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l'analisi

Ma che stragista, solo un po' matto. Il fattore psichiatrico che minimizziamo

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Prima Modena, poi Reggio: l'associazione islamico + problemi psichici alimenta una narrativa tranquillizzante per allontanare lo spettro della radicalizzazione. Ma non per i giudici. E il blocco di martedì dell'Alta velocità ad opera di un pakistano un "po' matto" impone qualche domanda in più...

Attualità 28_05_2026

Islamico sì, però un po’ matto, quindi non c’è da avere paura. Il riflesso pavloviano di buona parte dell’opinione pubblica orientata da media e fonti istituzionali ci sta portando ad associare con noncuranza numerosi episodi di violenza o possibile violenza legati a personaggi islamici con forti disturbi psichici.

Sembra quasi che il fatto che le persone coinvolte avessero manifestato segni di squilibrio psichico, ci rassicuri che in fin dei conti non siamo di fronte ad un problema di radicalizzazione islamica. In buona sostanza: far passare lo squilibrato come il matto del paese e non come un potenziale terrorista ci mette nella comfort zone di pensare che in Italia non stiamo vivendo un pericolo concreto.

È una sorta di comoda e corta coperta di Linus, l’oggetto transizionale che i bambini utilizzano per gestire le loro ansie nelle fasi di passaggio del loro sviluppo evolutivo, che fa comodo stendere per non generare il panico e non far scattare le contrapposizioni politiche.

I casi più eclatanti degli ultimi giorni ci costringono però a mettere insieme gli elementi comuni e a ipotizzare una deriva ben più inquietante del povero squilibrato che i servizi di igiene mentale hanno in carico e che in fondo sono gestibili. Non sembra proprio. Ci sono tre fattori, oltre alla giovane età, che uniscono l’attentatore di Modena Salim El Koudri e il potenziale stragista di Reggio Emilia Yaber Naggay fermato dopo aver annunciato un attentato durante una partita di basket.

Anzitutto che entrambi sono figli di immigrati di seconda generazione che si sono stabiliti nella rossa Emilia, considerata un esempio di integrazione che in realtà sta mostrando il fallimento del multiculturalismo.

In secondo luogo il contesto islamico nel quale sono vissuti, unito a diversi elementi che fanno sospettare un loro coinvolgimento: nel caso di Naggay una contiguità per lo meno ideale con ambienti dell’Isis sia nella sua permanenza in Germania che in Italia, oltre a una chat su Telegram esplicita mostrata da lui stesso ai poliziotti che lo hanno fermato; nel caso di El Koudri qualche traccia di ricerche su attentati terroristici e video contro gli Occidentali, come mostrato da un’inchiesta giornalistica, che hanno iniziato a far prendere agli inquirenti una piega di indagine diversa.

Il terzo fattore che li lega è che entrambi sono stati descritti come affetti da problemi di natura psichiatrica, oltre ad essere stati oggetto, in misura diversa, ma comunque tracciata, delle cure dei servizi di igiene mentale del territorio.

Quest’ultimo aspetto è l’elemento che getta acqua nel dibattito pubblico e che mira a mitigare la portata di certe azioni, quando invece, proprio per la sua natura patologica, dovrebbe allarmare ancora di più. Del resto, ne sono ben convinti gli inquirenti che indagano su El Koudri e il Gip di Reggio Emilia che nel convalidare il fermo dell’aspirante stragista “reggiano” mette nero su bianco questa preoccupazione. Nell’ordinanza di misura della custodia cautelare di Naggay, il giudice Francesco Panchieri dice a chiare lettere che «proprio per la patologia da cui è affetto, che si inserisce nel contesto di un interesse morboso per il gruppo terroristico, possono concretamente tradursi in azioni».

La misura del carcere, dunque, per il giudice è giudicata «idonea, in ragione della gravità del pericolo, reso ancora più acuto dalla sua fragilità psichica e dal consumo di stupefacenti».

Il fatto di essere, dunque, affetti da problemi psichici non allontana la paura di una radicalizzazione islamista, ma semmai la conferma, proprio perché ogni tipo di volontà verrebbe acuita dallo stato mentale fragile dei soggetti, più permeabile nel farsi travolgere dalle sirene dell’estremismo.

