Reggio Emilia, Israele, Russia: ogni pretesto è buono per censurare
La vicenda reggiana delle dichiarazioni anti-Israele richieste a degli insegnanti ebrei; l'accusa lanciata dal premier britannico di referendum Brexit condizionato dalle interferenze russe; l'ossessivo spauracchio della disinformazione: in Europa i continui allarmi giustificano il restringimento della libertà di opinione. Come aveva avvertito san Giovanni Paolo II.
In Europa tira sempre più aria di controllo del pensiero e delle opinioni e anche le gravi tensioni internazionali diventano occasioni da strumentalizzare per giustificare una stretta sulla libertà. Alcuni esempi di questi giorni ne sono l’ennesima dimostrazione.
Iniziamo da Reggio Emilia: l’istituzione Reggio Children era in attesa di decine di educatori di scuole ebraiche - americani e israeliani - che dovevano arrivare questa settimana nel capoluogo emiliano per un seminario di studio sul tanto decantato metodo educativo delle scuole reggiane. Senonché alla vigilia dell’evento la “Consulta infanzia città”, che riunisce 400 tra genitori e maestre di nidi e materne comunali, pensa bene di imporre ai partecipanti la firma di un documento in cui dichiarano di prendere le distanze dalle politiche del governo israeliano, mentre Cgil, Cobas e comitati di genitori manifestano al grido di “Fuori il sionismo dalle scuole”. Risultato: gli educatori americani rinunciano a visitare Reggio, e la comunità ebraica di Milano accusa le istituzioni reggiane di antisemitismo.
Non è la prima volta che in Italia vengono colpiti cittadini di Paesi su una virtuale lista nera, chiedendo loro assurde dichiarazioni pubbliche di condanna dei propri governi. Si tratta peraltro di una evoluzione delle dichiarazioni di antifascismo richieste a sproposito per attività che nulla hanno a che fare con il rischio di ricostituzione del partito fascista: gli ultimi casi clamorosi sono stati la Fiera “Più libri più liberi” a Roma lo scorso giugno, in cui si richiedeva una autocertificazione antifascista per gli espositori, e quello del comune di Rivoli (To) in cui l’amministrazione comunale si è inventata di chiedere l’adesione ai valori dell’antifascismo per dare corso a pratiche ordinarie.
Rimanendo sull’argomento ebraico, sull’altro fronte suscita perplessità anche il ddl antisemitismo già approvato in Senato e con la votazione alla Camera prevista nei prossimi giorni: seppure gli episodi di antisemitismo siano effettivamente in aumento – soprattutto come conseguenza della guerra in Medio Oriente – è più che fondato il rischio che si consideri antisemitismo anche una dura critica al governo israeliano, restringendo così ulteriormente lo spazio di libertà di opinione. Peraltro in Italia c’è già una legge, la 205/1993 (la cosiddetta Legge Mancino), che punisce esplicitamente l’antisemitismo. Diventa ridondante un altro provvedimento che, peraltro, non fa altro che rafforzare la tendenza a creare categorie speciali di cittadini protetti, che possono denunciare chiunque sulla base non solo di fatti oggettivi ma anche di percezioni personali, impossibili da oggettivizzare. Vedi l’invenzione dell’islamofobia, per stare nell’ambito religioso-politico, e dell’omofobia e transfobia, diventate armi per vietare opinioni che contrastano con quei progetti politici o con quelle ideologie. Ma pensiamo anche alla rivendicazione dell’aborto come diritto, entrata a tal punto nell’immaginario collettivo da spingere dei giudici a ritenere non punibile l’aggressione fisica contro i movimenti pro-life.
Ma oggi l’insidia maggiore alla libertà di opinione arriva forse dalla caccia alla disinformazione. L’ultimo caso lo scorso fine settimana: il premier britannico Andy Burnham ha dichiarato che il referendum britannico del 2016 che ha generato la Brexit è stato condizionato dalla disinformazione organizzata dalla Russia. Ovviamente Burnham non ha portato alcuna prova di queste affermazioni e di fronte alle prevedibili reazioni ieri ha dovuto specificare che il voto del 2016 è legittimo malgrado le interferenze russe.
Quello della ingerenza russa, che si realizzerebbe attraverso decine di migliaia di falsi account social che diffondono notizie e video falsi allo scopo di inquinare il processo democratico dei Paesi europei, è ormai diventato un tormentone. In realtà, si dimentica che se certamente la Russia diffonde la sua propaganda, così fanno tutti i Paesi che hanno interessi da promuovere, e soprattutto fa così l’Unione Europea: un rapporto pubblicato lo scorso febbraio calcolava la cifra pazzesca di circa un miliardo di euro versato dall’Unione Europea negli ultimi dieci anni ai media più influenti del continente, ovviamente per fabbricare il consenso attorno alle politiche di Bruxelles.
Quanto poi all’inquinamento del processo democratico, bisogna dire che più della diffusione di false notizie si è rivelato efficace il metodo adottato sempre dalla Commissione UE, con sanzioni e tagli ai fondi per i Paesi con premier sgraditi: così sono stati rovesciati i governi di Polonia e Ungheria, in Romania addirittura sono state fatte ripetere le elezioni, e dovremmo anche ricordare quanto successo all’Italia nel 2011 con le dimissioni del quarto governo Berlusconi.
Tornando alla presunta interferenza russa, di cui comunque non si danno mai i riferimenti precisi, il fatto più preoccupante è che tali allarmi ripetuti ossessivamente servono a giustificare misure che restringono la libertà di informazione. Tanto per fare un esempio, quella di Burnham sul referendum della Brexit non è un’uscita improvvisata ma è parte di una strategia ben precisa. Lo scorso mese lo stesso Burnham, accusando ancora la Russia di disinformazione, ha annunciato la creazione di un nuovo Centro per «arginare la marea velenosa» della disinformazione e un portavoce del premier ha anche annunciato che, per «difendere i cittadini e le istituzioni britanniche dalle potenze straniere» sarebbero stati rafforzati i poteri del governo in materia di sicurezza nazionale.
Lo stesso processo è in corso a Bruxelles dove il contestato Digital Services Act, che dovrebbe regolare i contenuti web «per proteggere gli utenti e i loro diritti», si trasforma facilmente in strumento per censurare informazioni sgradite alla nomenclatura della UE. Da questo punto di vista lo spauracchio delle interferenze russe, reali o sopravvalutate che siano, fa gioco a dei leader europei in crisi di consensi in patria per imbavagliare qualsiasi manifestazione di dissenso. Non a caso poi la lotta alla disinformazione, e il bavaglio ai presunti disinformatori, viene di volta in volta invocata da diversi gruppi di potere, dagli ecologisti agli Lgbt, dagli abortisti agli islamisti.
A ulteriore conferma di quanto san Giovanni Paolo II affermava nel 1991 nell’enciclica Centesimus Annus: «Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia».

