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Intervista / p. Gerald Murray

Riforma canonica, l'errore di voler equiparare preti e laici

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Il commento del canonista al documento sinodale che punta a riformare il Codice per dare più spazio ai laici. Uomini e donne nella Chiesa hanno bisogno della fedeltà al Vangelo, non di venire arruolati in consigli e commissioni o in ruoli di governo che spettano ai pastori.

Ecclesia 13_10_2026

Cambiare il diritto canonico, se non riscrivere l'intero Codice, per dare più spazio ai laici negli organismi e nei ruoli di governo ecclesiali? Una proposta che presenta «gravi problemi» per padre Gerald Murray, canonista, che in questa intervista a La Bussola commenta la relazione finale della Commissione Canonistica del Sinodo – resa nota il 30 settembre e qui commentata da Stefano Fontana– spiegando che uomini e donne nella Chiesa hanno bisogno della fedeltà al Vangelo, non di essere equiparati ai chierici.

Padre Murray, le proposte di modifica al diritto canonico presentate dalla Commissione Canonistica del Sinodo riguardano aspetti minori o questioni sostanziali?
Si tratta di modifiche sostanziali. Si chiede inoltre una revisione totale del Codice di Diritto Canonico e del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali per conformarli al concetto vago e indefinito di sinodalità.

Per quanto riguarda il ruolo dei laici, quali cambiamenti sono previsti rispetto alla legislazione attuale?
Le principali innovazioni si basano sul presunto significato, secondo le parole dell’Introduzione alla relazione della Commissione Canonistica, della «pari dignità dei fedeli all’interno del Popolo di Dio», ovvero «la capacità dei laici, uomini e donne, ad esercitare nella Chiesa uffici, incarichi e ministeri per i quali risultano idonei e competenti, anche nell’ambito del governo ecclesiastico». La dignità di tutti i battezzati, laici e clero, li rende uguali in quanto cristiani. Ma non li rende uguali in quanto pastori del gregge nella Chiesa. Il rapporto della Commissione propone che l’uguale dignità dei fedeli sia la base per affermare che i laici siano qualificati per esercitare il governo ecclesiastico. Questo non è mai stato l’insegnamento della Chiesa cattolica. Solo l’ordinazione al sacerdozio e all’episcopato qualifica una persona battezzata ad agire come pastore nella Chiesa. Il battesimo non rende nessuno un pastore.

Il documento punta anche ad ampliare la possibilità di delegare ai laici, sia uomini che donne, l'assistenza ai matrimoni, come il diritto già prevede in caso di necessità. Qual è la ratio di questa delega?
Un sacerdote che celebra un matrimonio non amministra il sacramento del matrimonio, ma è piuttosto autorizzato a testimoniare, a nome della Chiesa, la reciproca ricezione del sacramento da parte dei due battezzati che si amministrano il sacramento a vicenda attraverso lo scambio dei voti. Il sacerdote chiede e riceve il consenso a nome della Chiesa. Il sacerdote benedice quindi la coppia di neo-sposi. Il canone 1112 prevede che, in assenza di sacerdoti o diaconi, i laici possano essere delegati dal vescovo diocesano a svolgere il ruolo di assistere ai matrimoni, purché ciò sia stato autorizzato dalla Conferenza Episcopale e dalla Santa Sede (i laici non possono, ovviamente, impartire la benedizione sacerdotale durante un matrimonio.) Tale delega viene concessa per il bene dei fedeli, affinché le coppie di fidanzati possano contrarre validamente matrimonio in luoghi in cui non vi siano membri del clero per lunghi periodi di tempo. Essa conferisce ai laici il compito di compiere un atto eccezionale di governo. Si tratta in gran parte di un ruolo amministrativo volto a verificare che il matrimonio abbia avuto luogo alla presenza dei due testimoni previsti dal canone 1108, a differenza di altri atti di governo che implicano il possesso di un ufficio ecclesiastico stabile e l’adozione di decisioni autorevoli che talvolta comportano l’uso di potere coercitivo per imporre l’obbedienza da parte dei fedeli.

Altre proposte riguardano la nomina di laici come giudici ecclesiastici, o il coinvolgimento dei laici in ruoli di governo, il che tocca una questione più ampia: la giurisdizione può essere separata dagli ordini sacri?
Per giurisdizione si intende il potere di governo che fu affidato da Cristo agli Apostoli e che fu tramandato dagli Apostoli ai loro successori, i vescovi e i sacerdoti. La questione in esame è se tale potere possa essere delegato a, ed esercitato da persone battezzate che non sono sacerdoti o vescovi in virtù della partecipazione di tutti i fedeli al triplice ufficio di Cristo: sacerdotale, profetico e regale. La Chiesa non ha mai insegnato che ciò è possibile, poiché il triplice ufficio di cui godono sacerdoti e vescovi è diverso, non in grado ma in natura, dal triplice ufficio di cui godono i fedeli. I laici sono chiamati a esercitare la triplice funzione offrendo sacrifici spirituali, rendendo testimonianza alla fede e governando la propria vita e quella di coloro di cui sono responsabili, come i membri della famiglia, in accordo con il Vangelo. Essi non hanno il potere di governare nella Chiesa, di insegnare con autorità magisteriale o di santificare i fedeli amministrando quei sacramenti che la Chiesa ha stabilito richiedano l’Ordine Sacro. Isolare il potere di governo dagli altri due poteri sacerdotali di insegnare e santificare non trova alcun fondamento nella Sacra Scrittura né nella Dottrina della Fede.

Il documento chiede «una revisione completa dei due Codici [latino e orientale] che risentano delle richieste teologico-ecclesiologiche emerse» durante il cammino sinodale. Bastano pochi anni di sinodalità per dare origine a una nuova teologia e a una nuova ecclesiologia tali da richiedere di riscrivere da capo i due Codici attualmente in vigore?
No. La sinodalità è un concetto in gran parte sconosciuto che comprende cambiamenti introdotti da Papa Francesco che modificano o vanno oltre la dottrina e la prassi perenne della Chiesa, non trovano alcun fondamento nella dottrina tradizionale della Chiesa e sembrano costituire un tentativo di riconciliare la Chiesa con correnti di ideologia liberale ostili al concetto di religione rivelata e di verità eterna.

Il documento pone inoltre grande enfasi sugli organi partecipativi (a questo proposito, afferma, ad esempio, che «senza cambiamenti concreti a breve termine, la visione di una Chiesa sinodale non sarà credibile e questo allontanerà quei membri del Popolo di Dio che dal cammino sinodale hanno tratto forza e speranza»). Ma gli uomini e le donne rischiano davvero di allontanarsi se non diventano membri di consigli e commissioni ecclesiastiche?
Questo timore è esagerato, poiché la stragrande maggioranza dei cattolici non nutre alcun interesse per il progetto di sinodalità e non considererebbe mai la partecipazione dei laici ai consigli e alle commissioni come importante o necessaria affinché la Chiesa goda di “credibilità”, qualunque cosa ciò significhi. La credibilità della Chiesa si fonda sulla fedeltà al Vangelo.

In sintesi, qual è la sua valutazione della prassi attuale e degli scenari che si intendono “codificare” attraverso queste proposte?
Le proposte canoniche avanzate dalla Commissione Canonistica presentano gravi problemi. Queste idee dovrebbero essere studiate e criticate da canonisti non legati al Sinodo e dovrebbero essere valutate anche da teologi competenti, al fine di determinare se le innovazioni siano sviluppi legittimi o innovazioni eterodosse.



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