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terrorismo

El Koudri già attenzionato ma scambiato per "lupo solitario"

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L'attentatore di Modena era stato monitorato ma non considerato pericoloso: «una errata interpretazione comportamentale», ha confermato uno degli operativi che seguirono il caso. Sui segnali d'allarme ha prevalso la narrazione del "folle isolato" ed è il vero pericolo.

Attualità 01_10_2026
LaPresse

Lo avevano già visto. Salim El Koudri era finito sui radar dell’intelligence, italiana e straniera, tra il 2021 e il 2023. Ma il 16 maggio 2026 ha comunque travolto otto persone a Modena e ne ha uccisa una: Monica Esposito.
E se nessuno lo ha fermato prima, un attimo dopo l’attentato istituzioni e media hanno trovato la spiegazione più rapida e comoda: un pazzo.

Eppure le indagini in questi mesi fotografano tutt’altra condizione. Comportamenti studiati, reiterati, costanti negli anni. Secondo quanto risulta, tutto parte da alcune mail del 2021 inviate all’università di Modena («Dovete farmi lavorare, cristiani bastardi di m... Voi e il vostro Gesù Cristo lo brucio») e da qualche strana telefonata a Camp Darby, la base militare di Pisa dove operano anche unità americane. È qui che scattano repentini gli accertamenti dei servizi. Ma dopo un periodo di osservazione, per l’intelligence non emersero elementi sufficienti per considerarlo pericoloso.

A confermarlo, domenica 27 settembre a Fuori dal Coro, è stato uno degli operativi che seguirono il caso. Dalla struttura, spiega, pregando che sia conservato il suo anonimato, «abbiamo seguito e attenzionato il caso El Koudri in più momenti. Abbiamo avuto modo di analizzare comportamenti grazie a una attività di attenzione e di ricerca specifica. Vorrei in maniera anonima sottolineare che non c’è stato da parte nostra nessun gap tanto nell’attività di ricerca che di valutazione oggettiva riguardo questo possibile target da noi attenzionato. L’epilogo negativo sicuramente è da ricondurre non a una negligenza su una attività di anticipo ma probabilmente su una errata interpretazione comportamentale che può accadere nella valutazione di un target attenzionato quando i giocatori in campo sono diversi e con priorità diverse».

Ripartendo dall’«errata interpretazione» e riflettendo sulla difficile comprensione della frase, «nella valutazione di un target attenzionato quando i giocatori in campo sono diversi e con priorità diverse», ciò che gli inquirenti hanno trovato sui dispositivi dell’immigrato di seconda generazione ci racconta una storia inequivocabile. Tra il 9 marzo e il 16 maggio, giorno dell’attentato, ci sono 68.000 ricerche online: un giorno su due Salim si informava sull’Isis e sull’addestramento militare. Ma già prima, hanno potuto constatare che ascoltava i canti islamici dei combattenti, raccoglieva immagini di armi da fuoco e da taglio insieme a quelle di attentati islamisti. Guardava le stragi che poi lo hanno ispirato e aveva un indirizzo di posta il cui dominio era 11settembre01@gmail.com.

Si intratteneva con i filmati delle decapitazioni, come quella del 2015, quando sulle spiagge libiche uomini dello Stato Islamico sgozzarono 21 giovani cristiani. In quei video li si sente pregare: Ya Rabbi Yassou, «O Signore Gesù».
Nei quattro video girati poche ore prima dell’attentato, El Koudri ripete: «Ti taglio la gola, vengo lì e ti ammazzo all’istante te e il tuo Paese di merda. Se vieni qua ti attacco alla mia auto e ti trascino per strada. Vengo lì e ti spacco la testa». La perizia psichiatrica sarà netta: El Koudri era capace di intendere e di volere, e lo era anche al momento dell’attentato.

Ma qual è stato, allora, l’errore che ha portato l’intelligence a disinteressarsi e il Governo e la stampa a trattarlo a lungo come un semplice svitato? Si scrive lupo solitario, si legge depistaggio. L’attentato italiano è il perfetto caso scuola da manuale dei “lone wolves”. Il “lupo solitario” è chi compie un attentato da solo, senza dipendere direttamente da un’organizzazione jihadista internazionale. L’espressione, tra le più usate e abusate, non descrive correttamente la minaccia con cui abbiamo a che fare: è fuorviante. È entrata nel lessico comune perché serviva una parola per un fenomeno nuovo, diverso dagli attacchi pianificati dai vertici di al Qaida come quelli dell’11 settembre 2001 a New York e Washington. 

