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INCHIESTA SU MANZONI /1

Quel parente infame di Manzoni

Il 22 maggio 1873 moriva Alessandro Manzoni all’età di ottantotto anni. Quest’anno sarà il centocinquantesimo anniversario della morte. Per l’occasione iniziamo la rubrica Inchiesa su Manzoni

Cultura 23_01_2023

Il 22 maggio 1873 moriva Alessandro Manzoni all’età di ottantotto anni. Quest’anno sarà il centocinquantesimo anniversario della morte. Per l’occasione iniziamo la rubrica Inchiesa su Manzoni. Per chi volesse un approfondimento sul capolavoro  manzoniano può leggere la rubrica Rileggiamo I promessi sposi del 2014, ma in queste puntate si seguiranno nuove piste sull’autore e sul romanzo.

Si può sospettare che l’idea della stesura de I promessi sposi scaturisca dall’approfondimento delle origini della propria famiglia.

Dai sei anni in poi Manzoni crebbe praticamente orfano. I genitori si separarono. Il conte Pietro inserì il figlio Alessandro in un collegio, mentre Giulia Beccaria, molto più giovane del marito, si trasferì a Parigi in compagnia del nuovo compagno Carlo Imbonati. Alessandro passò da un collegio all’altro, facendo ritorno a Lecco e nei possedimenti del padre durante l’estate. Solo dopo il 1805, a vent’anni, quando si trasferì a Parigi, Alessandro conobbe meglio Giulia Beccaria e instaurò con lei un rapporto duraturo.

Venne a conoscenza che un antenato da parte della famiglia Beccaria era un certo Bernardino Visconti (quello che diventerà l’Innominato dei Promessi sposi). Lo studio del Seicento, in particolar modo attraverso la lettura delle Historiae patriae di Giuseppe Ripamonti in cui si faceva riferimento a quel ribaldo, permise a Manzoni di approfondire quella figura, così centrale nel romanzo e all’origine della stesura dell’opera che Manzoni dedicò al personaggio tante pagine anche all’esterno del capolavoro, pubblicate per conto di Sellerio nel saggio Quell’Innominato.

Perché Manzoni aveva desiderio di scoprire quel secolo? Solo perché era un periodo emblematico della corruzione e dell’ignoranza? Solo perché lo scrittore avrebbe potuto affrontare la questione dell’unificazione italiana attraverso l’analisi di un secolo passato senza destare sospetti nella censura austriaca?

Forse, alcune ragioni potrebbero essere ricercate anche nella biografia del romanziere. Dopo il 1810 Manzoni tornò in Italia, a Milano e a Lecco. Carlo Imbonati, morendo nel 1805, aveva lasciato la villa di Brusuglio in eredità a Giulia Beccaria. Il conte Pietro Manzoni, morto nel 1807, aveva reso erede universale il figlio Alessandro. Tra le proprietà ereditate c’era la casa di Lecco, il  Caleotto: da quella villa lo scrittore vedeva e memorizzava i luoghi del lecchese.

La villa di Lecco era da due secoli proprietà dei Manzoni. Il primo a stabilirvisi fu Giacomo Maria Manzoni, vissuto tra il 1576 e il 1643, parente dell’autore dei Promessi sposi. Accumulò un vasto patrimonio costituito da fucine, opifici, altiforni e divenne il maggiore imprenditore siderurgico nel ducato di Milano.

Signorotto prepotente che amava attorniarsi di bravi, subì numerosi processi come mandante di omicidi. Durante la peste del 1630 fu accusato di aver pagato due monatti per ungere le porte dei suoi concorrenti per diffondere la peste. Se i due monatti furono condannati a morte, Giacomo Maria Manzoni fu scagionato nel processo condotto dal Senato di Milano. Morì nel 1642, di nuovo implicato in un processo come mandante di un omicidio.

L’antenato del Manzoni aveva combattuto per tanti anni contro i concorrenti nell’ambito della siderurgia avvalendosi di bravi, di sicari e di avvocati. Nel XVIII secolo i Manzoni indirizzarono maggiormente i propri interessi sulle rendite fondiarie acquistando terre ed esaltando così la condizione nobiliare della famiglia.

La figura di Giacomo Maria Manzoni può aver offerto una serie di spunti per la stesura del romanzo: la peste, gli untori, i bravi, gli omicidi sono solo alcuni; l’anno in cui Gian Giacomo è processato come untore è il 1630, lo stesso del processo agli untori raccontato nella Storia della colonna infame. In quel trattato Manzoni racconta le ricerche che Pietro Verri condusse per conoscere meglio le famiglie di Piazza e Mora, il barbiere accusato dal commissario di sanità di essere suo complice:

Il Verri, spogliando i libri parrocchiali di San Lorenzo, trovò che l’infelice barbiere poteva avere anche tre figlie; una di quattordici anni, una di dodici, una che aveva appena finiti i sei. Ed è bello il vedere un uomo ricco, nobile, celebre, in carica, prendersi questa cura di scavar le memorie d’una famiglia povera, oscura, dimenticata: che dico? Infame.

La famiglia del povero barbiere, accusato di essere untore, è infame. Anche il quadrisavolo di Alessandro aveva subito la stessa accusa.

Nel 1818 Manzoni vendette la casa di Lecco dell’antenato infame, appaltatore di delitti e presunto untore, a Giuseppe Scola per stabilirsi definitivamente a Milano nella casa di via Morone. Scrive il giornalista  Raffaello Barbiera ne Il salotto della Contessa Maffei (1895):

Uno dei motivi della vendita fu che il Manzoni voleva sottrarsi alla dipendenza da un amministratore impostogli dal padre nel lasciargli, morendo, quei beni. Il Manzoni si pentì amaramente di avere venduto la tomba di colui del quale portava il nome. Egli soffriva, tutte le volte che ripensava al Caleotto. Quando l’ingegner Scola, nuovo proprietario del palazzo, si recò a Milano e a Brusuglio per avere dal Manzoni chiarimenti sopra certi diritti d’acqua, gli disse ossequioso che, se avesse voluto ritornare a dimorare qualche tempo al Caleotto, sarebbe stato un grande onore per lui ospitarlo.

Solo tre anni più tardi Manzoni iniziò la stesura del romanzo che riesumava, anche se con nomi differenti e vicende modificate, un Seicento che aveva visto due suoi antenati complici dei misfatti dell’epoca, due antenati che avevano avuto due destini diversi: Bernardino Visconti si era convertito e si era dedicato ad opere buone per espiare il male compiuto; Giacomo Maria Manzoni, impenitente fino alla fine, morto nel 1642.

Manzoni provava vergogna per i suoi antenati? Sentiva l’esigenza di espiare il male compiuto dal quadrisavolo? La scoperta delle origini infami della sua famiglia potrebbe essere la scaturigine della composizione del romanzo e della scelta del Seicento come epoca congeniale all’ambientazione della storia. Un fatto è certo: non sono pochi gli spunti che le vite dell’Innominato e di Giacomo Maria Manzoni offrono alla storia.