Prete cremato e fatto diamante, la confusione oltre la morte
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Don Lanfranco Casali aveva scelto di farsi cremare e diamantificare, spiegandone il perché in un video divenuto pubblico ora che la "trasformazione" è compiuta. L'imbarazzo della diocesi di Fano per una scelta in contrasto con l'insegnamento della Chiesa e che ingenera confusione sulla risurrezione della carne.
È quasi istintivo citare lo spot «un diamante è per sempre» di fronte alla curiosa destinazione delle proprie spoglie mortali disposta da don Lanfranco Casali. Il sacerdote marchigiano, deceduto all’età di 93 anni il 22 novembre 2025, aveva deciso di farsi cremare e diamantificare per riflettere, a suo dire, la luce di Dio – leit-motiv, come vedremo, di cui si coglieva già un “riflesso” (per restare in tema) nell’incipit del manifesto funebre che ne annunciava il decesso con le parole: «Lo cercate! Se c’è riflettetelo». In questi giorni la notizia è divenuta di dominio pubblico insieme al video registrato da lui stesso circa un anno prima della morte, ora che la trasformazione è compiuta (tramite il sofisticato e costoso processo realizzato da un’azienda svizzera) e le sue ceneri sono diventate una pietra preziosa blu da porre, per sua volontà, in un luogo sacro. Egli stesso aveva esposto infatti le motivazioni della scelta, da cui la diocesi di Fano-Fossombrone-Cagli-Pergola, in cui era incardinato, il 9 settembre 2026 ha preso le distanze con un comunicato breve e imbarazzato, rilevando la contraddizione tra la volontà testamentaria del prete e l’insegnamento della Chiesa al riguardo.
«Confesso che da anni, ne ho già 92, sto seriamente pensando al giorno in cui il Signore mi chiamerà a sé», spiegava don Casali nel video. «Da sacerdote ho sempre cercato di vivere come riflesso della luce di Cristo che è nel volto della Chiesa. Nel mio testamento ho già disposto, con riferimenti liturgici e spirituali, la cremazione dei resti del mio corpo che voglio donare». E già la cremazione, che la Chiesa tollera ma sconsiglia, per un sacerdote è alquanto discutibile. «Ma vorrei andare oltre», proseguiva: «è mio desiderio che le mie ceneri siano diamantificate e che questo diamante sia posto in un luogo sacro, che la Chiesa particolare vorrà destinare a tutti coloro che decidessero in futuro per questa modalità di sepoltura». Non solo quindi una scelta personale, ma l’auspicio che la diamantificazione si diffonda.
«Questa scelta vuole indicare, come ho cercato di fare in vita, che la luce del Signore ci attraversa e dona bellezza da trasmettere. Il mercoledì delle Ceneri, giorno di inizio del grande periodo pasquale, ci ricorda che siamo cenere, proveniente da quella polvere iniziale, brillante e sfavillante per la presenza di un raggio di luce increata, che siamo polvere e cenere, ma che palpita, palpita di luce e amore riflesso». Collegamento un po’ forzato quello con la liturgia delle Ceneri, poiché il riferimento biblico è invece strettamente legato al ritorno del corpo «alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!», come si legge nel libro della Genesi (3,19).
Don Casali esprimeva quindi il desiderio di «essere un diamante dalle innumerevoli sfaccettature per vivere e rilanciare il riflesso dei fiammeggianti raggi di amore di Dio, di amore di Dio continuamente in uscita, ripeto: continuamente in uscita. Che bello pensare alla diamantificazione come segno della trasfigurazione che dobbiamo accogliere e facilitare, dove questa polvere delle stelle divenuta, per volontà dell’Altro, del totalmente Altro, divenuta creatura vivente, si lascia trasformare dall’Amore di Dio».
