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IL DELITTO

La verità su David Rossi va oltre le vicende bancarie

A ben tredici anni dai fatti, viene esclusa la tesi del suicidio per David Rossi. Il responsabile della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena è stato assassinato. Un tempo infinito per chi cerca giustizia, ma prima o poi la giustizia emerge.

Attualità 05_03_2026
Flash mob per David Rossi (La Presse)

A tredici anni dalla morte di David Rossi, il responsabile della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena precipitato dalla finestra del suo ufficio il 6 marzo 2013, una Commissione parlamentare d’inchiesta ha messo nero su bianco una conclusione destinata a cambiare radicalmente la lettura di uno dei casi più controversi della recente storia italiana: David Rossi fu ucciso.

La relazione intermedia approvata all’unanimità dalla Commissione presieduta dal deputato Gianluca Vinci, con il voto favorevole di tutti i presenti – maggioranza, Italia Viva e Movimento 5 Stelle – e l’assenza non ostile di Pd e Avs, afferma che le nuove perizie escludono definitivamente l’ipotesi del suicidio. È un passaggio che segna uno spartiacque dopo anni di archiviazioni, dubbi, polemiche e sospetti, e che riapre ufficialmente uno scenario investigativo rimasto a lungo congelato.

Le due consulenze tecniche, firmate dal tenente colonnello del Ris Adolfo Gregori e dal medico legale Robbi Manghi, rappresentano il cuore della svolta: la prima evidenzia segni compatibili con un tentativo di trattenere o sospendere il corpo di Rossi per il polso sinistro, con lesioni sull’orologio e sul braccio destro riconducibili all’intervento di terzi; la seconda chiarisce che le lesioni al volto sarebbero avvenute prima della caduta, quando Rossi si trovava in posizione genuflessa, e dunque in una dinamica incompatibile con un gesto volontario autolesivo. Elementi che, secondo la Commissione, delineano l’azione di soggetti terzi e dunque un omicidio.

Le perizie saranno ora trasmesse alla Procura di Siena, mentre il legale della vedova, l’avvocato Carmelo Miceli, ha già depositato un’istanza di riapertura delle indagini preliminari per omicidio, chiedendo che si faccia piena luce non solo sulla dinamica, ma anche su eventuali esecutori, complici e mandanti, con l’ausilio delle più moderne tecnologie investigative.

Questa vicenda dimostra che a dubitare, a volte, si fa peccato ma altre volte ci si azzecca: per anni chi sollevava perplessità sulla versione ufficiale del suicidio è stato accusato di dietrologia, di alimentare sospetti, di inseguire fantasmi. Eppure proprio quella ostinazione, quel rifiuto di accettare spiegazioni ritenute lacunose, ha contribuito a tenere acceso un faro su incongruenze investigative e punti oscuri. La verità, se davvero sarà definitivamente accertata in sede giudiziaria, emerge dopo tredici anni, un tempo lunghissimo che interroga la coscienza civile del Paese. Perché in Italia bisogna attendere così tanto per arrivare a una verità condivisa su casi delicati come questo? Perché servono commissioni parlamentari, nuove perizie e una pressione mediatica costante per rimettere in discussione conclusioni che sembravano cristallizzate?

Il caso Rossi si inserisce in una stagione drammatica per la banca senese, travolta all’epoca dalle conseguenze dell’acquisizione di Antonveneta e da operazioni finanziarie che ne avevano minato la stabilità, aprendo una crisi sistemica che avrebbe avuto ripercussioni sull’intero comparto creditizio italiano. In quel contesto, la morte del capo della comunicazione apparve subito come un tassello inquietante di un mosaico più ampio, ma l’ipotesi del suicidio chiuse rapidamente il capitolo giudiziario, almeno in apparenza. Oggi la Commissione sostiene che quel capitolo debba essere riscritto.

C’è poi una seconda considerazione, di natura più politica ed economica: gli equilibri nel settore bancario italiano sono cambiati. Le recenti manovre attorno a Mediobanca, con il ruolo crescente di cordate considerate filogovernative e la presenza di imprenditori come Francesco Gaetano Caltagirone, hanno ridisegnato rapporti di forza che per anni erano rimasti sostanzialmente immutati. In questo nuovo scenario, anche la posizione di Mps è tornata centrale come possibile leva strategica. È legittimo chiedersi se un diverso clima politico e finanziario abbia contribuito a “scoperchiare il pentolone” di vicende rimaste a lungo opache. Forse in un altro contesto, con equilibri meno fluidi e assetti di potere più consolidati, il caso Rossi sarebbe rimasto confinato nelle pieghe di una verità giudiziaria mai del tutto convincente.

Non si tratta di abbracciare teorie complottiste, ma di riconoscere che i rapporti di forza incidono anche sulla capacità di un sistema di interrogare sé stesso. Quando cambiano gli assetti, cambiano talvolta anche le possibilità di revisione critica del passato. La relazione della Commissione non è una sentenza definitiva, e sarà la magistratura a dover accertare responsabilità penali individuali, ma rappresenta un atto politico forte che restituisce dignità ai dubbi sollevati in questi anni e offre alla famiglia di Rossi una prospettiva nuova di verità.

Se davvero si è trattato di omicidio, come ora si sostiene, non siamo soltanto di fronte a un delitto, ma a un fallimento collettivo durato oltre un decennio. La speranza è che questa volta le indagini vadano fino in fondo, senza zone d’ombra né reticenze, perché uno Stato di diritto si misura anche dalla capacità di riconoscere i propri errori e di rimediare, sia pure in ritardo. Tredici anni sono un tempo infinito per chi attende giustizia, ma possono ancora servire a dimostrare che in taluni casi la verità, anche quando è scomoda, alla fine trova la strada per emergere.