Oggi il Papa in Angola, un esempio di democrazia imperfetta
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Si apre la terza tappa del viaggio apostolico di Leone XIV in Africa: ad attenderlo c'è un Paese ancora segnato dalla guerra tribale durata dal 1970 al 2002 e che ora subisce gli effetti di uno Stato fallito, incapace di garantire la sicurezza e di arginare la corruzione.
L’Angola, terza tappa del viaggio del Papa in Africa, è un esempio di democrazia imperfetta: un eufemismo usato per indicare i sistemi politici africani che presentano gravi deficit di governance e partecipazione politica e limitazioni significative delle libertà civili. È anche un caso di Stato fallito, incapace di fornire servizi adeguati, di controllare parti anche estese di territorio nazionale, di garantire sicurezza e ordine pubblico, di arginare la corruzione.
La sua storia recente è tra le più tormentate. Era una colonia portoghese ed è diventata indipendente nel 1975. Ma, come gli altri Stati africani e con conseguenze tra le peggiori, la guerra di liberazione è stata anche una guerra tribale per il controllo del Paese. A contendersi il potere sono stati l’Mpla (Movimento popolare di liberazione dell’Angola), un gruppo marxista leninista affiancato da truppe cubane e sostenuto dall’Unione Sovietica, l’Fnla (Fronte nazionale di liberazione dell’Angola), per qualche tempo con l’aiuto della Cina, e l’Unita (Unione Nazionale per l'Indipendenza Totale dell'Angola), sostenuta prima dalla Cina e poi da Sudafrica e Stati Uniti. Lo scontro, che era iniziato nel 1970, con alcune pause è continuato, e anzi si è fatto più cruento, dopo l’indipendenza, ed è durato fino al 2002: una feroce guerra civile, che ha fatto più di mezzo milione di vittime, creato quattro milioni di profughi, distrutto attività produttive, infrastrutture, servizi.
L’Angola è inoltre uno dei Paesi in cui i contendenti hanno fatto più uso di mine anti-uomo. Ne hanno disseminato il Paese, almeno dieci milioni, con effetti devastanti di cui ancora patisce la popolazione. Si stima che siano circa 80.000 gli angolani viventi feriti dalle esplosioni, molti dei quali resi disabili, e il numero delle vittime è incalcolabile. Ogni anno decine di persone ancora perdono la vita a causa delle mine e di altri ordigni inesplosi. Attualmente rimangono quasi mille campi minati da bonificare. Decine di migliaia di sfollati non possono tornare ai loro villaggi tuttora minati.
Jose Eduardo dos Santos, uno dei leader dell’Mpla, il movimento uscito vittorioso dal conflitto e tuttora partito di governo, ha guidato il Paese dal 1979 al 2017. Fino al 1992 l’Angola era una repubblica popolare marxista, poi è diventato una repubblica costituzionale. Nella sostanza quasi nulla è cambiato. Il Paese è il secondo produttore di petrolio dell’Africa sub sahariana dopo la Nigeria. Per quasi 40 anni dos Santos ha approfittato delle sue risorse tanto da diventare il più ricco capo di stato africano. Sua figlia, Isabel, messa a capo della compagnia petrolifera nazionale Sonangol, dalla quale provengono il 70% delle entrate del paese, a sua volta è stata per anni la donna africana più ricca, con un patrimonio miliardario. Il suo matrimonio nel 2002 con il miliardario congolese Sindika Dokolo costò quattro milioni di dollari.
Nel 2017 le elezioni presidenziali sono state vinte da João Lourenço, eletto l’anno successivo anche presidente dell’Mpla. Lourenço è stato riconfermato nel 2022. Aveva promesso di mettere fine alla corruzione eretta a sistema dal suo predecessore, di diversificare l’economia e di creare posti di lavoro. Nove anni dopo il bilancio del suo mandato è pressoché fallimentare. Neanche con lui la crescita economica garantita dal petrolio si è tradotta in sviluppo. Almeno un terzo della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Il tasso di disoccupazione tra i giovani di età compresa tra 15 e 24 anni è del 54%. Inoltre soltanto tre milioni di giovani in età lavorativa su 18 milioni svolgono un lavoro regolare.
L’Angola è anche uno dei Paesi africani più gravati dal debito estero, risultato di corruzione, incuria, sprechi. Nel 2026 metà del suo bilancio andrà in pagamento del debito e il governo ha annunciato un taglio della spesa pubblica del 4,7%, che si rifletterà inevitabilmente sui servizi e le infrastrutture già carenti.
Dei suoi 40 milioni di abitanti il 91% sono cristiani. I cattolici sono poco più di metà della popolazione. Spesso negli anni sono stati proprio i vescovi cattolici ad assumersi coraggiosamente il compito di denunciare corruzione, tribalismo, i danni materiali e morali di cui i leader angolani sono responsabili.
Di recente a prendere la parola è stato il presidente della Conferenza episcopale dell’Angola e di Sao Tomé e Principe, monsignor Manuel Imbamba, arcivescovo metropolita di Saurimo. «Non possiamo chiudere gli occhi sulla realtà del nostro Paese – ha detto aprendo lo scorso 17 settembre i lavori della seconda Assemblea plenaria annuale della Conferenza – la nostra povertà non è soltanto materiale. È soprattutto sociale, politica, civile, culturale e spirituale.
La mancanza di fiducia nelle istituzioni e il sentimento di disperazione hanno pervaso la vita degli angolani, soprattutto dei giovani». Il principale ostacolo alla costruzione di un Angola più giusto e prospero – sostiene monsignor Imbamba – è la mancanza di dialogo tra leader e cittadini: «il dialogo tra leader e cittadini deve essere più frequente, più equo e più fruttuoso. La trasformazione dell'Angola dipende da un autentico impegno per la pace e la giustizia, che richiede una conversione di cuore e di mente per tutti, senza eccezioni».
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