Ora e sempre resilienza, parola chiave di questi tempi passivi
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Presa dall'ambito della scienza dei materiali, la parola resilienza è ormai entrata come slogan nel vocabolario comune di quest'epoca passiva. Un'etichetta per il neoliberismo. E il dramma è che comincia a usarla anche la Chiesa.
Il termine «resiliente» è sempre stato un termine tecnico, proprio della scienza dei materiali; indicava la capacità di assorbire gli urti senza spezzarsi. Con il COVID, tuttavia, la parola «resilienza» ha smesso di essere una parola tecnica, una parola dal suono strano ed esotico, capace di far sembrare colto ed erudito chi la usa; e ha cominciato a diventare una parola di moda; anzi, come ha scritto Stefano Bartezzaghi, la «parola-chiave di un’epoca», la nostra. L’ho letta sul murale in un sottopassaggio, sulla pancia di un «palestrato» in piscina. Il Fondo Europeo per la Ripresa, che ha sfruttato la crisi economica dovuta alle misure di prevenzione del COVID per «proporre» agli Stati un prestito vincolato (sviluppo sì, ma verde e digitale), in Italia è stato chiamato PNRR, Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
Uno slogan, insomma. Da «ora e sempre, resistenza» siamo passati a «ora e sempre, resilienza»; da «mi spezzo, ma non mi piego» a «mi piego, ma non mi spezzo».
Questa faccenda offre più spunti di riflessione. Il primo riguarda l’efficacia delle «parole-chiave», ossia di come si possa cambiare facilmente la mentalità delle persone, semplicemente azzeccando una frase promozionale. Con uno slogan efficace si può imporre qualunque atteggiamento («Andrà tutto bene», «Ne usciremo migliori» eccetera).
Il secondo riguarda il significato della parola «resilienza». In fondo, al di fuori dell’ambito tecnico, significa accettare qualunque cosa senza minimamente opporsi, resistere passivamente; nemmeno lamentarsi. Significa la più totale passività («Potete farmi qualunque cosa, la accetterò senza lamentarmi»), con una accezione positiva, come se fosse una cosa buona.
Già, ma chi ha interesse ad usare questa parola come manipolazione? È presto detto.
La resilienza è un concetto caro alla psicologia positiva. Tuttavia, questo ottimismo coatto diventa una forma di vittimizzazione secondaria: dire a qualcuno «sii resiliente» significa, implicitamente, «se non ce la fai, è colpa tua». Non sai adattarti, non sai soffrire, non hai spirito di sacrificio, forza di volontà. In alcuni luoghi di lavoro, si parla di «resilienza organizzativa» per giustificare carichi di lavoro insostenibili, spostando il problema dall’azienda al lavoratore.
Insomma: la resilienza è diventata l’etichetta ideale per il neoliberalismo dopo la crisi: invece di prevenire le crisi (sanitarie, energetiche, economiche), al posto di punire chi non ha svolto il suo ruolo politico ed istituzionale, si addestra la popolazione a essere resiliente, cioè a sopportare senza lamentarsi. Le nostre scelte ci hanno chiuso la possibilità di utilizzare le fonti di energia asiatiche (gas e petrolio) impoverendoci e distruggendo il tessuto industriale europeo, forse per sempre? Siate resilienti! Spegnete il condizionatore, accettate targhe alterne e lock-down climatici, gioite per la perdita del posto di lavoro, rinunciate alle vacanze.
Ovviamente, la resilienza sta entrando anche nell’ambiente medico-sanitario. Il sistema sanitario italiano (ed europeo in genere) sta andando incontro a grosse difficoltà, tra incapacità di erogare prestazioni e carenza ed esaurimento del personale sanitario. Possiamo davvero pensare che la soluzione sia la resilienza, l’adattamento? Cioè più turni e meno retribuzione per un personale spesso già oltre il limite delle possibilità umane?
La cosa forse più drammatica di questa faccenda della resilienza, dal punto di vista dello scrivente, consiste nel fatto che anche la Chiesa cattolica, negli ultimi anni, ha seguito questa moda e il termine «resilienza» è ormai entrato nei documenti del Magistero ordinario.
Papa Francesco, ad esempio, in una lettera al Presidente degli Stati Uniti Messicani del 2017, scriveva, a proposito dei rischi dei disastri: «La comunità internazionale sta prendendo coscienza dell’importanza della prevenzione e della resilienza». Il 6 maggio 2024, rivolgendosi ai buddhisti per la festa del Vesakh, lo stesso Francesco ha pronunciato queste parole: « La resilienza consente agli individui e alle comunità di riprendersi dalle avversità e dai traumi. Promuove il coraggio e la speranza in un futuro più luminoso, poiché trasforma sia le vittime sia i colpevoli e conduce a una nuova vita. Riconciliazione e resilienza si uniscono per formare una potente sinergia che guarisce le ferite del passato, forgia legami forti e permette di affrontare le sfide della vita con forza e ottimismo». Nel discorso rivolto ai partecipanti all’Incontro promosso dalle Pontificie Accademie delle Scienze e delle Scienze Sociali sul tema Dalla crisi climatica alla resilienza climatica (16 maggio 2024) ha detto: «La crisi climatica richiede una sinfonia di cooperazione e solidarietà globale. Il lavoro dev’essere sinfonico, armonicamente, tutti insieme. Mediante la riduzione delle emissioni, l’educazione degli stili di vita, i finanziamenti innovativi e l’uso di soluzioni collaudate basate sulla natura, rafforziamo quindi la resilienza, in particolare la resilienza alla siccità».
Stupisce vedere come la Chiesa, che da duemila anni ha un proprio linguaggio, sia permeabile alle mode linguistiche del mondo moderno. Speriamo che la Chiesa abbandoni questo linguaggio ideologico mondano e torni a usare il proprio, ossia il linguaggio più adatto, distillato nei secoli, per l’evangelizzazione e la salvezza delle persone e dei popoli.

