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Cala l'attenzione sul referendum, italiani più attenti all'Iran

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La crisi mediorientale monopolizza l'opinione pubblica, ben più della campagna referendaria. E intanto l'Agcom richiama due emittenti sbilanciate per il No, che secondo i sondaggi prevarrebbe in uno scenario di scarsa affluenza alle urne. Ma la partita è ancora aperta e imprevedibile.

Politica 06_03_2026
CARLO CARINO BY AI MID - imagoeconomica

La campagna per il referendum confermativo del 22 e 23 marzo entra nella sua fase decisiva con un quadro ancora fluido ma che, almeno secondo gli ultimi dati disponibili, vede un leggero vantaggio del fronte del No. L’analisi del presidente di Ipsos, Nando Pagnoncelli pubblicata dal Corriere della Sera, delinea due possibili scenari strettamente legati al livello di partecipazione al voto. Nel primo scenario, caratterizzato da un’affluenza relativamente contenuta, attorno al 42%, il No risulterebbe in vantaggio con il 52,4% delle preferenze, mentre il Sì si fermerebbe al 47,6%, segnando anche un arretramento di circa 1,8 punti rispetto al rilevamento precedente del 12 febbraio.

Nel secondo scenario, invece, con una partecipazione più elevata, intorno al 49%, la distanza tra i due schieramenti si assottiglierebbe fino quasi a scomparire: i Sì arriverebbero al 50,2%, mentre i No si attesterebbero al 49,8%, delineando una situazione di sostanziale equilibrio. Proprio questa doppia simulazione evidenzia come la vera partita del referendum si giochi sulla capacità dei due fronti di mobilitare i propri elettori e, soprattutto, di intercettare quella fascia ancora significativa di indecisi che potrebbe determinare il risultato finale. Nel primo scenario gli incerti sono poco più del 7%, mentre nella proiezione con maggiore affluenza superano il 9%, una quota che in un contesto di sostanziale parità potrebbe spostare gli equilibri all’ultimo momento.

L’analisi del sondaggista sottolinea inoltre come il livello di informazione degli elettori sui contenuti della riforma resti relativamente limitato: poco più della metà degli italiani, circa il 50%, dichiara di sentirsi almeno abbastanza informata, ma la quota di chi si considera molto informato rimane stabile intorno al 10%. Anche la percezione dell’importanza della riforma appare in leggero calo: il 58% degli intervistati la considera almeno abbastanza importante, due punti in meno rispetto a tre settimane prima.

A incidere su questo calo di attenzione è anche il contesto internazionale, dominato in queste settimane dalla crisi militare legata all’attacco all’Iran, che ha inevitabilmente spostato l’attenzione dell’opinione pubblica su scenari geopolitici più drammatici e immediati. Non a caso, solo poco più del 40% degli italiani afferma di seguire la campagna referendaria con una certa attenzione, mentre appena il 9% dichiara di seguirla con molto interesse. Se il conflitto dovesse protrarsi ancora a lungo, come ha ipotizzato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, è plausibile che la consultazione referendaria fatichi a guadagnare spazio nel dibattito pubblico, con effetti potenzialmente rilevanti sugli equilibri del voto. In particolare, un clima di scarsa mobilitazione e bassa partecipazione rischierebbe di favorire il fronte del No, che nei sondaggi appare più competitivo proprio negli scenari di affluenza ridotta.

Al contrario, i sostenitori del Sì puntano chiaramente su un aumento dell’interesse e sulla capacità di portare alle urne una platea più ampia di elettori, nella convinzione che una partecipazione più alta possa ribaltare i rapporti di forza. In questo contesto assume un peso non secondario anche il ruolo dei mezzi di comunicazione, finiti a loro volta al centro del dibattito politico. L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) ha infatti richiamato formalmente due importanti emittenti televisive, La7 e il canale 9 (Discovery Italia), accusate di aver dato uno spazio informativo sbilanciato a favore del fronte del No durante la prima fase della campagna.

Dopo aver esaminato i dati del monitoraggio relativo al periodo tra il 12 e il 28 febbraio, l’Agcom ha riscontrato una sottorappresentazione delle posizioni favorevoli alla riforma, ordinando alle due emittenti un immediato riequilibrio dell’informazione entro il 7 marzo, in applicazione della normativa sulla par condicio prevista dalla legge 28 del 2000. L’Autorità ha anche chiarito che verificherà il rispetto delle indicazioni attraverso un nuovo monitoraggio relativo alla settimana successiva, riservandosi eventuali ulteriori provvedimenti nel caso di mancata ottemperanza.

Il tema dell’equilibrio mediatico è diventato così uno degli elementi di contorno della campagna referendaria, alimentando polemiche tra i due schieramenti su presunte disparità di trattamento nel racconto televisivo della riforma. In questo scenario già complesso si inseriscono poi i segnali provenienti dal mondo politico, che talvolta rivelano calcoli e strategie che vanno oltre il merito della riforma. Ha fatto discutere, ad esempio, la presa di posizione di Pierferdinando Casini, figura storica del centrismo italiano e considerato da molti osservatori uno dei possibili candidati alla successione di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica. Casini ha annunciato apertamente che voterà No al referendum, una scelta che per alcuni analisti potrebbe riflettere una valutazione politica più ampia sul clima che si respira nel Paese e sugli equilibri futuri della prossima legislatura.

L’ipotesi, ventilata da diversi osservatori, è che l’ex presidente della Camera abbia intuito un possibile successo del No e abbia scelto di collocarsi sin d’ora sul fronte che ritiene destinato a prevalere, anche in vista delle dinamiche politiche che si apriranno dopo il voto.
In questa lettura, la sua presa di posizione sarebbe anche un segnale rivolto al quadro parlamentare futuro, nel quale non è affatto scontato che il centrodestra possa disporre di una maggioranza tale da determinare da solo le scelte istituzionali più importanti, a partire dall’elezione del prossimo capo dello Stato.

In definitiva, la campagna referendaria si sviluppa in un clima caratterizzato da incertezza, attenzione intermittente dell’opinione pubblica e un confronto politico che spesso si intreccia con calcoli strategici di medio periodo. I sondaggi indicano una gara aperta, ma suggeriscono anche che l’esito finale dipenderà da variabili ancora difficili da prevedere: l’andamento della partecipazione, la capacità dei due fronti di mobilitare gli indecisi, l’attenzione mediatica nelle ultime settimane e perfino il contesto internazionale. Tutti elementi che rendono la consultazione di marzo una sfida ancora tutt’altro che chiusa e che potrebbero riservare sorprese fino all’ultimo momento.



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