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il richiamo

San Pio X: la pace viene dal Logos, altrimenti è solo tregua

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Alla vigilia della Grande Guerra papa Sarto espresse un giudizio e una speranza tuttora validi perché radicati nell'eternità. Per far tacere le armi non basta la politica, è necessaria l'autentica metafisica che riconduce ogni cosa alla sua unità e alla sua verità nel Verbo. Adorarlo è il primo passo per spezzare la legge del più forte.

Editoriali 24_03_2026

Nell’attuale conflitto che coinvolge Stati Uniti d'America, Israele e Repubblica islamica dell'Iran, apertosi alla fine di febbraio 2026 e ancora segnato da una escalation che investe vite civili, infrastrutture e assetti regionali, il richiamo del Papa san Pio X, pontefice dal 1903 al 1914, non appare affatto remoto. Esso emerge, al contrario, come una parola capace di giudicare il presente nel suo nucleo più profondo. Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale Pio X pregò perché Dio allontanasse le «funeste faci della guerra» e ispirasse ai governanti «pensieri di pace e non di afflizione».

Fin dall’inizio del pontificato egli aveva indicato come compito essenziale quello di instaurare omnia in Christo, cioè di ricondurre ogni cosa alla sua unità e alla sua verità nel Verbo. Qui è custodita la ragione della sua radicale attualità. Egli non pensava la pace come un semplice risultato politico, quanto come il riflesso storico di un ordine più alto, che l’uomo non crea e che può soltanto riconoscere o violare. La prospettiva di Papa Sarto è profondamente metafisica. La pace, infatti, non coincide con la mera sospensione della violenza, né con l’equilibrio instabile delle paure reciproche. Una simile condizione può produrre tregua, non pace. La pace vera, invece, esiste solo quando la molteplicità delle volontà, delle comunità e delle potenze è interiormente ordinata a un bene che le trascende e le misura. Per questo la tradizione cristiana, ripresa autorevolmente dal magistero, la definisce «tranquillitas ordinis». Non si tratta di una formula ornamentale. Essa significa che la pace è la quiete di un essere che ha ritrovato il proprio posto nella verità.

Dove la creatura accetta di non essere il principio di se stessa, nasce la misura. Dove la misura dimora, sorge la giustizia. Dove la giustizia è viva, la forza torna ad essere subordinata al bene. Quando, viceversa, la volontà politica pretende di stabilire da sé il criterio dell’ordine, il potere cessa di servire la realtà e comincia a rifabbricarla secondo la propria utilità. In quel punto la guerra non è solo un errore pratico. Essa è un errore ontologico, perché assume che la distruzione possa generare ordine e che la superiorità materiale possa sostituire la verità del giusto.

Alla luce di questa architettura speculativa si comprende perché il messaggio di Pio X sia così penetrante anche per il Medio Oriente di oggi. La logica dell’attacco preventivo rivela una volontà che non si concepisce più come ministero del bene comune, bensì come sorgente autosufficiente di legittimazione. La potenza si attribuisce una funzione quasi soteriologica, ovvero crede di poter redimere la storia mediante la coercizione, di poter produrre sicurezza mediante il terrore, di poter fondare la pace attraverso la minaccia della rovina. Questa è, in senso proprio, una idolatria. Non nasce soltanto da una cattiva strategia. Nasce da una falsa metafisica. Presuppone che l’essere sia disponibile alla volontà del più forte e che il limite sia un ostacolo da spezzare, non una verità da onorare.

San Pio X, con la semplicità solenne dei santi, smaschera questa menzogna alla radice. Egli ricorda che la storia non è salvata dalla forza, perché la forza non possiede in sé il principio della sua giustificazione. Solo il bene giustifica l’agire e il bene non è prodotto dalla decisione, ma ricevuto dall’ordine stesso del reale, che in ultima istanza riposa in Dio. Qui il suo pensiero raggiunge la sua altezza teologica più pura. Cristo, per il pontefice di Riese (Treviso), non è il sigillo religioso apposto dall’esterno su una politica già autonoma. Cristo è il centro intelligibile del cosmo e della storia. Dire che la pace si trova in Cristo significa allora affermare che la pace è possibile solo quando la libertà umana si lascia reinserire nella verità dell’essere e nella legge del bene. Senza questa ricapitolazione interiore ogni diritto si svuota, ogni diplomazia si decompone, ogni parola di pace diventa una maschera pronunciata sopra i preparativi della guerra.

In questo senso Giuseppe Sarto resta contemporaneo non malgrado la distanza del suo tempo, ma proprio per la profondità del suo sguardo. Chi vede l’uomo alla luce del suo principio vede anche la guerra alla luce del suo peccato. Chi comprende che la creatura non è Dio comprende pure che nessuna ragione di Stato può diventare assoluta senza precipitare nella barbarie. Perciò il suo messaggio, oggi, suona come un giudizio e insieme come una speranza. Un giudizio sulla civiltà che cerca la pace senza convertirsi alla verità. Una speranza, perché ricorda che l’ordine non è perduto per sempre, e che la pace comincia ogni volta che l’uomo cessa di adorare la potenza e torna ad adorare il Logos.



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