Nella primavera del 2015 si parlò per la prima volta di “attacchi telecomandati”, quando lo studente Sid Ahmed Ghlam tentò di sparare contro una chiesa a Villejuif, alle porte di Parigi. L’attacco fallì e Ghlam si ferì a una gamba. Nella sua auto un laptop mostrò che era stato guidato da due uomini legati allo Stato Islamico che gli avevano fornito auto e armi. Si scoprì poi che era stato in Siria e che, tornato in Francia, aveva pianificato l’azione con l’appoggio di una rete criminale locale. 

Nel luglio 2016, a Saint-Étienne-du-Rouvray, quando venne ucciso padre Hamel, le indagini rivelarono che gli attentatori non si conoscevano: li aveva presentati poco prima un “mediatore” in contatto con lo Stato Islamico in Siria. In entrambi i casi, stampa e autorità subito usarono l’espressione di “lupi solitari”.
E poi ci fu la stagione inaugurata dagli attentati di Nizza e Berlino.  
Quel 14 luglio a Nizza ha sdoganato la logica del lo-fi: spendere zero per incassare il massimo del terrore. Una minaccia molecolare che prospera proprio grazie a quella cecità istituzionale che preferisce parlare di lupi solitari. Proprio come a Modena lo scorso maggio.

Argutamente osservava, già dieci anni fa, l’analista del terrorismo islamico Bridget Moreng, quando spiegò che il futuro del terrorismo risiede proprio in questa terra di mezzo: subappaltare il terrore a intermediari e reti di delinquenza autoctone che collegano la casa madre mediorientale al manovale della strage. Si tratta di veri e propri «attacchi telecomandati», non di «solitudini disperate».

Allora perché questa menzogna linguistica gode ancora di così ottima salute? Perché conviene a tutti. Alle organizzazioni terroristiche islamiche che, glorificando l’attentatore della porta accanto, convincono chiunque a colpire senza bisogno di viaggiare verso il fronte, e alimentano un clima di costante terrore in Occidente: chiunque anche senza armi e coltelli, e con la sola auto, può uccidere decine di persone. Ma conviene soprattutto ai Governi e alle agenzie di sicurezza. Come denunciato dal saggista Jason Burke, l’etichetta del folle isolato funge da formidabile de-responsabilizzante di Stato. Se l’intelligence non intercetta una cellula strutturata, la colpa è dei servizi; se invece un immigrato si mette alla guida di un auto a cento all’ora, l’evento diventa imprevedibile, una fatalità burocratica. Si pensi a Theresa May, che liquidò l’attentatore di Westminster come un elemento «marginale». Ma come si può definire marginale un uomo capace di violare il Parlamento più antico, lasciando sul selciato 4 morti e 40 feriti?
L’espressione “lupo solitario” serve, quindi, solo a mistificare la grandezza del fenomeno jihadista, che affonda le radici in Corano, hadith e umma.

Ed è pericoloso parlare di lupi solitari e pazzi anche perché dietro la spietata semplicità del vehicle ramming c’è una strategia teorizzata nero su bianco dai magazine della galassia jihadista, da Inspire a Rumiyah.
Già nel 2014, lo predicava l’ideologo Abu Mohammad Al-Adnani, portavoce dell’Isis e mente degli attentati di Parigi del 2015: l’auto è un perfetto moltiplicatore di forza. Non richiede addestramento, non fa scattare i metal detector, non desta sospetti all’acquisto e garantisce l’imprevedibilità assoluta. Nel 2010, Inspire, rivista ufficiale di al-Qaeda, nell’editoriale The Ultimate Mowing Machine (il Tosaerba Definitivo) invitava a «utilizzare un pickup, per falciare solo i nemici di Allah». Blindare gli aeroporti e tracciare gli esplosivi ha spostato il bersaglio, non l’obiettivo.

Chi colpisce con armi bianche e veicoli è spesso un terrorista “non professionista”, ma non agisce per  frustrazione o “disturbi mentali”. Lo Stato Islamico chiama soldati gli uomini che compiono azioni simili.
Il caso italiano ci conferma, allora, che il vero pericolo è chiamarli lupi solitari.



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