C’è poi un aspetto che si scopre dall’ordinanza che desta ulteriore apprensione. Naggay ha «più volte creato serio allarme per la pubblica sicurezza in Germania spingendosi fino ad un grave episodio in cui ha determinato la paralisi della circolazione ferroviaria». Il fatto di essere affetto da disturbi psichiatrici e di aver già commesso dei reati dovrebbe mettere sul chi va là tutti. Invece si continua a minimizzare, e in Emilia anche parecchio, proprio in virtù di questa malattia mentale. Ma tanto per il Gip di Modena quanto per il Gip di Reggio, la malattia mentale non è un elemento che ci possa far star tranquilli.

Il giudice di Modena, infatti, nel convalidare il fermo e la custodia cautelare ha detto che «al momento non ci sono elementi per ritenere che il gesto compiuto sabato pomeriggio sia una conseguenza della patologia - disturbo schizoide di personalità - per il quale Salim El Koudri era stato in cura al Centro per la salute mentale di Castelfranco Emilia». Quasi in fotocopia quella del giudice reggiano per Naggay: «Allo stato non vi è alcun elemento per poter ipotizzare una condizione di assoluta incapacità dell’indagato di intendere e volere».

Insomma, l’elemento della pazzia come accessorio mitigatore fa presa nell’opinione pubblica, che viene orientata nei dibattiti e nella percezione del rischio dai media, ma non nei giudici.

E questo va tenuto conto se introduciamo nel ragionamento anche un altro fatto di cronaca che ha visto protagonista, sempre in provincia di Reggio Emilia, un cittadino di origini pakistane affetto da disturbi psichici. Si tratta del 40enne che nel primo pomeriggio di martedì è stato visto aggirarsi vicino ai binari dell’alta velocità.

Come le cronache hanno riportato, e come migliaia di viaggiatori sui treni hanno vissuto, quello di martedì è stato un pomeriggio di vera e propria follia sui binari. Dalle 13.30 fino alle 15.30, infatti, il tratto dell’Alta Velocità da Milano a Bologna è stato chiuso per consentire alle forze dell’ordine di intervenire nei pressi di Campegine per individuare e recuperare al malcapitato “matto” sui binari. Questo ha provocato la paralisi totale della circolazione e generato ritardi mostruosi che si sono innescati a catena fino a sera inoltrata non solo per i treni sulla tratta Milano-Bologna, ma per tutti i treni provenienti da Salerno-Napoli e diretti al nord e per quelli partiti da Torino-Milano e diretti al sud.

Ora. La Questura ha riferito, stando a quanto hanno riportato i giornali l’indomani, che l’uomo non ha opposto resistenza quando è stato acciuffato dagli agenti. Non si sa altro, però un interrogativo è d’obbligo: due ore per recuperare un disturbato che si aggira sui binari a Campegine, che non è la tundra siberiana, paiono davvero tante. Il disagio al massimo, poteva essere per il treno che se lo è trovato davanti, ma perché interrompere la linea per così tanto tempo? Sono interrogativi d’obbligo se, unendo i puntini, cominciamo a farci due domande.

Come abbiamo appreso dall’ordinanza, Naggay in Germania aveva messo in crisi la circolazione ferroviaria per una sua azione. Non è notizia di oggi che i treni e le stazioni siano alcuni tra i luoghi “preferiti” dello jihadismo terrorista. Da qui, il sospetto che si fa interrogativo. Chi era il pachistano affetto da disturbi psichici che martedì ha bloccato per tutta la giornata la circolazione ferroviaria in Italia provocando una serie infinita di disagi ai viaggiatori? E perché per poterlo acciuffare ci sono volute più di due ore? È lecito chiedersi se, per caso, l’intervento della Polfer e della Polizia di Stato sui binari, non fosse piuttosto rivolto a controllare la reale sicurezza della linea, attività che comporta un dispendio di tempo ben superiore alla semplice ricerca e arresto di un matto islamico che vagava come uno smemorato qualsiasi sui binari?

Sono domande che rischiano di alimentare una certa narrativa complottista, ce ne rendiamo conto, ma che necessitano anche risposte chiare per fugare il sospetto, legittimo, che quella che viene fatto passare come azione isolata di un pazzo, non nasconda in realtà qualcosa di ben più grave.

Una cosa è certa, la combo islamico-pazzo, è un elemento che dovrebbe allarmare le istituzioni più di quanto non accada e che andrebbe studiata, prim’ancora che a livello clinico, dal punto di vista sociologico.



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