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Onu, buone notizie su aborto e famiglia (non sul gender)

Onu, Consiglio per i diritti umani: due buone notizie e una cattiva. Bene l'opposizione Usa all'introduzione del "diritto" ad abortire. Bene anche che sia stato bocciato un emendamento sui diritti delle "famiglie" (al plurale). Male, per la libertà di religione, il rapporto sulla protezione dell'orientamento sessuale.

Jason Mack

Arrivano alcune buone notizie dalla trentacinquesima sessione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (Unhrc, secondo l’acronimo inglese), che si è tenuta a Ginevra tra il 6 e il 23 giugno. Chiaramente, il lato positivo va inteso alla luce dell’attuale contesto di declino in cui la vita e la famiglia vengono continuamente attaccate, ma si tratta pur sempre di segnali nel verso giusto di cui va tenuto conto, accanto ad alcuni elementi meno rassicuranti che pure persistono.

In tema di difesa della vita fin dal concepimento, è da segnalare innanzitutto che l’amministrazione Trump si sta impegnando anche sul fronte Onu, visto che il suo delegato Jason Mack si è impegnato a respingere un passaggio di una risoluzione proposta dal Canada, che includeva il diritto al cosiddetto “aborto sicuro, laddove tali servizi sono permessi dalla legge nazionale”. L’insidia era contenuta in una risoluzione contro la violenza sulle donne e in particolare nei contesti di guerra, a riprova di come gli attivisti radicali le tentino tutte per cercare di introdurre l’aborto in qualsiasi documento delle Nazioni Unite.

Il rappresentante degli Usa, assicurando il sostegno americano al nucleo centrale dell’iniziativa contro la violenza sulle donne, ha ricordato che non esiste un diritto internazionale all’aborto e ha ribadito che il suo Paese rimane fermo nel sostenere quanto stabilito dal Programma di azione della Conferenza internazionale su popolazione e sviluppo, tenutasi al Cairo nel 1994, e dalla Dichiarazione di Pechino del 1995. In quei due documenti fu sì sdoganata l’espressione “salute riproduttiva” ma senza includere alcun diritto all’aborto, come avrebbero invece voluto i sostenitori della cultura della morte. I quali, però, non si sono affatto arresi e da oltre vent’anni cercano di diffondere la loro personalissima lettura, nonostante sia risaputo che tanti Paesi si opposero esplicitamente ai tentativi di prevedere un diritto all’aborto a livello internazionale e non avrebbero mai firmato quei documenti se lo si fosse inserito.

Ecco perché confortano le dichiarazioni scritte di Mack, secondo cui gli Stati Uniti non riconoscono l’aborto come metodo di pianificazione familiare, “né supportiamo l’aborto nella nostra assistenza alla salute riproduttiva”, fatto che è stato formalizzato con la reintroduzione della Mexico City Policy, la misura a difesa dei nascituri introdotta nel 1984 da Reagan, che vieta di usare fondi federali per finanziare Ong attive nella promozione all’estero dell'aborto come metodo di pianificazione familiare. Questa decisione degli Usa è stata salutata con entusiasmo da alcuni gruppi pro-life, come il Parliamentary network for critical issues, diretto da Marie Smith, la quale si augura che “la schiacciante maggioranza di Paesi delle Nazioni Unite che vietano o restringono l’aborto sia incoraggiata e ispirata dalla forte posizione per la vita presa dall’amministrazione Trump e si unisca agli Usa nell’alzarsi in piedi per la popolazione mondiale più a rischio, cioè i bambini nel grembo materno”.

Una seconda buona notizia, giunta sempre dall’ultima riunione dei 47 membri dell’Unhrc, riguarda una risoluzione sulla protezione della famiglia e sul suo ruolo a salvaguardia e promozione dei diritti delle persone anziane, approvata con 30 voti a favore, 12 contrari e 5 astensioni. La Svizzera e, per conto dell’Unione europea, Malta avevano presentato un paio di emendamenti pericolosi, che avevano il fine di sostituire il riconoscimento della famiglia come istituzione con il termine “famiglie” (già nel titolo) e di statuire l’esistenza di “varie forme di famiglia”: entrambe sono espressioni tipiche della neolingua anti-famiglia, attraverso cui la lobby Lgbt cerca senza tregua di inserire le proprie rivendicazioni in documenti ufficiali. Gli emendamenti sono stati tuttavia respinti con un ampio margine, inducendo i membri dell’Ue, gli Stati Uniti e alcuni Paesi dell’America Latina a negare il proprio sì alla risoluzione.

Tra le notizie negative, invece, bisogna dire che nel calderone dell’Unhrc è rientrato anche il primo report dell’“esperto indipendente” sulla protezione dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, ossia il tailandese Vitit Muntarbhorn, che come abbiamo già scritto è tutto fuorché indipendente, avendo partecipato alla stesura dei famigerati Principi di Yogyakarta, un documento del 2006 tuttora non recepito in ambito Onu per i suoi controversi contenuti a sostegno dell’agenda omosessualista. Nel suo rapporto, Muntarbhorn arriva di fatto ad affermare che i diritti umani, da intendere ovviamente nell’accezione distorta della neolingua dove il diritto equivale al desiderio (del più forte), hanno la priorità rispetto alla religione. L’esperto tailandese fa finta di non sapere che la stessa Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo riconosce proprio la libertà di religione quale diritto umano (art. 18). Nulla di nuovo sotto il sole. La verità sarà sempre contrastata e ancora una volta bisognerà difenderla.

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