Fondi di coesione contro il caro energia: un’idea che non convince
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Il commissario europeo Raffaele Fitto propone di utilizzare una parte dei fondi di coesione destinati alle Regioni per fronteggiare l'emergenza energetica. Una questione seria, ma che non può essere affrontata svuotando capitoli di spesa pensati per lo sviluppo strutturale.
C'è qualcosa di profondamente contraddittorio nella proposta avanzata dal commissario europeo Raffaele Fitto, già ministro del governo Meloni, di utilizzare una parte dei fondi di coesione destinati alle Regioni per fronteggiare l'emergenza energetica. Una scelta che ha provocato la dura reazione di numerosi governatori regionali, i quali hanno ricordato una verità elementare: quelle risorse non sono un tesoretto inutilizzato cui attingere a piacimento, ma rappresentano investimenti destinati a scuole, ospedali, infrastrutture, trasporti e sviluppo territoriale.
La questione energetica è certamente seria. L'Italia continua a fare i conti con i prezzi elevati dell'energia e con un sistema di sostegni che appare sempre più difficile da finanziare. Le continue proroghe degli aiuti sulle accise e gli interventi per contenere il costo di carburanti ed energia dimostrano che il problema non è stato risolto alla radice. Il governo stesso, chiedendo margini di flessibilità e deroghe alle regole europee di bilancio, ammette implicitamente che le risorse ordinarie non bastano più per sostenere il peso dell'emergenza. Ma proprio qui emerge il paradosso. Se lo Stato non è più in grado di finanziare con mezzi propri gli interventi necessari per contenere i rincari energetici, la soluzione non può essere quella di svuotare altri capitoli di spesa destinati allo sviluppo del Paese. Utilizzare i fondi di coesione significa togliere risorse a investimenti che servono a ridurre i divari territoriali e a migliorare la qualità della vita dei cittadini. Significa rinviare la costruzione di una scuola, rallentare l'ammodernamento di un ospedale, bloccare opere infrastrutturali attese da anni.
La protesta delle Regioni appare quindi più che giustificata. I fondi di coesione nascono per favorire crescita, occupazione e sviluppo nelle aree più fragili del Paese. Destinarli alla copertura di spese correnti o di emergenze contingenti rischia di snaturarne completamente la funzione. È una soluzione tampone che sposta semplicemente il problema nel tempo, senza affrontarne le cause strutturali. La domanda che dovrebbero porsi sia il governo italiano sia le istituzioni europee è un'altra: fino a quando sarà possibile continuare a gestire l'emergenza energetica attraverso interventi straordinari e proroghe successive? Ogni settimana o quasi si ripresenta la necessità di trovare nuove coperture finanziarie, mentre il sistema produttivo e le famiglie continuano a subire gli effetti di costi energetici elevati. È evidente che serve una strategia diversa, fondata su investimenti strutturali, diversificazione delle fonti, maggiore autonomia energetica e misure capaci di incidere stabilmente sui prezzi.
In questo quadro assume particolare rilievo un'altra scelta che il Parlamento si appresta a compiere: il rifinanziamento degli aiuti militari all'Ucraina. Al di là delle valutazioni geopolitiche sul conflitto, è legittimo interrogarsi sulle priorità della spesa pubblica in una fase in cui il governo sostiene di non trovare le risorse necessarie per fronteggiare l'emergenza energetica senza intaccare fondi destinati allo sviluppo dei territori. Se da un lato si afferma che mancano i soldi per sostenere famiglie e imprese colpite dai rincari, dall'altro si continua a reperire risorse per programmi di natura militare. È una contraddizione che molti cittadini percepiscono con crescente disagio. In un momento in cui i bilanci pubblici sono sotto pressione e vengono richiesti sacrifici ai territori, sarebbe legittimo aprire un dibattito sull'opportunità di rivedere almeno una parte di queste spese, destinando maggiori risorse alle emergenze economiche e sociali interne.
Naturalmente nessuno sostiene che le questioni internazionali possano essere ignorate. Tuttavia ogni governo è chiamato a stabilire una gerarchia di priorità. E quando si arriva al punto di dover sottrarre fondi alle scuole, alla sanità e alle infrastrutture per coprire i costi dell'energia, significa che quella gerarchia merita di essere profondamente ripensata. La vera anomalia non è soltanto la proposta di utilizzare i fondi di coesione per tamponare l'emergenza energetica. L'anomalia consiste nel fatto che l'Italia, una delle principali economie europee, sembri ormai costretta a scegliere tra sostenere i servizi essenziali ai cittadini e finanziare altre voci di spesa considerate intoccabili. È il segnale di un modello che mostra evidenti limiti e che richiede un confronto politico più coraggioso e trasparente.
I fondi destinati alla crescita dei territori dovrebbero restare tali. Sacrificarli per affrontare problemi contingenti significa rinunciare al futuro per gestire il presente. E nessun Paese può permettersi a lungo una strategia di questo tipo senza pagarne il prezzo in termini di sviluppo, competitività e coesione sociale.

