Se arrivano i giudici della Sharia, a perderci saranno i più deboli
Lungi dall'essere tollerante, la legge coranica, o Sharia, ha recepito tutte le caratteristiche della società tribale pre-islamica: realmente patriarcale e gerontocratica. Un tribunale islamico in Italia lascerebbe ancor più indifesi i più deboli fra i musulmani: donne e minori.
L’istituzione di una Camera Arbitrale Islamica Italiana, con sede a Padova, solleva degli interrogativi. Il primo, fondamentale, è: perché mai dei musulmani dovrebbero sentire il bisogno di ricorrere ad “arbitrati secondo Sharia” invece di affidarsi alla giustizia italiana? La prima risposta che viene in mente è che se vogliono ricorrere a un arbitrato secondo Sharia è per ottenerne qualcosa in deroga alle leggi in vigore in Italia, qualcosa che dalla giustizia italiana non potrebbero ottenere; e questo grazie al fatto che gli «Arbitri della Camera – si legge aprendo la pagina web dell’associazione istituita il 3 marzo 2026 – sono vincolati a decidere la controversia secondo i principi immutabili della Sharia, garantendo fedeltà ai valori della nostra fede».
Ma, secondo la Camera Arbitrale, i vantaggi per i musulmani, fondamentali, sono principalmente tre: a differenza delle aule di tribunale pubbliche, l’arbitrato si svolge in via riservata, preservando così la dignità e la reputazione delle parti, specie in questioni famigliari o sensibili; le parti mantengono dei legami comunitari e, come raccomandato dal Corano, viene incoraggiata la conciliazione; le parti mantengono un maggiore controllo sulla procedura, inclusa la scelta degli arbitri, della sede dell’arbitrato e soprattutto della legge applicabile.
Posto che si ammetta davvero l’introduzione in Italia di una Camera Arbitrale Islamica autorizzata ad emettere giudizi vincolanti, a tutti gli effetti, altri interrogativi si pongono. Due riguardano principalmente le questioni relative al diritto di famiglia e di successione che verranno trattate dagli arbitri e la tutela delle categorie deboli. La Sharia non solo ammette, ma prescrive discriminazioni e violazioni dei diritti e delle libertà personali, ai danni soprattutto di donne e minori. Ha recepito i valori e le istituzioni delle società patriarcali, gerontocratiche e autoritarie dell’epoca di Maometto. L’islam è nato in quelle società e ne è la manifestazione fino ai giorni nostri.
Perciò c’è il rischio, anzi la fondata certezza di lasciare indifese tante donne. Anche se la possibilità di ricorrere all’arbitrato della Camera dovrà essere consensuale, cioè accettata da tutte le parti in causa e quindi frutto di libera scelta, molte donne musulmane che vivono in Italia non sono infatti in grado di rifiutare il ricorso all’arbitrato della Camera islamica e chissà quante non sanno neanche di averne il diritto e che vigono in Italia leggi diverse da quella sharaitica. Una persona può rifiutare di essere giudicata in base alle leggi della propria comunità soltanto se sa che esistono altri valori e altre istituzioni che meglio la tutelano.
Si pensi alla donna marocchina, sposata a un connazionale, residente in Italia da 15 anni, alla quale di recente il sindaco di Cadoneghe, un comune alle porte di Padova, per due volte ha rifiutato di concedere la cittadinanza italiana perché lei non parla italiano, è incapace di rispondere anche alle domande più semplici. Per certo quella donna non ha la minima idea delle leggi italiane, dei suoi diritti e di quelli dei suoi figli. Se un giorno le fosse proposto di affidarsi al giudizio della Camera Arbitrale per dirimere una questione, di sicuro accetterebbe, forse persino riconoscente di poter comparire di fronte a esperti in Sharia, quindi persone ai suoi occhi degne di fiducia, autorevoli.
Ma il consenso all’arbitrato, invece di ricorrere alla giustizia italiana, può non essere spontaneo, ma forzato, estorto, anche quando si tratta di donne che pure conoscono le leggi italiane. Per opporsi all’arbitrato una donna deve essere indipendente economicamente e, quel che più conta, essere in grado di resistere alle pressioni famigliari e sociali. Tante donne immigrate da paesi africani e asiatici, per le condizioni di isolamento culturale e sociale in cui vivono, non si possono permettere di andare contro la loro famiglia, la loro comunità, non ne hanno la forza e neanche i mezzi.
Al di là delle considerazioni relative alla libertà di scelta, accettare l'introduzione di arbitrati fondati su norme diverse da quelle della costituzione italiana – e questo potrebbe valere anche per altre religioni e nazionalità – significa scegliere la tribalizzazione come modello di società, istituzionalizzare forme di sviluppo diverso e separato.
Peraltro, e per inciso, quanto siano “immutabili” i principi della Sharia, nella loro traduzione in norme, è un altro punto interrogativo che sorge, dal momento che, sempre secondo la pagina web dell’associazione, «se tutte le parti provengono dalla stessa nazione o regione, la controversia sarà risolta applicando la Shari'a interpretata e consolidata nel loro paese d’origine, per la massima pertinenza culturale e legale».
Proprio se le controversie affidate all’arbitrato riguardano questioni relative all’ambito famigliare, si può immaginare quanto diversi potranno essere gli arbitrati emessi quando le parti sono, ad esempio, di origine marocchina o invece afgana o somala. Il diritto di famiglia in vigore in Marocco dal 2004 ha adottato, in rottura sostanziale con la tradizione sharaitica, il principio di uguaglianza e responsabilità congiunta dei coniugi. Non così l’Afghanistan, dove i talebani hanno rafforzato il sistema patriarcale proprio invocando la Sharia, e in Somalia, dove la tradizione sharaitica è rispettata e si coniuga, consolidandole, con le norme del diritto consuetudinario, tribale.


