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Se la volontà pretende di farsi legge: san Pio X contro l’assoluto democratico

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Ciò che Papa Sarto contesta non è che il popolo partecipi alla determinazione concreta del governo, bensì che la volontà umana associata venga pensata come principio originario dell’ordine politico.

Ecclesia 21_08_2026

La critica di san Pio X alla democrazia liberale non può essere ridotta al rifiuto di una determinata forma di governo, né tantomeno alla nostalgia per un assetto politico ormai trascorso. Essa raggiunge un livello assai più profondo, perché investe la concezione moderna dell’autorità e, prima ancora, l’antropologia che la rende possibile.

Ciò che il Pontefice contesta, soprattutto nella Notre charge apostolique del 1910, non è che il popolo partecipi alla determinazione concreta del governo, bensì che la volontà umana associata venga pensata come principio originario dell’ordine politico, quasi che l’autorità non riceva la propria misura da un bene che la precede, ma la produca attraverso il consenso.

La frattura è propriamente metafisica. Nella concezione classica e cristiana il potere non è una realtà autosufficiente, perché la sua legittimità non deriva semplicemente dal fatto di essere voluto, esercitato o riconosciuto. Esso è giusto in quanto ordinato al bene comune e sottoposto a una legge che non crea, poiché il vero e il bene possiedono una consistenza anteriore alla decisione degli uomini. La modernità politica tende invece a trasferire nell’immanenza della volontà collettiva ciò che l’ordine classico riconosceva come misura trascendente dell’agire.

Da qui nasce l’errore che Pio X individua nel democratismo, quando il consenso non è più uno dei modi attraverso i quali si determina chi governa, ma diviene il fondamento ultimo di ciò che può essere comandato. Ne segue una conseguenza decisiva. Se nessun ordine del giusto precede la volontà politica, la legge rischia di cessare di essere "ordinatio rationis" per divenire espressione della volontà prevalente. Il numero acquista, allora, una funzione che non può possedere, perché può manifestare una preferenza, non generare una verità morale.

Una moltitudine può volere concordemente ciò che è ingiusto senza che l’ingiustizia muti natura, così come nessuna procedura può trasformare il male in bene per il solo fatto di averlo rivestito di legalità. La stessa aporia attraversa la concezione liberale della libertà. La libertà, per Papa Sarto, non trova la propria perfezione nell’indeterminazione della scelta, bensì nella capacità della volontà di aderire al bene conosciuto dalla ragione.

Quando, invece, viene concepita come emancipazione da ogni ordine anteriore al soggetto, essa finisce per consumare il proprio fondamento, poiché una libertà che non riconosca altro criterio che se stessa non può più distinguersi teoricamente dall’arbitrio. Anche l’uguaglianza si altera quando, da comune dignità degli uomini, viene trasformata nella negazione di ogni struttura, funzione o autorità, come se ogni relazione ordinata implicasse necessariamente dominio.

È in questo quadro che va compresa anche la critica alla separazione dello Stato da Dio. Pio X non nega la distinzione degli ordini, ma rifiuta che essa venga convertita nell’autosufficienza morale della città terrena. Una comunità politica che pretenda di non ricevere alcuna misura oltre se stessa non diventa neutrale, perché assume implicitamente come proprio principio l’assenza di ogni verità superiore alla decisione pubblica.

Ciò che Giuseppe Sarto propone conserva perciò una forza singolare anche oggi. Non la restaurazione meccanica di forme politiche del passato, bensì il recupero del carattere ministeriale dell’autorità, della legge come espressione della ragione ordinata al bene comune, della libertà come facoltà perfezionata dal vero, dei corpi intermedi come articolazioni reali della società e della partecipazione politica come concorso al bene della comunità, non come attribuzione alla volontà collettiva di una potestà senza misura.

La sua critica raggiunge così il punto nel quale anche la democrazia contemporanea continua a essere interrogata. Il problema non consiste anzitutto in chi decida, ma in che cosa renda giusta una decisione. Quando la procedura pretende di esaurire la legittimità, la politica non si libera da ogni assoluto, finisce piuttosto per assolutizzare se stessa. È precisamente questa metamorfosi della volontà in misura del vero e del giusto che san Pio X rifiuta, ricordando che nessuna autorità umana è tanto legittima quanto quando riconosce di non essere il principio ultimo dell’ordine che è chiamata a custodire.


Daniele Trabucco è autore del libro San Pio X. Il papa che condannò il modernismo, Il Cerchio, Rimini 2026