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Libertà d’informazione

Se Google si fa giudice delle notizie sulla guerra

Il colosso di Mountain View, dopo aver sospeso la monetizzazione dei media istituzionali russi, sta facendo lo stesso con i siti di editori che non diffondono una versione “ufficiale” del conflitto. Al di là del merito dei contenuti, rimane il problema che Google limita a suo arbitrio il pluralismo informativo, stabilendo ciò che è vero e ciò che non lo è.

Attualità 06_04_2022

La questione è sempre la stessa, si è riproposta durante il Covid e ora torna prepotentemente d’attualità in occasione del conflitto russo-ucraino: che mestiere fa Google? Che ruolo hanno i motori di ricerca e le piattaforme social nella produzione e selezione dei contenuti che viaggiano in Rete?

Tutti gli utenti, chi più chi meno, hanno apprezzato nel corso del tempo le opportunità che i colossi del web offrono in termini di funzioni, attività, servizi, ma il rovescio della medaglia troppo spesso viene sottovalutato. Da una parte c’è la gestione dei nostri dati per finalità di profilazione commerciale, dall’altra c’è la tendenza, sempre più accentuata, da parte dei giganti digitali, a selezionare/censurare alcuni contenuti, orientando la navigazione degli utenti in una certa direzione e legando il legittimo business della Rete a criteri ideologici nella scelta delle notizie.

L’ultima novità in ordine di tempo è la notifica che il colosso di Mountain View sta diffondendo in materia di linee guida sui contenuti che trattano del conflitto ucraino. L’ultimo aggiornamento è del 23 marzo, ma alcuni editori tengono a precisare che le mail continuano ad arrivare anche in queste ore. “A causa della guerra in Ucraina, sospenderemo la monetizzazione dei contenuti che sfruttano, ignorano o giustificano la guerra”, inizia il messaggio agli editori, che è firmato The Google Ad Manager Team.

E ancora: “Questa pausa include, ma senza limitarsi a questo, affermazioni che accusano le vittime di essere responsabili della loro tragedia o altri casi simili che colpevolizzano le vittime, come le affermazioni di chi sostiene che l’Ucraina sta commettendo un genocidio o che attacca deliberatamente i suoi stessi cittadini”. Peraltro ci sono già dei precedenti in tal senso. In risposta a quanto accaduto in Ucraina, già il 26 febbraio Google aveva sospeso la monetizzazione dei siti dei media istituzionali russi, e una settimana dopo aveva annunciato di aver smesso di vendere tutti gli annunci online in Russia. Il 10 marzo veniva messa in pausa la creazione di nuovi account su AdSense, AdMob e Google Ad Manager. Inoltre veniva avviata una stretta a livello globale per tutti gli inserzionisti russi.

Iniziative alle quali il governo di Vladimir Putin aveva risposto mettendo al bando Google News, accusandolo di consentire l’accesso a ciò che la Russia chiama “materiale falso sull’operazione militare in Ucraina”.

Senza entrare nel merito dei contenuti sospesi, una considerazione è d’obbligo. Google si difende dalle accuse di censura, precisando di fare il proprio lavoro di intermediario per la pubblicità online. In altre parole, punta a evitare che gli annunci dei suoi clienti appaiano accanto a contenuti ritenuti scioccanti o quantomeno impropri per la maggior parte dell’opinione pubblica. Tuttavia, il suo comportamento è tipico di chi si occupa di contenuti. Da una parte, quindi, Google rifiuta la qualifica di editore, alla quale si potrebbero agevolmente ricondurre criteri di responsabilità giuridica sulla produzione, selezione e distribuzione di contenuti; dall’altra entra spesso a gamba tesa nella valorizzazione o marginalizzazione di alcune notizie e opinioni, incidendo inevitabilmente sul pluralismo dell’informazione e vanificando di fatto quella neutralità che è tipica di un intermediario.

Dunque, le azioni di demonetizzazione non hanno solo risvolti economici legati alla pubblicità, ma producono effetti censori e devastanti su diritti e libertà fondamentali. Come ha dichiarato Maria Armoudian, accademica statunitense, «vale la pena notare che Google non sta facendo la stessa cosa con altri conflitti in corso e violazioni dei diritti umani che si stanno verificando anche in questo momento».

Peraltro è davvero equivoca l’espressione “contenuti che speculano sulla guerra” contenuta nell’aggiornamento delle linee guida del motore di ricerca. Che cosa significa speculare sulla guerra, visto che tutti i media del mondo ne stanno parlando? Può una multinazionale, un’azienda privata stabilire chi speculi sulla guerra minacciando i diritti umani e chi no? È giusto che un grande operatore del web determini la minore o maggiore copertura mediatica di un evento di interesse pubblico, sulla base di valutazioni ideologiche? È la vera questione da affrontare per salvaguardare il concetto di democrazia della Rete, affinché non diventi una mera finzione.