difficili”. Da rilevare anche le riserve avanzate dal rappresentante del Vaticano sull’uso del concetto di salute sessuale e riproduttiva. “La Santa Sede non considera l’aborto, l’accesso all’aborto o a farmaci abortivi quali aspetti del termine «salute sessuale e riproduttiva»”. Un termine che gli abortisti pretendono appunto di usare come sinonimo di aborto. Una riserva importante è stata fatta anche riguardo all’uso della parola gender, con Jurkovic che ha spiegato che per il Vaticano “il termine va basato sull’identità e sulla differenza sessuale biologica”, chiedendo di includere la sua dichiarazione tra gli atti ufficiali della riunione.
 
Si tratta di precisazioni quantomai necessarie oggi (specie se pensiamo a quanto, fuori dall’ambito Onu, sta succedendo innanzitutto alla Pontificia Accademia per la Vita sotto la guida di monsignor Paglia), anche perché nel 2015 avevano generato confusione alcune dichiarazioni del Vaticano. Nell’estate di quell’anno monsignor Joseph Grech - in rappresentanza dell’osservatore permanente alle Nazioni Unite, l’arcivescovo Bernardito Auza - disse infatti di appoggiare “alla lettera” gli Obiettivi di sviluppo sostenibile, pur ricordando subito dopo alcune riserve, e a inizio autunno lo stesso papa Francesco li definì “un importante segno di speranza”.
 
Visti alcuni riferimenti pericolosi contenuti negli Obiettivi di sviluppo sostenibile, nel 2016 la Santa Sede ritenne opportuno diffondere attraverso Auza una nota di chiarimento, per esprimere il proprio rifiuto di ogni interpretazione favorevole a contraccezione, aborto, controllo della popolazione e ideologia gender. Un chiarimento doveroso, che al contempo rivela come negli ultimi anni la comunicazione vaticana non sempre sia stata gestita bene.
 
Oltre a questa apprezzabile resistenza del Vaticano alla risoluzione di giugno, va segnalata un'altra iniziativa pro-aborto promossa da alcune agenzie dell’Onu, con l’Organizzazione mondiale della sanità in testa. L’Oms (assieme a Undp, Unfpa, Unicef e Banca Mondiale) ha infatti lanciato un database interattivo, in una versione rinnovata, che raccoglie le informazioni sulle leggi in tema di aborto e mira in pratica a fare pressioni sugli Stati membri affinché conformino le loro norme alle raccomandazioni fatte dai burocrati delle Nazioni Unite.
 
Nella descrizione del database, l’Oms scrive esplicitamente che questo strumento è inteso “a eliminare le barriere che le donne incontrano nell’accesso all’aborto sicuro”. In nessuna parte si ricorda che l’aborto non è previsto da alcun trattato internazionale, né si ricorda che molti Paesi hanno più volte detto che non avrebbero mai aderito a un documento volto a introdurre l’aborto. “Questo database non è programmato soltanto per fare pressione sugli Stati affinché cambino le loro leggi, ma anche per creare un diritto consuetudinario all’aborto, basato sulle raccomandazioni degli organismi Onu”, spiega Stefano Gennarini, esperto legale di C-Fam, una ong che opera da più di vent’anni a difesa di vita e famiglia.
 
Il nuovo database è significativamente ospitato sul dominiosrhr.org”, dove l’acronimo iniziale sta a indicare i diritti di salute sessuale e riproduttiva (Srhr in inglese), malgrado – come accennato – questa dicitura includa l’aborto solo nelle menti degli abortisti. È l’inganno linguistico che si perpetua, per forzare verso l’aborto i Paesi che garantiscono protezione legale alla vita nascente. È la riprova che il pensiero unico mondialista si impone con la prepotenza.

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