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La Svezia mette al bando il termine "islamofobia" per autodifesa

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Il ministro degli Esteri svedese, Maria Malmer Stenergard, ha annunciato che il governo intende abbandonare non soltanto la parola «islamofobia», ma l’intero concetto che la sottende. È una forma di autodifesa dall'islamizzazione. 

Attualità 20_05_2026
Maria Malmer Stenergard (AP)

Il ministro degli Esteri svedese, Maria Malmer Stenergard, ha annunciato che il governo intende abbandonare non soltanto la parola «islamofobia», ma l’intero concetto che la sottende, in nome della difesa della libertà di espressione.

Al suo posto, ha spiegato, Stoccolma spingerà per l’uso di espressioni più precise come «odio anti-musulmano». Una decisione che segna una frattura netta con il linguaggio dominante degli ultimi decenni e che rischia di rimescolare il dibattito pubblico ben oltre i confini scandinavi. D’altronde si sa, le accuse di islamofobia vengono utilizzate in tutto il mondo per silenziare chi osa mettere in discussione le dottrine islamiste. 

Classe 1979, giurista di formazione, la Stenergard è da tempo considerata la «principessa ereditaria» del premier Ulf Kristersson. Volto noto del Partito Moderato, ex promessa del tennis giovanile, abile comunicatrice, prima che il rimpasto di Governo la spostasse agli Esteri, era ministro dell’Immigrazione. Il Paese, infatti, l’ha conosciuta per la linea inflessibile  nell’applicazione dell’Accordo di Tidö — l’accordo di coalizione di Governo: ridurre drasticamente gli ingressi irregolari e facilitare il rimpatrio nei Paesi di origine. Ora, da ministro degli Esteri, porta la stessa coerenza sul piano internazionale: la Svezia non si limiterà a cambiare vocabolario in casa propria, ma intende fare pressione affinché Unione Europea e Nazioni Unite seguano l’esempio.

Sia l’Ue che l’Onu hanno fatto proprio il concetto di islamofobia. Le Nazioni Unite hanno istituito nel 2022 una Giornata internazionale per combatterla e hanno nominato un inviato speciale dedicato; l’Unione Europea ha finanziato progetti, nominato coordinatori e prodotto rapporti che trattano il fenomeno come categoria a sé, ma soprattutto come un’emergenza di primaria importanza per tutto il Continente. A dare peso a questa battaglia lessicale è anche il panorama internazionale: l’Organizzazione della Cooperazione Islamica (Oci), con sede in Arabia Saudita, e riunisce 57 Stati a maggioranza musulmana, gestisce da anni un Osservatorio sull’islamofobia che ha prodotto almeno diciassette rapporti sull’argomento negli ultimi due decenni. Nel 2022, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito la Giornata Internazionale per la Lotta all’islamofobia, celebrata ogni 15 marzo. Nel Regno Unito, novembre è diventato il “Mese della Consapevolezza sull’islamofobia”, iniziativa particolarmente estesa agli atenei inglesi. Nessuna giornata equivalente esiste invece per contrastare l’odio contro cristiani o ebrei.

Quella svedese è una decisione che arriva in risposta alle insistenti sollecitazioni dei Democratici Svedesi, culminate nell’interrogazione parlamentare del deputato Richard Jomshof. Il quale ha accusato colleghi e giornalisti di aver «abboccato all’esca islamista», sottolineando come il termine venga spesso brandito anche contro musulmani che si battono per i diritti delle donne. Del resto, da tempo gli analisti sostengono che il termine «islamofobia» sia stato sapientemente promosso dalle reti islamiste proprio per assimilare la contestazione della dottrina islamista, delle prescrizioni della shari’a o delle aspirazioni politiche all’odio razziale, azzittendo, in un colpo solo, ogni voce dissenziente. 

In particolare, il concetto viene ricondotto al repertorio ideologico dei Fratelli Musulmani, l’organizzazione islamista sunnita transnazionale nata in Egitto nel 1928. Il gruppo è stato designato ufficialmente come entità terroristica in diversi Paesi a maggioranza musulmana. L’Egitto, sua terra d’origine, lo ha messo al bando e dichiarato organizzazione terroristica già nel 2013. Nel 2014, lo hanno seguito Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. E la Fratellanza Musulmana e le sue ramificate reti hanno saputo indirizzare perfettamente il potenziale di questo termine per trasformarlo in un’arma retorica di straordinario successo: porre l’ideologia politica islamista al di sopra di ogni critica.

L’iniziativa di Stoccolma si inserisce così in un tentativo più ampio, e storico, di contrastare l’infiltrazione islamista nella società svedese. Ricordiamo che, nel maggio 2025, un rapporto del Ministero dell’Interno francese intitolato “Fratellanza Musulmana e islamismo politico in Francia” ha evidenziato la «presenza attiva» dell’organizzazione anche in Svezia.

Secondo Le Monde, il documento sottolinea che la sezione svedese dei Fratelli Musulmani, «pur di dimensioni ridotte, si distingue per la sua influenza sulle strutture europee del movimento». Un’influenza dovuta, secondo il rapporto, ai finanziamenti provenienti dal Qatar, dalla grande tolleranza delle politiche multiculturali svedesi nell’ultimo decennio, e ai buoni rapporti intrattenuti con partiti politici locali, in particolare i Socialdemocratici. Un rapporto talmente delicato e allarmante che ha spinto il governo svedese ad aprire, nell’ottobre 2025, un’indagine ufficiale sull’infiltrazione islamista nel tessuto sociale del Paese. E di fronte all’evidente avanzata islamica in Svezia, in un’intervista all’Expressen, il ministro dell’Istruzione e dell’Integrazione Simona Mohamsson ha usato parole nette: «Vediamo che l’islam politico ha preso piede e gli è stato permesso di impadronirsi di quartieri, scuole, servizi sociali e rischia persino di prendere il controllo dei partiti politici. Quindi dobbiamo reagire. L’islamismo non vuole costituzioni, ma la legge della shari’a. Non vuole integrazione, ma segregazione. Vuole che gli uomini abbiano il controllo sulle donne e che non sia permesso amare chi si vuole. Ci sono molti islamisti che pensano di saperne di più e di aver preso il controllo della società, e noi abbiamo lasciato che accadesse. Non abbiamo reagito».

Ecco che l’annuncio di Stoccolma circa la messa al bando della parola islamofobia s’inserisce in questa scia, ma arriva anche al termine di anni di pressioni da parte dei Democratici Svedesi. Un partito a lungo bollato come «razzista» e, appunto, «islamofobo» per aver osato denunciare le conseguenze dell’imponente afflusso di immigrati musulmani che ha fatto della Svezia uno dei Paesi europei con il tasso più alto di accoglienza pro capite. A quella generosità senza precedenti il Paese ha visto corrispondere la formazione di società parallele, quartieri inaccessibili alle forze dell’ordine, no go zones, il collasso del sistema di welfare, uno dei tassi di violenza sessuale denunciata tra i più elevati del Continente e un’ondata di criminalità organizzata che ha insanguinato le città con sparatorie, attentati ed esplosioni di gang di immigrati. Problemi esplosi anche perché, per lungo tempo, molti hanno preferito tacere piuttosto che rischiare l’etichetta infamante di islamofobo.