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IL LIBRO

Padre Lang: la Messa non è l'imitazione dell'Ultima Cena

L'oratoriano è stato collaboratore e fedele interprete della visione liturgica di Benedetto XVI, che ripropone nella sua opera più recente, "The Roman Mass".

Ecclesia 05_08_2023

Padre Uwe Michael Lang, oratoriano di Norimberga ma residente all'oratorio di san Filippo Neri di Londra, è stato consultore dell'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice negli anni del pontificato di Benedetto XVI.

Lang è stato uno dei più fedeli interpreti della concezione della liturgia cara a Joseph Ratzinger che, non a caso, firmò la prefazione del suo Rivolti al Signore. L'orientamento nella preghiera liturgica, edito in Italia da Cantagalli nel 2006. In un tempo in cui si sente invocare spesso il mito del ritorno ad una Chiesa delle origini, il sacerdote di origini tedesche ha ricostruito la storia del rito romano dai primi secoli alla riforma tridentina.

Se si sostiene da più parti che nella vita della Chiesa abbia più centralità la lettura e la meditazione della Parola di Dio rispetto alla comunione sacramentale, Lang nel suo The Roman Mass - From early Christian origins to Tridentine reform (edito dalla Cambridge University Press e disponibile solo in inglese) si focalizza sull'Eucaristia nella Chiesa primitiva e ne mette in evidenza il carattere sacro dimostrato dal comportamento personale di chi partecipava alla sua celebrazione già nei primi due secoli.

Un capitolo importante che affronta l'oratoriano è quello dedicato al nesso storico e della continuità con l'Ultima Cena e dove trova spazio la riproposizione delle due ipotesi di Joseph Ratzinger: l'Ultima Cena è, sì, il fondamento di ogni liturgia cristiana, ma non è ancora una liturgia cristiana. Dunque, si può dire che essa sia il fondamento del contenuto dogmatico dell'Eucarestia cristiana ma non della sua forma liturgica. Quest'ultima, in quanto cristiana, non esiste ancora all'epoca. Inoltre,  il comando «Fate questo in memoria di me» dato da Gesù ai discepoli non si riferiva alla ripetizione dell'Ultima Cena in quanto tale ma specificamente alle singole azioni eucaristiche. La non ripetizione dell'Ultima Cena implicava un cambiamento dell'intera forma e quindi la nascita di una forma propriamente cristiana. Lo studio meticoloso di Lang dimostra come il carattere sacrificale delle parole dell'istituzione abbia offerto ai primi cristiani la chiave ermeneutica per comprendere il pasto cultuale che divenne il cuore del loro culto.

Di grande interesse ed utilità è anche l'excursus storico sull'affermazione del latino come lingua liturgica della Chiesa occidentale. Un aspetto non secondario perché la lingua non è semplice strumento di comunicazione ma è mezzo di espressione dell'esperienza religiosa. L'uso dominante del greco koiné nel mondo mediterraneo favorì l'annuncio del Vangelo tra i popoli dell'Impero Romano. Il greco era la lingua delle prime comunità cristiane a Roma così come era il greco la lingua comune della liturgia romana. Se è vero che il IV secolo è il momento in cui avviene una diversificazione delle lingue della liturgia con il latino che prende il sopravvento in Occidente, è anche vero che quel  processo di transizione era cominciato nei secoli precedenti. Fa notare Lang che «lo spostamento decisivo verso il latino sembra essere iniziato nell'Africa proconsolare» tant'è che «dalla seconda metà del II secolo emersero a Roma traduzioni latine di opere greche». Il cambio dal greco al latino non fu legato alla volontà di adottare la lingua comune dell'Impero per favore l'evangelizzazione. Nella seconda metà del IV secolo, sebbene non più caput mundi a livello politico, Roma continuava ad essere abitata da aristocrazie influenti in cui persisteva il dominio intellettuale della cultura pagana. Grandi figure del cristianesimo dell'epoca come Ambrogio e Damaso perseguirono un progetto di cristianizzazione della civiltà romana in cui la lingua latina assunse un ruolo fondamentale. Non a caso fu sotto il pontificato di Damaso che si ebbe l'impulso decisivo all'uso del latino nella liturgia e la traduzione delle Sacre Scritture in latino da parte di Girolamo. Così come non è casuale che, come scrive Lang, una «prima versione della preghiera eucaristica che divenne nota come Canon Missae, è attestata da Ambrogio di Milano alla fine del IV secolo». Quel Canone che alla fine del VI secolo trovò la forma definitiva ad opera di papa Gregorio Magno. Lo studio dell'oratoriano consente, quindi, di determinare che il passaggio del latino a lingua liturgica della Chiesa d'Occidente fu il risultato del tentativo di attirare al Cristianesimo le elites dell'Impero.

L'autore si preoccupa di far comprendere che l'evoluzione del rito romano non è frutto del caso e di non seguire – come ha scritto monsignor Stefan Heid – lo «stereotipo romantico secondo cui la liturgia del Medioevo e del Barocco era un'apostasia costante da una liturgia ideale».  Chi pensa che il declino della liturgia sia una novità recente e senza precedenti può recuperare il capitolo relativo al Basso Medioevo. Di questo periodo, peraltro, l'autore contesta con riferimenti l'interpretazione prevalente secondo cui l'Eucaristia paleocristiana, nata come espressione piena di spirito del culto comunitario, sia diventata un esercizio quasi esclusivamente clericale di un sistema rituale ipertrofico. Per questo parla di declino ma anche di vitalità. L'occhio dell'oratoriano, infine, si concentra sul Concilio di Trento analizzandone tutti gli aspetti nella convinzione che la liturgia non può essere ridotta ai libri ma che essa sia un mix di altri elementi come la musica sacra e l'architettura che fanno parte del linguaggio non verbale del sacro e contribuiscono alla bellezza della liturgia. La riforma tridentina porta ad un'unificazione liturgica con l'adozione dei libri romani anche dove esisteva una tradizione più antica, con eccezioni importanti come ad esempio il rito ambrosiano a Milano. Tuttavia, come ricostruisce Lang, quest'esito non fu una forzatura del papato ma un passo ragionato nell'interesse della Chiesa cattolica.
 



Studio

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