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Occhi puntati sulla Francia, inizia la sfida Macron-Le Pen

Emmanuel Macron, sarà di nuovo eletto presidente? Forse sì, sempre che riesca a passare il primo turno. Paga lo scotto di un quinquennio molto difficile e nell'ultima settimana anche lo scandalo delle società di consulenza strapagate e forse evasori. Sfidato da vicino dalla Le Pen e Mélenchon.

Macron arringa il suo popolo alla Défense Arena

Emmanuel Macron, sarà di nuovo eletto presidente? Forse sì, sempre che riesca a passare il primo turno. Da una settimana a questa parte, infatti, i sondaggi lo danno talmente in calo, che potrebbe esserci il grande colpo di scena nella prima tappa delle elezioni presidenziali in Francia.

Tutti gli occhi dell’Europa, domani, saranno puntati almeno per un giorno sull’Esagono, il nostro vicino d’oltralpe, che ci garantirà un po’ di distrazione dalle notizie di guerra in Ucraina. Ma non del tutto perché l’esito delle presidenziali (e bisogna attendere il secondo turno) determinerà anche la tenuta dell’Ue e della Nato. La Francia è, da sempre, l’unica potenza nucleare dell’Europa continentale, dopo la Brexit è l’unico membro dell’Ue dotato di atomiche. E in Francia si scontrano due visioni opposte della politica estera: quella di Macron, europeista, contro quella del "blocco della protesta":, cioè la nazionalista Marine Le Pen e il neo-comunista Jean Luc Mélenchon, entrambi su una posizione euroscettica. Una vittoria della Le Pen o di Mélenchon riporterebbe la Francia, se non su posizioni apertamente filo-russe, almeno su una linea di neutralità e verrebbe meno il suo sostegno alla causa dell’Ucraina. Per questo le elezioni sono importanti per tutti, anche per chi sta combattendo al fronte.

La vittoria di Macron al primo turno non è affatto così scontata come sembra. Il presidente in carica sta continuando a perdere consensi. Attualmente, secondo la media dei sondaggi più recenti, ha solo tre punti di vantaggio rispetto alla Le Pen: un 26% (-2 punti percentuali rispetto all’ultimo rilevamento), contro 23% (+2 rispetto allo scorso sondaggio). E si avvicina sempre di più anche Jean Luc Mélenchon, il candidato di estrema sinistra che ha guadagnato altri due punti di consenso fino ad arrivare al 17%. Considerando anche il fenomeno dello “shy tory” (la tendenza a non dichiarare la propria preferenza per il partito più socialmente squalificante, i Tory in Inghilterra, entrambe le estreme nel caso della Francia), i sondaggi potrebbero non riflettere la realtà. Per Macron potrebbe addirittura andare peggio.

Emmanuel Macron è in affanno per un quinquennio a dir poco difficile: prima la protesta del “gilet gialli” scoppiata nel 2018 contro l’introduzione delle tasse ecologiche sul carburante e poi dilagata in una generale protesta anti-sistema. Poi ci si è messo il Covid e Macron ha promosso, assieme all’Italia, alcune delle politiche più repressive in assoluto per impedirne la circolazione. La protesta contro il lockdown, poi quella contro il Green Pass, si è sovrapposta a quella, ancora latente, dei gilet gialli. La Francia è il caso scuola di spaccatura netta fra l’élite dello Stato (che non ha perso potere con le crisi che si sono susseguite) e una popolazione di “deplorables” che si sente tagliata fuori dalla rappresentanza democratica e penalizzata nei suoi interessi di base. Unico dato positivo: solo il terrorismo è sempre presente, ma in calo rispetto agli anni terribili della presidenza Hollande, quando in Europa imperversavano gli jihadisti dell’Isis.

Proprio a pochi giorni dal voto, però, su Macron è caduta la tegola giudiziaria: la magistratura ha aperto un’indagine su presunte frodi fiscali della società McKinsey. E cosa c’entra la McKinsey con Macron? C’entra eccome, perché è una delle società di consulenza chiamate dal presidente e dal governo per risolvere problemi, anche durante la pandemia, dietro compensi più che lauti. McKinsey, in particolare, è stata ingaggiata per monitorare la somministrazione delle dosi di vaccino. Prima del Covid, le società di consulenza erano state anche coinvolte per placare la protesta dei gilet gialli. La presenza di queste società private è stata vista come un segno di debolezza dell’esecutivo. E a ben vedere lo è: nella burocrazia elefantiaca dei ministeri, servono ormai esperti esterni, strapagati, per risolvere problemi urgenti. “Quasi tutti i grandi progetti del quinquennio sono stati realizzati con l’ausilio di questi consulenti, che costano in media 2.168 euro al giorno”, emerge dall’inchiesta del quotidiano Marianne. Se poi non pagavano neanche le tasse, lo scandalo è pronto e servito, in tempo per il voto.

Se Macron non dovesse passare il primo turno, si avrebbe un inedito ballottaggio fra l’estrema destra (Le Pen) e l’estrema sinistra (Mélenchon). Ma anche se dovesse passare il ballottaggio, la gara fra Macron e la Le Pen risulterebbe troppo aperta per permettere previsioni attendibili. Tutti i sondaggi li danno praticamente alla pari, con un margine di vantaggio di Macron di appena uno o due punti percentuali. La candidata nazionalista si sta avvantaggiando di un periodo, ormai decennale, di de-radicalizzazione. Allontanatasi dall’eredità del padre Jean-Marie Le Pen, raccoglie ancora lo scontento dei francesi contro il sistema di potere consolidato nello Stato, ma offre un’alternativa di governo percorribile, un rinnovo del gollismo come era alle origini: statalismo industriale, protezionismo, autonomia strategica dalla Nato, euroscetticismo basato sul principio della Europa delle nazioni, difesa dei confini dall’immigrazione illegale.

La Le Pen non si è fatta rubare la scena da Eric Zemmour, l’intellettuale e giornalista di destra che si era presentato a sorpresa come il vero candidato identitario. Nei sondaggi non ha mai sfondato, si attesta sempre poco al di sotto del 10%. Anzi, probabilmente ha involontariamente aiutato la Le Pen, attirando su di sé tutto l’odio dei media francesi, che lo hanno accusato sin dal primo giorno di xenofobia: un record, per un giornalista di origine algerina ebraica. Ha aiutato la candidata nazionalista anche la debolezza dei Repubblicani, il partito gollista originario, che ha proposto la candidata Valérie Pécresse, anche lei data poco sotto al 10%. Si era presentata come una leader “un terzo come Margaret Thatcher e due terzi come Angela Merkel”, capace di battere Macron al secondo turno. Peccato, per lei, che non passerà al primo, salvo miracoli.

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