Nuovo attentato contro gli alawiti in Siria (dove non “si sta bene”)
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Sette civili alawiti, inermi, sono stati uccisi da ignoti, armati di mitra, nella campagna tra Tartus e Homs. Un’altra prova che nella Siria islamista di al-Shaara non si sta bene, checché ne dicano le associazioni filantropiche europee. Il nostro reportage.
«Beh, però non si sta poi così male qui. Ci hanno descritto una situazione peggiore di quella che è». Siamo a Tartus, sulla costa siriana, e chi parla è il rappresentante di un'associazione francese che ha sponsorizzato diverse opere assistenziali ed educative nel Paese. Ci siamo aggregati ad un gruppo di donatori europei venuti in Siria a verificare l'impiego dei fondi raccolti e inviati dall'estero. In effetti, la strage di civili alawiti compiuta in questi luoghi dal nuovo governo siriano dopo la cacciata di Bashar al-Assad, con picco nel marzo 2025, sembra solo un ricordo.
Il lungomare di Tartus nella sera di fine settembre è relativamente affollato; ogni pochi metri incontriamo un'automobile Nissan Patrol, ultimo modello, della polizia turistica (è scritto proprio così sulla fiancata, tourist police) che staziona lungo la passeggiata, mentre coppie di poliziotti dello stesso corpo percorrono avanti e indietro il lungomare. Non che ci sia gran bisogno di assistenza, data la palese scarsità di turisti, ma decidiamo di testare il lavoro delle forze dell'ordine chiedendo un'informazione in arabo a due giovani in uniforme e barbetta appuntita da orecchio a orecchio. «Non lo so», risponde il primo poliziotto interpellato, «non sono di qua». «Di dove sei?», incalziamo. «Di Deir Ezzor», risponde, «e il mio compagno di Raqqa». A quanto pare, il personale governativo della città, in massima parte alawita e cristiano, è stato sostituito con membri di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) e suoi simpatizzanti che hanno coadiuvato Ahmad al-Sharaa nella conquista della Siria a dicembre 2024. Proseguendo nella passeggiata, incontriamo un venditore di merce di vario tipo, tra cui la bandiera della nuova Siria e quella della Shahada. Non sapremo mai se la scelta di vendere il vessillo identitario dell'islam combattente dipenda da convinzione personale, oppure da conformismo, bisogno di mantenere la famiglia o semplice terrore.
Il giorno dopo nei locali di una chiesa cristiana di Tartus incontriamo Miriam (nome di fantasia). Trent'anni, alawita con due figli piccoli, Miriam ci racconta che ha dovuto lasciare l'università per timore della furia revanscista del nuovo governo; nell'ultimo anno e mezzo si sono registrati centinaia di casi di donne e ragazze alawite rapite dai campus universitari e sposate forzatamente a combattenti di HTS, se non uccise e utilizzate per il prelievo di organi. «Eh, ma a me queste paiono esagerazioni! Ci sono le prove di questi fatti? Secondo me non ce ne sono», commenta a mezza voce il rappresentante dell'associazione benefica francese, per nulla convinto del racconto di Miriam. Le prove ci sono, a migliaia, a disposizione di tutti; a volte però la mente umana, a contatto con atrocità indicibili, preferisce negare piuttosto che credere. Miriam racconta di come ha visto morire i suoi amici, fatti a pezzi dagli affiliati del nuovo governo e poi gettati nel mare di Tartus; di come è rimasta un intero anno chiusa in casa, nel terrore di subire la stessa sorte; di come una chiesa cristiana le ha dato fiducia, incaricandola di occuparsi dei bambini alawiti abbandonati di Tartus, rimasti senza padre né madre; di come grazie a questo lavoro ha trovato un modo per superare la paura e offrire aiuto ai figli più sfortunati del suo popolo.
Per convincerci dell'indegnità del nuovo regime, Miriam ci mostra una foto di tale Mohammed Sohbi al-Nashef, attuale direttore del Dipartimento dei media digitali di Raqqa, nell'atto di dar gloria ad Allah dopo aver decapitato sette persone nel 2015. «Nonostante abbia ammesso che la foto è autentica, al-Nashef è ancora al suo posto, prosciolto da tutte le accuse. Ma tutti, tutti sono così. Nel 2013 l'uomo che ora è il ministro degli Esteri ha sgozzato più di trenta sciiti, per la maggior parte donne e bambini, a Hatla, un villaggio nella regione di Der Ezzor, perché infedeli e sostenitori di Assad. Lo sanno tutti, eppure tutti tacciono». Mentre Miriam racconta, i suoi occhi, grandi e di un azzurro chiarissimo, sono sbarrati dal terrore; solo con i bambini il suo sguardo si addolcisce. Tra i piccoli radunati nella sala a consumare la merenda ci sono anche i suoi figli, che porta al lavoro con sé. «Solo la Chiesa ci ha aiutato», soggiunge. «Chi tra noi alawiti è sopravvissuto ai massacri è stato licenziato e lasciato senza mezzi per mantenere la famiglia». Le parole di Miriam hanno colpito il cuore dei benefattori in visita; tutti restiamo in silenzio mentre rientriamo in hotel, tranne il rappresentante dell'associazione francese: «Va bene, il nuovo governo avrà pure compiuto delle stragi, ma non gli si possono attribuire tutte le colpe!», rimugina, rendendoci partecipi delle sue riflessioni. E aggiunge: «al-Sharaa ha pur avuto le sue ragioni: questi alawiti si sono ribellati contro il suo governo e dunque cosa doveva fare, starsene a guardare? E comunque ora è acqua passata».
Eppure l'indomani sera, mercoledì 30 settembre, riceviamo la notizia di un attacco a un autobus presso il ponte di Masyaf, nella campagna tra Tartus e Homs: ignoti, armati di mitra, hanno aperto il fuoco contro i passeggeri del mezzo, dipendenti di un'azienda locale che tornavano a casa dal lavoro. Le autorità hanno reso noto il bilancio dell'attentato: sette civili uccisi sul posto e altri quattro feriti gravemente, tutti civili disarmati appartenenti alla comunità alawita. L'agguato ha avuto luogo a poche centinaia di metri da un posto di blocco delle forze dell'ordine, che però non hanno voluto o potuto fare controlli né intervenire. Difficile credere che gli aggressori siano malviventi comuni e che abbiano sparato a caso, tanto più che, a quanto si apprende da fonti locali, prima di aprire il fuoco hanno chiesto ai passeggeri la provenienza e la religione di appartenenza. Secondo Sana, l'agenzia di stampa governativa, il governo siriano «ha avviato un'inchiesta a tutto campo per identificare i colpevoli e assicurarli alla giustizia». Il nuovo governo ha anche promesso agli alawiti della regione la restituzione delle terre espropriate dalle autorità od occupate dai vicini sunniti dopo la cacciata di Assad; per ora, senza nessuna azione concreta. Con buona pace dell'Occidente, che in al-Sharaa e nel suo governo ha trovato un partner strumentale a livello economico e politico, le persecuzioni contro le minoranze religiose in Siria stanno continuando. E nonostante le associazioni filantropiche europee ne siano convinte, in Siria non "si sta bene". Tutt'altro.
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