Alla soggettiva “mistica del diamante” si oppone il più oggettivo insegnamento della Chiesa, e trattandosi di un sacerdote il dato non è irrilevante, ragion per cui la diocesi di Fano il 9 settembre ha emesso un comunicato in merito (che riprende quanto già espresso all’Ansa alcuni giorni prima) in cui «pur nella certezza della buona fede della volontà di don Casali, dichiara che si tratta di una scelta personale del defunto sacerdote che non è stata condivisa con il vescovo né con altri». E se da un lato «coglie tale evento come occasione per mettere in evidenza le tante opere buone compiute da don Lanfranco nel corso del suo ministero» dall’altro «richiama tutti ad osservare l’autorevole Magistero Ecclesiale che definisce la materia in parola nell’Istruzione Ad Resurgendum cum Christo emanata dall’allora Congregazione – ora Dicastero – per la Dottrina della Fede il 15 agosto 2016».
Cristo morì e fu sepolto, non fu cremato – ed è precisamente alla luce della morte, sepoltura e risurrezione del Signore che la citata istruzione ribadisce le «ragioni dottrinali e pastorali per la preferenza della sepoltura» e ricorda il nocciolo della questione: «Seppellendo i corpi dei fedeli defunti, la Chiesa conferma la fede nella risurrezione della carne, e intende mettere in rilievo l’alta dignità del corpo umano come parte integrante della persona della quale il corpo condivide la storia. Non può permettere, quindi, atteggiamenti e riti che coinvolgono concezioni errate della morte (...). Inoltre, la sepoltura nei cimiteri o in altri luoghi sacri risponde adeguatamente alla pietà e al rispetto dovuti ai corpi dei fedeli defunti» e «favorisce il ricordo e la preghiera per i defunti da parte dei familiari e di tutta la comunità cristiana (...)»
Per queste ragioni la Chiesa ha sempre raccomandato «la sepoltura dei corpi nei cimiteri, nelle chiese o nelle aree ad esse adibite» opponendosi «alla tendenza a occultare o privatizzare l’evento della morte e il significato che esso ha per i cristiani». La cremazione è ammessa laddove non venga scelta per «motivazioni contrarie alla dottrina cristiana» bensì per «ragioni di tipo igienico, economico o sociale» (che nel caso di don Lanfranco non si ravvisano), e non senza accorgimenti al fine «di evitare ogni forma di scandalo o di indifferentismo religioso», ma la Chiesa «continua a preferire la sepoltura dei corpi poiché con essa si mostra una maggiore stima verso i defunti».
Quanto alla diamantificazione l’istruzione è ancor più tassativa: «Per evitare ogni tipo di equivoco panteista, naturalista o nichilista, non sia permessa la dispersione delle ceneri nell’aria, in terra o in acqua o in altro modo oppure la conversione delle ceneri cremate in ricordi commemorativi, in pezzi di gioielleria o in altri oggetti (corsivo nostro, ndr), tenendo presente che per tali modi di procedere non possono essere addotte le ragioni igieniche, sociali o economiche che possono motivare la scelta della cremazione». Il fatto è che il defunto presumibilmente le verità di fede le aveva ben chiare, ma non altrettanto si può dire di chi invece, proprio da scelte come la sua potrebbe essere indotto a far proprie «concezioni errate della morte».
Non si tratta qui di una decisione opinabile come quella di farsi seppellire o tumulare nel tale luogo o nel talaltro, ma di un segno che rinvia direttamente alla risurrezione della carne: il grande assente nella "predicazione postuma" di don Lanfranco è appunto la risurrezione della carne, ben poco nota ormai anche ai credenti. La parola «cimitero» deriva dal greco koimetérion, che significa «dormitorio», non crematorio, e deporre i defunti nella terra o nel sepolcro ricorda più esplicitamente che da quel “sonno” si risveglierà anche il loro corpo, mentre la repentina distruzione o la trasformazione facilmente ingenera l’idea che in fondo la materia ricavata dalla cremazione non fosse altro il mero involucro di un puro spirito. Certo, alla fine dei tempi Dio potrà risuscitare i corpi anche da un mucchio di ceneri o da un diamante blu, ma finché siamo sulla terra sono i segni a parlarci o, al contrario, a confonderci. E di confusione ce n’è già molta, anche senza il contributo della creatività di alcuni preti, vivi e defunti.
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